Come si fa un caucus

Des Moines. Per eleggere il presidente degli Stati Uniti si parte dalle aule scolastiche di Des Moines e dalle 99 contee dell’Iowa, lo Stato che inaugura le primarie repubblicane. Ad accogliere gli elettori che si presentano al caucus sono i volontari che lavorano per i vari candidati, che provano subito a convincere chiunque si avvicini come fossero venditori ambulanti. Non tutti possono però contare sull’aiuto di un rappresentante.

Al 17° collegio, che vota alla Perkins Elementary School, in una zona residenziale poco lontano dal centro di Des Moines, si nota subito la ingombrante presenza della macchina elettorale di Mitt Romney. A sostenerlo c’è Erin, una piacente ragazza di venticinque anni che lavora per il partito repubblicano e che ha deciso di fare la volontaria per l’ex governatore del Massachusetts. Erin sostiene che Romney sia il candidato migliore, l’unico in grado di battere Obama. «Il presidente ha molti soldi ed è bene organizzato», spiega, «per questo motivo bisogna eleggere il candidato più forte possibile». A contendersi gli elettori due metri più in là c’è Joy Ann, che di anni ne ha oltre sessanta e viene da Fort Worth, in Texas. È arrivata in Iowa a proprie spese per sostenere il governatore Rick Perry, per cui ha lavorato dieci anni. «È una persona leale», spiega Joy Ann, «uno che sta vicino agli amici e al paese allo stesso tempo». Le due donne aspettano gli elettori in corridoio, davanti alla porta dell’aula dove si terrà il caucus.

Entrando si nota subito la presenza di alcuni bambini che giocano fra i banchi, sui quali sono seduti parecchi anziani che già discutono fra loro. Sono divisi a gruppi secondo il candidato che sostengono, a giudicare dagli adesivi attaccati ai maglioni. Il nome di Romney compare più volte, quello di Gingrich una sola, ma in un grosso cartellone portato sotto braccio da John, il suo rappresentante. Stempiato, con le guance scavate, John parla con alcuni potenziali elettori e illustra i pregi del suo candidato. Lo ha seguito per vent’anni e lo considera una fabbrica d’idee conservatrici. John racconta anche che il procedimento per essere reclutati a parlare a nome dei candidati è molto semplice. «Ci bombardano di telefonate, e circa un mese fa mi hanno chiesto di parlare per Gingrich. Ho accettato». John ricorda anche di essere stato di sinistra fino a vent’anni fa, per ribellione al padre repubblicano. Poi però si è reso conto del proprio «errore». John considera Gingrich un candidato valido ed esperto in grado di conquistare la presidenza, «l’uomo con grandi risposte».

Sulla sinistra c’è il tavolo per la registrazione, in mezzo quello di Mike, il presidente temporaneo dell’assemblea che viene subito confermato all’unanimità. All’improvviso i 107 elettori bianchi e l’unico afroamericano presente si girano, appoggiano la mano sul petto e giurano sulla bandiera. È così che ha formalmente inizio il caucus dell’Iowa.

Mike spiega le regole, i rappresentanti potranno parlare tre minuti ciascuno per cercare di convincere gli altri, poi si procederà al voto, a scrutinio segreto. Inizia proprio John, che difende con passione Gingrich dalle accuse ricevute nelle ultime settimane. Poi è il turno di Richard, avvocato di Minneapolis, qua per sostenere Ron Paul. Richard attacca forte contro il National Defense Authorization Act, la legge che prevede la detenzione a tempo indeterminato e senza processo dei presunti terroristi, poi però divaga, sfora i tre minuti e viene congedato da Mike, molto fiscale. Dopo di lui tocca a Shannon, che è un uomo e parla per Santorum, «di cui apprezza i principi e i valori morali». Shannon ha votato per Obama nel 2008 e fino a due anni fa era indipendente. Il suo discorso però è poco convincente e fuori tema. Sul palco sale poi Joy Ann, che racconta della morte del figlio in guerra e della telefonata d’incoraggiamento ricevuta da Rick Perry. L’intervento della donna texana è toccante. Nonostante si atteggi da politica navigata, Erin – la sostenitrice di Romney – si emoziona e si impappina. Il suo tentativo di convincere gli elettori è maldestro e poggia sull’ineleggibilità degli avversari. Dopo di lei è il turno del sostenitore di Jon Huntsman. Sul palco sale uno studente di college che improvvisa un discorso particolarmente ispirato, senza il quale probabilmente l’ex ambasciatore americano a Pechino avrebbe terminato la serata con zero voti. A chiudere il dibattito è l’improponibile sostenitore di Michele Bachmann, che inizialmente era anche senza rappresentante. Mentre l’uomo parla la moglie, seduta al banco, riprende tutta la scena con una macchina fotografica. Indossano anche la stessa camicia a scacchi bianchi e neri.

Terminata la parata dei rappresentanti, si nota una straordinaria somiglianza con i rispettivi candidati. La rappresentante di Romney sembra anche lei un computer, quello di Santorum è un po’ ingenuo e conservatore sociale, mentre Richard, il sostenitore di Paul, sembra anche fisicamente una copia del deputato texano, solo più giovane.

A questo punto si vota, scrivendo il nome su un foglietto verde, e parte poi il rapido conteggio delle schede. Vince Romney con 31 voti, secondi Paul e Santorum, a 23. Gingrich resiste con 17 voti, mentre più lontani seguono Perry, con 7 voti, e Michele Bachmann e Jon Huntsman, fermi a tre. Il caucus finisce qua, gli elettori tornano a casa e Mike sbriga le ultime pratiche burocratiche. Nel frattempo cominciano ad arrivare i primi risultati dagli altri collegi. Così comincia la scelta del futuro potenziale presidente degli Stati Uniti.

Il Post, 4 gennaio 2012

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