Libero 4Libero 3New York. «No? Davvero? Subito dopo l’aumento delle tasse? Oh, no! Vuol dire che non riusciranno a raccogliere tutte le entrate che credevano di avere con l’aumento delle tasse? Ma quanto sono stupidi?». Arthur Laffer commenta così la revisione al ribasso degli introiti fiscali stimati cui l’Italia è stata recentemente costretta. «Questo ovviamente conferma la Curva di Laffer», sorride. Arthur Laffer è il leggendario economista americano, principale consigliere economico di Ronald Reagan, ma soprattutto padre dell’omonima curva, cioè la teoria secondo cui esiste un livello del prelievo fiscale oltre cui l’attività economica non è più conveniente e il gettito diminuisce. Laffer, che sta per compiere 72 anni, disegnò la sua famosa curva su un tovagliolo del ristorante «Two Continental», a Washington, in un pomeriggio del 1974 nel corso di un incontro con Dick Cheney e Donald Rumsfeld durante il quale contestò l’aumento delle tasse imposto dall’allora presidente Gerald Ford. Ma la stessa teoria fu poi presa tremendamente sul serio nel 1980 da Ronald Reagan, candidato repubblicano alla presidenza, che sulle tesi di Laffer costruì il più massiccio taglio di tasse che la storia americana abbia mai conosciuto. Dopo gli studi economici fra Yale e Stanford, Laffer ha insegnato alla Business School della University of Chicago, prima di trasferirsi alla University of Southern California e poi a Pepperdine, università nascosta fra le dune della spiaggia di Malibu. Non fa mistero di aver votato per Clinton nel 1992 e nel 1996, di essere stato un «democratico kennediano negli anni sessanta», ma si considera «soprattutto un repubblicano reaganiano». Ronald Reagan «è stato il miglior presidente del secolo scorso», spiega a Libero nel corso di un’intervista telefonica da Nashville, in Tennessee, dove ha aperto la Laffer Associates, il suo studio di consulting. Si è appena trasferito dalla California del sud, «perché qui non ci sono imposte statali sul reddito, ed è una cosa bellissima». Laffer è gentile, amichevole, e prima di cominciare a parlare si scusa perché le sue opinioni «saranno molto diverse da quelle degli altri».

Dottor Laffer, quale è la sua idea sulla crisi che attanaglia l’Europa?
«Credo che il problema principale dell’Europa siano gli Stati Uniti. Quando la nazione principale comincia a esitare, i problemi si diffondono anche verso gli altri Paesi. Se gli Stati Uniti avessero tenuto in ordine la  spesa, non ci sarebbe nessuna crisi in Italia, Spagna o Grecia. Le politiche di stimolo messe in atto dal mio Paese, dal vostro Paese e dagli altri sono la causa della crisi. E la colpa è dei professori americani».

Quindi è d’accordo con il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, che recentemente ha polemizzato con gli Stati Uniti sostenendo che la crisi non ha origine in Europa?
«Monti ha ragione. Sa qual è la risposta a questa crisi? Bisogna smettere di spendere. Bisogna smetterla di dare soldi a persone disoccupate, di finanziare operazioni in perdita, di utilizzare i soldi dei contribuenti per sovvenzionare chi non paga le tasse. Tutti i pacchetti di stimolo sono ricaduti sulle spalle del settore produttivo, e non ho mai sentito di un’economia che prospera tassandosi. L’Europa dovrebbe semplicemente smettere di spendere, non hanno abbastanza soldi».

Quale dovrebbe essere il ruolo della Banca centrale europea?
«La Bce non dovrebbe assolutamente preoccuparsi della solvibilità. La Bce dovrebbe preoccuparsi della liquidità. Il ruolo delle banche centrali non è finanziare operazioni in perdita, ma fornire liquidità all’economia. Purtroppo la Bce, sotto Trichet e Draghi, si è comportata esattamente come il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke: si è preoccupata della solvibilità. Per questo la Fed è letteralmente in bancarotta. Hanno esteso il proprio budget da circa 850 miliardi di dollari a 2.700 miliardi di dollari e sono in possesso di tutti i titoli di stato a lunga scadenza a interessi bassissimi. Se i tassi d’interesse sui bond decennali raggiungessero l’8 o il 9 per cento (al momento sono all’1,65%), il bilancio della Fed subirebbe perdite devastanti, anche di 1.000 miliardi di dollari».

