A Romney il Michigan. E ora il Super Tuesday

Detroit. Nella notte di martedì Mitt Romney ha conquistato Michigan e Arizona, allontanano l’ombra di Rick Santorum che si allungava sulle primarie repubblicane. In Arizona la vittoria di Romney era scontata ed è arrivata con il 47,3% dei voti contro il 26,6% dell’ex senatore della Pennsylvania, grazie anche all’aiuto del governatore Jan Brewer e del senatore John McCain. In Michigan invece è stata una vittoria minima, di appena tre punti, ma fondamentale soprattutto a livello psicologico. A Detroit Romney è nato e cresciuto e una sconfitta in riva ai Grandi Laghi avrebbe avuto effetti disastrosi a livello d’immagine. La sua presa di posizione contro il piano di salvataggio dell’industria automobilistica varato dal presidente Barack Obama e le solite dichiarazioni infelici in uno Stato duramente provato dalla crisi avevano rilanciato le aspirazioni di Santorum, forte anche della tripletta in Minnesota, Missouri e Colorado di tre settimane fa. Col senatore di origine italiana si erano schierati oltretutto tantissimi democratici, ansiosi di azzoppare la candidatura di Romney, considerato il vero pericolo per Obama a novembre. Santorum poteva inoltre contare sul nordovest dello Stato, una terra di tradizione conservatrice e religiosa, con una nutrita comunità della chiesa riformata olandese molto attratta dalle sue posizioni radicali sulle questioni sociali. Eppure Romney ha vinto lo stesso, i suoi sostenitori si sono stretti attorno a lui e hanno apprezzato anche il suo no al bailout di Obama, che per i repubblicani del Michigan è stata un’indebita intrusione del governo che ha alterato il mercato. “Detroit si sarebbe salvata lo stesso”, ci hanno detto in molti durante la notte elettorale di Romney a Novi, non perdendo l’occasione per complimentarsi con l’Italia per il “grande lavoro” svolto da Fiat e da Sergio Marchionne con Chrysler. “Ha studiato a Windsor, in Canada, al di là del fiume”, ci aveva spiegato Ed, influente membro del partito democratico locale, “Marchionne conosce la mentalità di questo posto e ha fatto un ottimo lavoro”. Nella notte di martedì il quartier generale di Romney ha accolto la notizia della schiacciante vittoria in Arizona con un boato. Quando i maxischermi, che inizialmente con Santorum in vantaggio erano stati spenti, hanno assegnato all’uomo di casa anche il Michigan è partita la festa, sulle note dei grandi cantanti della Motown, Diana Ross e Marvin Gaye in testa. Mentre l’ex senatore della Pennsylvania a Grand Rapids ammetteva la sconfitta ma non ammainava la propria bandiera, Romney poteva tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Perdere il Michigan, dove oltretutto suo padre fu un governatore molto amato da repubblicani e democratici negli anni sessanta, avrebbe voluto dire presentarsi al Super Tuesday della settimana prossima come un candidato fragile. Ora invece, dovesse uscire sconfitto in Ohio, lo Stato più importante dei dieci che martedì prossimo andranno alle urne, Romney sarebbe comunque in grado di ammortizzare i danni. I due delegati ottenuti in più rispetto all’ex senatore, specie considerando i 1.144 necessari per ottenere la nomination, non dicono abbastanza dell’importanza di questa affermazione. Romney non convince ancora la base del partito repubblicano, ma martedì notte ha scavato un piccolo solco fra lui e Santorum.

Il Manifesto, 1 marzo 2012

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