New York. Quattro anni fa, durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca, Barack Obama si distinse come uno dei candidati più ambientalisti della storia recente. Il discorso con cui accettò la nomination del partito democratico nel 2008 commosse gli attivisti, che in blocco si schierano con la nuova promessa della politica americana, simbolo di una nascente rivoluzione verde. “Sono assolutamente certo che fra qualche generazione”, diceva Obama con voce ferma in quello storico discorso, “saremo in grado di guardare indietro e spiegare ai nostri figli che questo è stato il momento in cui gli oceani hanno smesso di crescere e il pianeta ha cominciato a guarire”.

Oggi, a dodici mesi esatti dalle elezioni presidenziali del 2012, gli ambientalisti circondano la Casa Bianca per protestare contro la costruzione di un oleodotto che attraverserà il Nord America e Barack Obama ha perso il sostegno degli ecologisti, disillusi e convinti che l’amministrazione abbia dimenticato la questione ambientale, definita una priorità in campagna elettorale.

La goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo da mesi è caduta a inizio settembre quando Obama, stretto nella morsa della lobby del petrolio e dell’ala repubblicana del Congresso, è stato obbligato a fare retromarcia su una legge fondamentale che sembrava ormai cosa fatta. Il 2 settembre Barack Obama ha lasciato a bocca aperta i propri alleati ritirando la proposta di intensificare le leggi contro l’inquinamento atmosferico e rimandando almeno fino al 2013 l’introduzione degli standard sull’ozono da parte dell’Epa, l’agenzia governativa per la protezione ambientale cui i repubblicano stanno peraltro cercando di tagliare i fondi. Gli standard, regolati dal Clean Air Act, legge federale firmata dal presidente Richard Nixon nel 1970 che richiede all’amministrazione di rivedere le normative sull’inquinamento atmosferico ogni cinque anni, sarebbero dovuti entrare in vigore immediatamente, assieme alle restrizioni sulle emissioni nocive di smog. Il passo indietro ha fatto infuriare gli attivisti, già delusi dalle decisioni del presidente.

Nonostante Obama fosse entrato alla Casa Bianca con le migliori intenzioni, convinto di sconfiggere “la tirannia del petrolio”, come lui stesso l’aveva definita, si è trovato a scontrarsi nei primi tre anni di presidenza con due eventi che quasi sempre hanno forzato le sue decisioni: la crisi, con la successiva lenta ripresa dell’economia americana che tuttora fatica a guadagnare posti di lavoro, e la vittoria repubblicana alle elezioni di metà mandato dello scorso anno, che ha permesso al Grand Old Party di guadagnare la maggioranza alla Camera e di fare un forte ostruzionismo alle politiche presidenziali. In questo contesto, come già era successo in precedenza, i repubblicani del Congresso e la potente lobby petrolifera hanno giocato al rialzo, forzando il presidente Obama a rimandare e ritirare una decisione già presa: secondo gli oppositori la legge avrebbe causato la perdita di parecchi posti di lavoro e di circa 90 miliardi di dollari all’anno fino al 2020, un’accusa che il presidente non poteva assolutamente permettersi in piena campagna elettorale.

Dopo appena due mesi Barack Obama si ritrova però nella stessa situazione. Questa volta è la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, che dai giacimenti dell’Alberta, in Canada, dovrebbe pompare circa mezzo milione di barili di greggio al giorno verso le raffinerie del Texas e del Golfo del Messico, a scatenare le proteste degli ecologisti. La decisione finale spetta alla Casa Bianca, che ancora una volta si trova incastrata fra le industrie che spingono da un lato, con l’appoggio repubblicano e il forte appiglio dei posti di lavoro, e gli ambientalisti che contestano dall’altro.

Secondo quanto afferma il gruppo Perryman, assunto da TransCanada per effettuare un’analisi economica del progetto, costruire l’oleodotto contribuirà alla creazione diretta di 13.000 posti di lavoro e indirettamente ne aggiungerà altri 7.000. Senza considerare l’impatto che avrebbero centinaia di operai ben retribuiti sulle economie locali: grosso modo quello che sta avvenendo in North Dakota, dove l’industria dei combustibili fossili, ritenuta fra i principali responsabili del cambiamento climatico, sta creando posti di lavoro a gran ritmo e sta spingendo l’economia delle piccole cittadine vicine ai giacimenti. A vincere, molto probabilmente sarà ancora il big business, un avversario troppo forte per un presidente a maggioranza ridotta.

È così che la crisi ha messo in ginocchio l’ecologia. L’economia americana debole, instabile, che fatica a riprendere il ritmo di crescita, ha ormai scavalcato la questione ambientale. A questo non può opporsi Barack Obama, accusato di essere un presidente antibusiness ma stritolato dagli interessi delle industrie, motore imponente della macchina economica statunitense, e dal ricatto repubblicano. Il suo piano di riforma ecologica si è scontrato duramente con la recessione e con il Congresso diviso, arenandosi e piegandosi alle imposizioni delle grandi aziende.

I prossimi dodici mesi saranno fondamentali per decidere della rielezione di Obama, che per guadagnare un maggiore supporto ha nel frattempo deciso di muoversi verso il centro. Se l’economia dovesse risollevarsi e tornasse guadagnare posti di lavoro per il quarantaquattresimo presidente una rielezione potrebbe essere molto più facile, con i soldi delle grandi industrie a finanziare la campagna elettorale.

Linkiesta, 13 novembre 2011

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