Pure Harvard s’indigna. L’élite sulle barricate

New York. Il vento delle proteste degli indignati è arrivato a soffiare anche su Harvard, la più prestigiosa università americana. La settimana scorsa settanta studenti del primo anno avevano abbandonato per protesta la lezione di Gregory Mankiw, professore di economia e consigliere prima di George W. Bush e ora del favorito alle primarie repubblicane Mitt Romney, le cui politiche economiche non sarebbero riuscite a evitare la crisi economica e non farebbero nulla per restringere il gap fra ricchi e poveri. Mercoledì notte centinaia di manifestanti hanno invece invaso l’Harvard Yard, il parco di dieci ettari che abbraccia l’università, per protestare contro lo  squilibrio nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti e soprattutto contro la presunta complicità dell’ateneo nella crisi economica che ha tolto il respiro al paese negli ultimi anni. Inizialmente la polizia del campus aveva chiuso i cancelli del prato per impedire l’accesso agli estranei, mentre i manifestanti sventolavano il tesserino universitario per entrare. Dopo aver marciato per le strade del campus e aver bloccato il traffico, la folla è riuscita infine con fatica a guadagnare l’accesso all’Harvard Yard, dimostrando la propria appartenenza all’università. Una tendopoli, definita con ironia dai media americani la più esclusiva della nazione, è cresciuta in poche ore ai piedi della statua del fondatore John Harvard. Studenti, professori, dipendenti e membri della comunità hanno incrociato le braccia in un’assemblea generale, dove hanno cominciato a discutere del ruolo dell’ateneo, secondo loro simbolo di privilegio e disuguaglianza, nel paese e nel mondo. “Vogliamo un’università per il 99%, non un business per l’1%”, hanno spiegato gli organizzatori della protesta al giornale studentesco Harvard Crimson. L’università di Cambridge, Massachusetts, è però il simbolo dell’elite a stelle e strisce, dell’esclusività della Ivy League, la fabbrica che costruisce l’1%. Nelle sue aule si sono formati i bersagli del movimento degli indignati: otto presidenti, fra cui Barack Obama, settantacinque premi Nobel, oltre a centinaia di banchieri e amministratori delegati, non ultimo il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. E nonostante promuova la diversità socioeconomica nel campus e abbia il record per le borse di studio concesse, lo scorso anno ha rifiutato il 94% degli studenti che hanno fatto domanda di ammissione. Per questi motivi il rally di Harvard viene visto da molti come una beffa, i figli dell’1% che contestano i padri e l’avidità della corporate America. Secondo il settimanale The Atlantic “Harvard è un luogo difficile dove rappresentare gli interessi del 99%”. Non tutti gli studenti sono i ricchi rampolli della classe dirigente americana, ma anche la pioggia di borse di studio spiega la rivista “non sarebbe possibile senza il generoso aiuto della Harvard Corporation”, la più antica azienda d’America, fondata nel 1650. Lo scorso anno l’università ha ricevuto 32 miliardi di dollari in donazioni, una cifra che la rende la seconda istituzione no profit più ricca al mondo, alle spalle della Chiesa Cattolica. “Credo profondamente che questo sia un momento nella storia americana che richiede un movimento popolare”, ha fatto presente all’assemblea generale Timothy McCarthy, ex studente e ora lettore dell’Università. “Sono felice di farne parte. Se Harvard è un luogo che produce persone di potere, allora deve essere un’istituzione dove il benessere pubblico è più importante del profitto privato”. Cultura e insegnamenti dell’università sono messi in discussione dai manifestanti, che denunciano la “corporizzazione dell’insegnamento messa in pratica a Harvard”, come hanno dichiarato in un comunicato pubblicato giovedì. “Il movimento Occupy Harvard è appena cominciato e preferisco non esprimermi ancora”, spiega al Riformista Kenneth Rogoff, ex economista del Fondo monetario e della Federal Reserve e professore di economia a Harvard. “Per quanto riguarda invece il movimento nazionale, dato il pessimo stato dell’economia e l’alto tasso di disoccupazione, specialmente fra i giovani, mi sorprende che non ci sia stata una maggiore esternazione di malcontento”. Secondo Rogoff “se il movimento dovesse trovare una direzione e degli obiettivi più chiari potrebbe divenire una forza influente per un cambiamento politico e sociale. Per il momento però non è ancora chiaro come verrà indirizzata l’energia del movimento”. A preoccupare gli Stati Uniti è anche la crisi che arriva dall’Europa, dall’Italia in particolare. “Ogni collasso improvviso nel sistema euro che porta a una recessione in Europa avrà un eco di profonda recessione negli Stati Uniti e nel resto del mondo”, afferma Rogoff. “Tuttavia l’Europa ha ancora diverse carte da giocare per rimandare il giorno del giudizio universale. L’euro però non sopravvivrà come sistema di una valuta per molti paesi. Ci sono due possibilità: o l’Europa cercherà una maggiore integrazione politica e fiscale, l’eurozona si dividerà”.

Il Riformista, 13 novembre 2011

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