Finito il sogno: cervelli americani in fuga

New York. Da sempre metà prediletta dei cervelli in fuga, gli Stati Uniti sono diventati improvvisamente un luogo da cui fuggire. Fin da quando nel 1620 i padri pellegrini sbarcarono a Plymouth, sulla costa del Massachusetts, l’America è stata una calamita per stranieri in cerca di nuove opportunità. Il ventesimo secolo è stato il secolo del sogno americano, il ventunesimo sta facendo registrare invece una forte inversione di tendenza: ora sono gli americani a cercare fortuna altrove. Secondo un sondaggio pubblicato dalla società di consulenza America Wave, il 2,5 per cento degli americani, circa 6 milioni di persone, ha intenzione di trasferirsi definitivamente all’estero. Due anni fa gli americani che pensavano di andare a vivere fuori dagli Stati Uniti erano appena lo 0,8%. “A causa della crisi finanziaria globale, gli imprenditori americani stanno abbandonando le proprie carriere in finanza per aprire nuove imprese a sud dell’equatore”, spiega a Libero Daniel Hatkoff, un ventottenne californiano che ha lasciato il suo lavoro in finanza da Warburg Pincus e si è trasferito in Brasile per fondare Pitzi, un’azienda che permette di aggiustare gli smarthphone online e che verrà lanciata a fine mese. “Gli ostacoli culturali qua in Brasile sono tanti, compresa una burocrazia incredibile e regimi fiscali complessi e astronomici, ma c’è una middle class che rappresenta oltre metà del paese, 200 milioni di persone, e gli imprenditori fiutano l’opportunità”, continua Hatkoff, uno dei 6,3 milioni di americani che secondo i dati del Dipartimento di Stato studia o lavora all’estero, un record assoluto per gli Stati Uniti. “Gli americani hanno sempre viaggiato, ma trasferirsi all’estero è molto meno tradizionale”, spiega a Libero Bob Adams, fondatore di America Wave. Secondo il sondaggio pubblicato dalla sua società, il numero di americani che sta cercando di trasferirsi all’estero è in forte aumento rispetto a due anni fa. La percentuale di americani fra i 25 e i 34 anni che stanno pensando di andare a vivere fuori dagli Stati Uniti è quintuplicata nel giro di due anni, passando da meno dell’1% del 2009 al 5,1% attuale. Il dato è ancora più impressionante per i giovani fra i 18 e i 24 anni: il 39,6% si dichiara interessato a cercare fortuna all’estero, un aumento del 15% rispetto a due anni fa. “Una delle ragioni è che cercano lavoro”, spiega Adams. “La recessione, però oltre a essere una causa di questa fuga è anche un deterrente. Ad esempio gli impedisce di vendere casa. Questa fuga è soprattutto una reazione a un’atmosfera ampiamente negativa. La gente cerca qualcosa di confortante e che dia speranza. I giovani adulti sono il futuro, e loro credono che la probabilità di trovare questo futuro altrove sia maggiore della possibilità di trovarlo a casa”. Per questo i giovani americani puntano Cina, Russia, India, o Sud America, realtà in forte crescita. “Gli americani stanno andando in oltre 170 paesi”, continua Adams. “Le attrazioni maggiori sono l’Asia e il Sud America. L’Europa ne attrae ancora qualcuno, ma meno che in passato, probabilmente perché i suoi problemi sembrano peggiori di quelli americani”. I dati mostrano un trend in forte aumento rispetto al 2009, quando la recessione già disturbava il sonno degli americani. “L’emigrazione, sia dal Nord America che dalle nazioni europee, continuerà ad aumentare finché i governi non riusciranno a confrontarsi con i propri problemi socioeconomici”, conclude Adams. Con la disoccupazione sempre intorno al 9%, a novembre era l’8,6%, l’economia americana non attrae più e i cervelli americani cercano all’estero il proprio futuro e nuove opportunità. I più richiesti sono informatici, ingegneri e insegnanti di inglese. E’ così che l’America, fondata sulla diaspora europea, vede fuggire i propri talenti.

Libero, 8 dicembre 2011

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