Come vede la situazione dell’eurozona? Pensa che l’Italia potrebbe uscire dall’Euro?
«Sarebbe una tragedia, così come se a uscire fosse la Grecia. Il problema è che la Bce sta gestendo l’Euro nel modo sbagliato. Stanno provando a finanziare la solvibilità, quando si tratta di una valuta. L’idea di una valuta comune è meravigliosa per l’Europa, ma quella di una politica fiscale comune non lo è affatto».

Come dicevamo, dopo aver aumentato le tasse l’Italia ha rivisto al ribasso le stime sugli introiti fiscali attesi di 3,5 miliardi di Euro. Questo confermerebbe la sua teoria. Cosa ne pensa?
«O non capiscono nulla di economia, oppure ascoltano solo i professori di Princeton e Harvard. Se tassi le persone che lavorano e dai soldi a persone che non lavorano, ottieni solamente più persone che non lavorano. Se tassi i ricchi e dai i loro soldi ai poveri, ottieni solamente più poveri e meno ricchi. Obama, per esempio, non lo capisce affatto».

Che idea si è fatto di Monti?
«Sono fiducioso. L’Italia però non ha pieno controllo su ciò che succede in casa sua. È nel vortice dell’economia globale e quindi non è uno degli attori principali. L’Italia è più soggetta agli errori di Barack Obama che a quelli del suo governo. Sono pochi i Paesi europei che stanno andando bene, e non perché gli altri abbiano pessimi leader: semplicemente sono quelli che non hanno avallato pacchetti di stimolo. L’Italia l’ha fatto e ora si ritrova a pagarne le conseguenze».

Qual è il suo giudizio su Obama?
«Barack Obama ha fatto un pessimo lavoro con l’economia americana e questo si è riflettuto anche sull’Italia. L’economia può prosperare e crescere solamente con una minore presenza del governo, non con una maggiore intrusione. La spesa del governo è importante, è necessaria e nessuno lo mette in discussione. Ci sono però dei limiti, che abbiamo superato. Il governo non crea prosperità. Il governo non crea risorse ma le ridistribuisce».

Il ridimensionamento del governo è una delle idee principali dei Tea Party. Cosa ne pensa di questo movimento?
«I Tea Party credono che la spesa del governo non dovrebbe essere così alta. Ritengono che le politiche governative non dovrebbero essere così invasive. Quando usciamo dal campo economico non so quali siano le loro idee, ma sull’economia hanno ragione».

Pensa che ci sia una forte polarizzazione in questa campagna elettorale?
«In questa campagna c’è la stessa polarizzazione degli anni Ottanta. Ma non c’è nessun democratico che gestirebbe la propria famiglia nel modo in cui Obama vuole guidare il Paese. Sanno che è sbagliato».

Girando gli Stati Uniti durante le primarie repubblicane ho sentito decine di persone invocare un nuovo Reagan. Che impressione ha di Mitt Romney?
«Credo sia una brava persona, un buon candidato. Non so se è il miglior candidato, è un giudizio che potremo dare solo a posteriori. Chi avrebbe mai detto che Ronald Reagan sarebbe diventato il miglior presidente del secolo scorso? Nel 1980 non lo voleva nessuno. Io gli ero molto vicino, mi è sempre piaciuto, ma nessuno dei miei colleghi credeva che lui valesse. I professori lo ritenevano uno sciocco. Ora vorrebbero tutti essere stati dalla mia parte».

Riuscirà Romney a sconfiggere Obama a novembre?
«Credo che Mitt Romney vincerà alla grande e che abbia molte possibilità di diventare un ottimo presidente, ma non si può mai sapere.  Jimmy Carter è un uomo intelligente, come Obama: il presidente si è laureato alla Columbia, ha frequentato la Harvard Law School, ne ha diretto la rivista ed ha insegnato alla University of Chicago. Il loro problema è che hanno torto. E non c’è nulla di peggio di un professore che ha torto, perché non ammette mai di essersi sbagliato. Obama è una brava persona, non ho niente di personale contro di lui. Ma sbaglia».

Libero, 23 giugno 2012 (Pag 1, Pag 5)

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