Mitt Romney si prende la Florida

Tampa. Mitt Romney ha conquistato la Florida e i suoi 50 delegati. In uno degli ultimi Stati in cui il vincitore prende tutti i delegati in palio, l’ex governatore del Massachusetts si è imposto facilmente su Newt Gingrich. Ron Paul e Rick Santorum avevano lasciato lo Stato già nei giorni precedenti al voto, sicuri di non avere nessuna possibilità di intromettersi nella lotta al vertice. Gli elettori repubblicani della Florida hanno scelto così il proprio candidato alla presidenza, l’uomo che ritengono più adatto a sfidare Barack Obama a novembre. Alla chiusura del Manifesto i risultati non erano ancora stati resi noti, ma la vittoria di Romney non sembrava in discussione. La campagna di Romney in Florida tuttavia non è stata così semplice come i sondaggi degli ultimi giorni, che lo davano in vantaggio anche del 16% su Gingrich, possono lasciar pensare. Nei giorni immediatamente successivi alla larga e sorprendente vittoria in South Carolina, lo scorso 21 gennaio, l’ex speaker sembrava in grado di unire i repubblicani del Sunshine State e infliggere un’altra dura sconfitta al grande favorito Romney. Poi però le cose sono cambiate di colpo. Nei primi comizi in Florida l’ex governatore del Massachusetts appariva stordito, ma in quelle stesse ore stava mettendo a punto la strategia per conquistare un elettorato difficile come quello che si trovava davanti. La Florida è un territorio complicato, frammentato elettoralmente e demograficamente. A un nord povero, evangelico e conservatore con una forte concentrazione afroamericana si contrappone un centro industrializzato in bilico fra democratici e repubblicani. A sud, nell’area del Golfo, la popolazione è più ricca, mentre nella zona di Miami c’è la più alta concentrazione ispanica. Il voto ispanico è a sua volta frammentato. Ci sono i vecchi esuli cubani, una borghesia ricca e conservatrice fuggita dalla revolucion, che vota per i repubblicani. Poi ci sono i loro figli, che con i soldi di famiglia hanno studiato nelle migliori università d’America sviluppando un pensiero liberal. Lo stesso è accaduto ai ricchi imprenditori sudamericani che a Miami hanno fatto fortuna, ai trafficanti di droga messicani, e ai loro figli. Ai vecchi repubblicani rispondono i giovani, democratici. Diverso è il discorso per le aree povere, divise fra democratici e repubblicani. E’ per questo motivo che la Florida è uno swing state, uno stato in bilico. L’elettorato di questo Stato rappresenta ogni sfumatura dell’America ed è un valido banco di prova per le aspirazioni presidenziali dei candidati. Ed è questo il motivo per cui Mitt Romney non poteva fallire. L’ex governatore ha messo da parte gli attacchi a Barack Obama e ha puntato Gingrich, assumendo una squadra che lo aiutasse ad apparire più cattivo nei dibattiti. A guidarla c’era Brett O’Donnell, ex consigliere di Michele Bachmann durante la vittoriosa campagna in Minnesota due anni fa. Nello stesso momento l’establishment repubblicano faceva cerchio intorno a lui, attaccando Gingrich dai principali quotidiani conservatori. Il messaggio era chiaro: Gingrich non è il candidato del partito. I risultati si sono visti al dibattito di Jacksonville, giovedì scorso, quando Romney ha attaccato ferocemente l’ex speaker, visibilmente disorientato, mettendolo all’angolo già dai primi minuti e assicurandosi una importante vittoria psicologica. I sondaggi si sono rovesciati, l’ex speaker ha provato a dargli del “moderato del Massachusetts, a favore dell’aborto, del controllo delle armi e dell’aumento delle tasse”, ma non è bastato. Romney ha continuato la sua ascesa nei sondaggi e l’unico obiettivo di ieri era infliggere a Gingrich la sconfitta più ampia possibile, per metterlo ko almeno fino al Super Tuesday del prossimo 6 marzo.

Il Manifesto, 1 febbraio 2012

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