Se Romney crolla, occhio al terzo uomo

Miami – Quando in South Carolina le luci della politica si sono spente sulla sorprendente vittoria di Newt Gingrich, i candidati alle primarie repubblicane si sono spostati in Florida, cominciando a riempire ristoranti, università, chiese e ogni angolo possibile dove rastrellare voti. Ad avere la maggior necessità di voltare pagina è soprattutto Mitt Romney, l’ex vincitore inevitabile a cui evangelici e conservatori sociali in South Carolina hanno devastato la campagna elettorale. La sconfitta rimediata sabato scorso ha cambiato le strategie dell’ex governatore del Massachusetts, che prima si è presentato al dibattito Nbc di Tampa lunedì attaccando ferocemente Gingrich come mai aveva fatto fino prima, quando ancora cercava di mostrare un distacco presidenziale, e poi ha finalmente reso pubblica nella stessa notte la propria dichiarazione dei redditi per il 2010 e le stime per il 2011. Attaccato costantemente per il suo passato da squalo della finanza, Romney ha rivelato introiti stratosferici, 21,7 milioni di dollari, e tasse estremamente basse, il 13,9%, che difficilmente potranno fare breccia nel cuore di un’America che ancora stenta a riprendersi dalla crisi economica. Gingrich dal canto suo è riuscito a emergere come la scelta dell’ala destra del partito, a lungo diviso fra lui e Rick Santorum. “Questo risultato potrebbe essere replicato negli altri stati del sud, che hanno elettorati simili”, spiega al Riformista l’analista conservatore Michael Barone, autore dell’annuale The Almanac of American politics. “La Florida tuttavia non sarà fra questi, fatta eccezione per la parte più a nord dello Stato”. Dopo essere “inciampato sulla questione delle tasse”, continua Barone, “Romney sta ora mandando in onda spot elettorali tosti contro Gingrich, mentre Santorum sta portando avanti la teoria esposta nella notte elettorale del South Carolina, ovvero quella di essere un candidato più conservatore di Romney e più costante di Gingrich”. Secondo Barone gli abitanti del South Carolina sono stufi della copertura di parte e adulatoria che Barack Obama riceve dai media americani e scegliendo Gingrich hanno voluto mandare un messaggio. “Gingrich è rientrato in partita in modo spettacolare, dimostrando di aver giocato benissimo due dibattiti cruciali”, afferma al Riformista Larry Sabato, celebre direttore del Center for Politics della University of Virginia, prestigiatore del pronostico che durante le elezioni di metà mandato del 2006 fu l’unico a indovinare l’esatto numero di seggi conquistato dai democratici in Congresso. “Dopo l’intervista dell’ex moglie, che lo ha accusato di averle chiesto un matrimonio aperto prima del divorzio, Gingrich ha affrontato lo scandalo come meglio non avrebbe potuto, trasformando una situazione negativa con gli elettori in positiva. In South Carolina ha ricevuto una spinta da questo scandalo non troppo diversa da quella ricevuta da Bill Clinton, il suo grande nemico, ai tempi dell’impeachment per la storia con Monica Lewinsky”.  Secondo Sabato le primarie della Florida, dove si voterà il 31 gennaio, saranno determinanti per capire quale forma assumerà la contesa dopo gennaio. “Se Gingrich vince allora potrebbe davvero trovarsi in ottima posizione, ma anche se dovesse perdere ha tutto per fare molto bene negli altri stati conservatori del sud. Romney rimane un candidato forte ed è il favorito, ma non è più proibitivo per altri. Continua a beneficiare di un’opposizione disorganizzata, senza soldi e polarizzata, che lo ha avvantaggiato sin dall’inizio”. In Florida sarà una lotta all’ultimo voto, spiega Sabato, “un altro collasso in stile South Carolina avrebbe conseguenze disastrose per Romney e potrebbe portare all’ingresso in campo di un nuovo candidato”. Secondo Barone tuttavia nessuno dei possibili sfidanti, da Mitch Daniels in giù, ha intenzione di candidarsi né di sfidare Barack Obama. “Comunque ci sono tutte le ragioni per credere che si andrà avanti almeno fino al Super Tuesday del 6 marzo, se non oltre”, riprende Sabato. “Non possiamo escludere che il lotto dei candidati non sia ancora completo, specialmente se Gingrich dovesse vincere in Florida. L’establishmente repubblicano non vuole Gingrich come proprio candidato. Punto”.

Il Riformista, 26 gennaio 2012

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