Qui mi sento a casa, amo la musica che esce dai barbieri di Harlem

La seconda parte dell’intervista a Jovanotti

In concerto al Nublu di New York

In concerto al Nublu di New York

Lorenzo è un fiume in piena quando parla. Gli chiedo di New York, di cosa ne pensa della città, e mentre parla si capisce subito che quello che dice lo sente davvero.”Qua mi sento a casa, mi sono sempre sentito molto a casa” mi spiega. “Penso che per un italiano sia molto facile sentirsi a casa a New York, anche perché siamo cresciuti tutti con un immaginario molto influenzato da questa scenografia naturale che è questa città, per cui appena ci arriviamo, per lo meno la mia sensazione appena sono arrivato qui la prima volta, vent’anni fa, era proprio quella di essere arrivato in un posto che mi apparteneva e al quale io appartenevo”. Vent’anni di New York, e l’America che si è trasformata attraverso i decenni. Cambia, questa America, trainata da New York. “La città l’ho vista cambiare tantissimo, è come se ogni volta che ci sono tornato fosse stata una città diversa. Ora siamo qua in una zona (Avenue C, fra la quarta e la quinta strada) che la prima volta che venni era pericolosa, era una zona dove bisognava stare attenti a chi c’era all’angolo. Bisognava tenere gli occhi ben aperti. Adesso è una zona tranquilla dove addirittura la gente investe”.

Ci sono milioni di parole, miliardi di sillabe da dire su questa città. Lorenzo parla come se parlasse di un amico di vecchia data, perché New York è proprio come un amico, ha una sua anima, ha la sua vita. “La città è cambiata tanto, in bene è in male, in bene perché la gente è più al sicuro, in male perchè la città in parte si è trasformata in un grande shopping mall, se tu pensi a certe zone. Quindi i cambiamenti sono sempre positivi, ma in qualsiasi cambiamento perdi sempre qualcosa, perdi un po’ di fascino. Negli ultimi anni sicuramente la città era diventata triste, ferita. Un po’ più diffidente, un po’ più presuntuosa anche, in qualche modo ostentava una falsa sicurezza di sé, come a volte succede quando uno subisce un trauma. E questa città ha subito un grande trauma. Però ora, negli ultimi due anni, è ritornato questo stato”, dice indicando con il braccio intorno a sé. “Mi sembra veramente che la città abbia quella energia che dicono non si sentisse più dagli anni settanta”.

Ecco qual è la differenza fra New York e il mondo. L’energia, le idee, la voglia di non fermarsi mai, il pensiero, felice, di non avere forse il tempo di dormire. Ognuno, a suo modo, si adatta. “In questa città si hanno delle continue piccole epifanie, diciamo così, è una città che ti offre continui spunti. Poi ci sono anche i periodi in cui uno non li coglie, ma se uno vuole cogliere aspetti umani diversi, vuole vivere la bio diversità dell’essere umano, diciamo così, questa è proprio la città perfetta, dove cioè ti puoi veramente sedere su un marciapiede…” si interrompe. “Ecco, l’esperienza più bella che puoi fare a New York forse è proprio questa, sederti sul marciapiede e vedere il mondo che ti passa davanti, vedere questa città come stimola le persone a trovare una propria via, a trovare anche una propria immagine, a trovare un proprio ritmo. Ognuno in questa città ha un suo ritmo. Anche perché se tu ti metti dentro il ritmo della città, la città ti fa un po’ fuori, è impossibile seguirne il ritmo. E ognuno qui è stimolato a trovare un proprio ritmo, a trovare una propria strada, a trovare dei propri valori all’interno della città e questa cosa qui genera l’energia di questo posto”. Già, il ritmo.

