Gli studenti piantano le tende contro l’università d’elite

New York. Le prime avvisaglie di rivolta ad Harvard si erano avute la settimana scorsa, quando settanta studenti del primo anno avevano abbandonato per protesta la lezione introduttiva del professore Gregory Mankiw, noto economista conservatore e consigliere prima di George W. Bush e ora del candidato favorito alle primarie repubblicane Mitt Romney. Poi mercoledì notte gli studenti di Harvard hanno deciso di dare una nuova voce alle proteste e di unirsi al movimento degli indignati, piantando decine di tende sull’Harvard Yard, il prato dell’università, all’ombra della statua del fondatore John Harvard. I ragazzi del prestigioso ateneo di Cambridge, Massachusetts, sono scesi in strada per manifestare contro quello che ritengono uno squilibrio crescente nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti e contro le presunte responsabilità della loro università, regno dell’elite americana e culla di banchieri, capitani d’industria, otto presidenti e settantacinque premi Nobel. Fra i corridoi di Harvard sono cresciuti e si sono affermati simboli dell’America come John Fitzgerald Kennedy, John Adams e Frankiln Roosevelt, ora i prati dell’ateneo della Ivy League si riempiono di studenti indignati dalla crisi economica e dal ruolo avuto dall’università. Nonostante fosse stata annunciata con numerosi volantini, la protesta di Harvard è iniziata con scontri non violenti fra la polizia del campus e i manifestanti. Gli agenti bloccavano gli ingressi per impedire l’accesso agli estranei mentre gli studenti, sventolando il tesserino universitario, cercavano di entrare nell’Harvard Yard, dieci ettari di prato che abbracciano l’università. Dopo aver marciato per le strade del campus e aver bloccato il traffico, gli indignati di Harvard sono infine riusciti a raggiungere il prato principale. Studenti, professori, dipendenti dell’università e membri della comunità hanno inaugurato l’occupazione con un’assemblea generale. “Questo paese fu fondato sulla libertà di parola, di assemblea, di religione e di stampa”, ha spiegato parlando alla folla Timothy McCarthy, ex studente e attualmente lettore universitario. “Stanotte il paese sembra negare le libertà fondamentali”. Le richieste dei manifestanti di Cambridge, in linea con il movimento nazionale, cercano di aprire una discussione sul ruolo dell’università, a loro parere simbolo del privilegio e della disuguaglianza, nel paese e nel mondo. “Vogliamo un’università per il 99%, non un’azienda per l’1%”, hanno spiegato gli organizzatori del rally all’Harvard Crimson, il quotidiano universitario. “Credo profondamente che questo sia un momento nella storia americana che richiede un movimento popolare”, ha spiegato ancora McCarthy. “Sono felice di farne parte. Se Harvard è un luogo che produce persone di potere, allora deve essere un’istituzione dove il benessere pubblico è più importante del profitto privato”. Dello stesso avviso è Sandra Korn, studentessa e redattrice del Crimson. “Harvard è stata coinvolta nel sistema di corruzione e avidità aziendale”. Riflette il settimanale The Atlantic: “Harvard è un luogo dove è difficile rappresentare gli interessi del 99 per cento. Certamente non tutti gli studenti sono i ricchi figli dell’1 per cento, Harvard ha infatti il record di borse di studio concesse e dal 2004 ha promosso intensivamente la diversità socioeconomica nel campus. La generosità di Harvard non sarebbe però possibile senza l’aiuto della Harvard Corporation”, la più antica azienda d’America, fondata il 9 giugno 1650. I 32 miliardi di dollari di donazioni rendono Harvard la seconda istituzione no profit più ricca al mondo, alle spalle della Chiesa Cattolica.

Il Manifesto, 11 novembre 2011

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