Primarie caraibiche per il Gop

San Juan (Portorico). Nella guerra interna al partito repubblicano c’è un’isola caraibica che è diventata improvvisamente terreno di conquista. Si tratta di Portorico, territorio non incorporato degli Stati Uniti, parte del Commonwealth, isola caraibica stretta fra la Repubblica Domenicana e le Isole Vergini. Portorico è un territorio americano dal 1898, quando al termine della guerra ispanoamericana gli spagnoli cedettero l’isola agli Stati Uniti insieme alle Filippine e Guam. L’isola mantenne però la sua indipendenza e nonostante nel 1917 i portoricani divennero cittadini americani a tutti gli effetti, non hanno diritto di voto in Congresso e non possono votare alle elezioni presidenziali. Ma alle primarie sì. E’ per questo motivo che dopo la doppia dolorosa sconfitta subita in Mississippi e Alabama martedì scorso, il grande favorito per la nomination repubblicana Mitt Romney si è spinto nell’isola caraibica per fare campagna elettorale. Portorico domani assegnerà ben 23 delegati, molti più di alcuni stati americani. Martedì scorso proprio l’ex governatore del Massachusetts ha dimostrato inoltre l’importanza dei territori in questa delicata campagna elettorale: nonostante Santorum avesse vinto due stati popolosi, Romney ha ottenuto infatti un numero maggiore di delegati grazie al trionfo alle Samoa Americane. Alla vigilia dei delicati caucus del Missouri, dove si vota oggi e dove Rick Santorum aveva già trionfato il 7 marzo, quando però non si assegnavano delegati, i due principali sfidanti in queste primarie stanno dando la caccia al voto dei portoricani, un popolo profondamente scisso fra l’attrazione dell’America e la difesa della propria identità e indipendenza. Nell’isola sono due le correnti principali. C’è il partido republicano de Puerto Rico, affiliato al Gop americano, che punta forte sul referendum per l’annessione agli Stati Uniti che si terrà a novembre, il quarto in 45 anni, e poi c’è il partido popular democrático de Puerto Rico, che invece si batte per l’indipendenza totale e per il mantenimento della lingua spagnola. Già, perchè qua si parla sia spagnolo che inglese, e sono in molti a rifiutare l’idioma dei gringos, degli americani. Per i vicoli lastricati di Old San Juan può capitare di imbattersi in persone che si rifiutano di rispondere se interpellate in inglese. “Siamo tutti americani”, ci fa notare una ragazza, “ma vogliamo parlare spagnolo”. Proprio sulla spinosa questione della lingua è scivolato negli ultimi giorni Rick Santorum, il candidato dietro cui si è allineata la destra conservatrice e religiosa del partito. Interpellato dal quotidiano locale El Vocero, l’ex senatore italoamericano ha spiegato che Portorico “dovrebbe rispettare le leggi federali come ogni altro Stato, e quindi adottare l’inglese come lingua principale”. Questa legge, tuttavia, non esiste. Una gaffe simile, commessa alla vigilia del voto in Michigan, gli era costato il voto dei cattolici, la sua gente, e la conseguente sconfitta. “Il discorso di Kennedy sulla separazione fra Stato e Chiesa mi ha quasi fatto venire voglia di vomitare”, aveva detto allora, perdendo in un colpo solo il vantaggio accumulato in dieci giorni di dura campagna. Già durante il discorso della vittoria martedì sera all’Hilton di Lafayette, in Louisiana, Santorum aveva comunque annunciato che avrebbe passato i due giorni seguenti a Portorico. “Vogliamo essere sicuri che tutti sappiano che facciamo campagna ovunque ci siano delegati”, aveva detto, “perchè vinceremo questa nomination prima della convention”. Mercoledì mattina Santorum era già a Old San Juan, dove ha incontrato gli elettori al ristorante Grille 304. Dopo una serie di eventi l’ex senatore è volato in Missouri, proprio mentre ieri mattina Mitt Romney atterrava all’aeroporto di Isla Grande per una campagna di ventiquattro ore fra il municipio di Old San Juan e il mercato di Bayamon. Nonostante il “solido sostegno del governatore di Portorico Luis Fortuño”, come comunicato dallo staff di Romney, l’ex governatore negli ultimi giorni ha visto però calare i propri consensi nell’isola. La causa è stato uno spot in cui accusava Santorum di aver votato all’inizio degli anni novanta, quando era ancora in Senato, a favore di Sonia Sotomayor, giudice newyorkese di origine portoricana nominata nel 2009 alla Corte Suprema. L’intenzione di Romney era attaccare Santorum per aver appoggiato un giudice liberal, ma a Portorico, dove Sotomayor è estremamente popolare, il video è stato interpretato diversamente. Nella lotta per la conquista dell’isola avrà domani un ruolo importante anche il governatore Fortuño, cinquantaduenne molto amato, che negli ultimi mesi è entrato nel lotto dei possibili vicepresidenti ispanici, espediente per la conquista di un elettorato latino molto vicino a Barack Obama, insieme a Marco Rubio, senatore della Florida, Susana Martinez e Brian Sandoval, governatori di New Mexico e Nevada. Fortuño, che conosce Santorum da anni ma ha annunciato il suo endorsement a Romney già alla vigilia delle primarie in Florida di gennaio, si è sempre dichiarato non interessato a un’eventuale vicepresidenza, ma intenzionato piuttosto “a rimettere a posto Portorico”. Due giorni prima del voto il governatore, in carica dal 2009 e all’inseguimento di un secondo mandato, ha difeso Romney intervenendo nella polemica seguita allo spot contro Sotomayor. “Quando competi in una campagna nazionale quello che fai in una parte del paese ti si può ritorcere contro da un’altra parte, è così che funziona”, ha spiegato ad Abc provando a far rientrare il caso e dichiarandosi comunque orgoglioso di Sotomayor. E’ in questa situazione che si arriva al voto di domani, e nonostante nell’isola non siano effettuati sondaggi, è prevista un’affluenza alle urne molto alta, forse 400.000 elettori. Fra i vicoli antichi di Old San Juan e sulle spiagge bianche e sterminate, circondate da palazzoni anni sessanta, nelle strade dove si mischiano le grandi multinazionali americane e i caratteristici bar che servono caffè dei caraibi, andrà in scena domani un nuovo capitolo di questa lotta che sta piegando il partito repubblicano, alla ricerca di un candidato affidabile e soprattutto di un’identità.

Il Manifesto, 17 marzo 2012

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