E allora qual è quello di Lorenzo, la sua dimensione? “Faccio un po’ di sport, vado a correre, poi leggo, mi metto nelle librerie, dove c’è il baretto, dove prendo il caffè e leggo a sbafo di tutto, tutte le riviste, tutti i libri, vado a vedermi dei concerti, vado a vedermi qualche film, sto molto con mia figlia e con la mia famiglia, passeggiamo, giriamo, vado a vedermi i quartieri”. Si interrompe un’altra volta, mi guarda con un sorriso leggero sotto la barba folta. “Ecco, mi piacciono i quartieri a me. Mi piace andare ad Harlem, mi piace Chinatown, mi piace andare a Brooklyn. Mi piace perdermi nei quartieri, perché nei quartieri c’è sempre la vita. E quindi Harlem per esempio mi piace molto, è un posto che mi dà sempre una gran bella energia. Anche Spanish Harlem, dove ci sono i portoricani, i latinos, e sentire la musica che esce dai locali, esce dai barbieri, o dalle macchine, è una cosa che per me è stimolante”. Lui continua a raccontare, e io ho come l’impressione di esserci andati insieme, a spasso per Spanish Harlem.

Ma allora cosa cambia per Jovanotti, quando viene qua e ritorna Lorenzo? “Io qua me ne vado proprio in giro, mi metto proprio in mezzo alla gente, me ne sto molto in mezzo alla gente, Mi piace questa sensazione di non essere nessuno. Ce l’ho anche in Italia, non è che sono uno che si sente chissà che, però chiaramente la gente mi riconosce quindi è più difficile essere un anonimo. Però va bene così, anche perchè, grazie al cielo, ho il privilegio di poterci venire, qua”.

“E poi è una città dove ti senti molto italiano”, aggiunge dopo una piccola pausa,”io in questa città rivaluto le canzoni italiane della mia infanzia, rivaluto tutto un bagaglio di italianità che in Italia non riesco più neanche a vedere, perché in Italia sono distratto, qui lo rivaluto subito. Appena arrivo qui nel mio iPod comincio ad ascoltare Domenico Modugno, la musica degli anni quaranta, la musica degli anni sessanta, e in Italia non mi succede mai, in Italia ascolto la musica che viene da qua, e questo è positivo, io la vivo come una cosa positiva”.

Lorenzo ha una capacità incredibile con le parole, te ne accorgi parlandoci, ma traspare anche dai suoi concerti. In questa serie di intimi show newyorkesi l’ho sentito più volte intrattenere il pubblico raccontando, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Recita piccoli rap, piccole poesie, spesso divertenti. Gli spettatori ridono, lui, con la camicia bianca e un cappello in testa, sembra un cabarettista anni cinquanta, certe volte. “I speak english like a taxi driver, tell me where you wanna go, and I take you higher”, l’ho sentito cantare, e chiudendo gli occhi sembrava veramente di ascoltare un tassista. E allora capisci che Lorenzo è una metamorfosi continua, che osserva, ascolta, e assimila tutto ciò che lo circonda.

“Io credo alle parole, le parole sono la mia materia, e questa è una città che ha la parola nuovo dentro al suo nome ed è un fatto fondamentale. Una città che per noi, per chi ci viene, è il nuovo mondo, anche se non lo è più perché ci sono paese emergenti che sicuramente oggi sono più rilevanti sul mercato, o anche per la cultura, però l’idea della nostra generazione di quello che è il nuovo mondo è l’America, è New York. Ed è New York, più che l’America. Forse la California è un’altra frontiera, la California ha questo mito della frontiera che New York non ha. Però New York è magica, perché è il nuovo mondo vicino a noi. C’è un pezzo di noi dentro questa città, vedi che l’abbiamo fatta anche un po’ noi, ci riconosciamo, senti che la nostra cultura qui ha dato un segno forte. L’Italia conta qui, l’Italia qui è qualcosa, è nelle vene della città e questo fa piacere, non ti senti straniero, ti senti parte di una comunità, con tutto il tuo bagaglio, tutta la tua storia”.

Qui la prima parte dell’intervista

http://america24.com/news/qui-mi-sento-a-casa-amo-la-musica-che-esce-dai-barbieri-di-harlem

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