Il giudice scelto da Bush salva Obama e la riforma. “E’ una tassa sulla sanità”

New York. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha giudicato costituzionale la riforma sanitaria di Barack Obama, permettendo al presidente di compiere un passo decisivo verso la rielezione. Il massimo tribunale americano, che fino alla mattina di ieri sembrava intenzionato ad abrogare la principale vittoria politica del presidente, si è espresso sorprendentemente a favore della riforma sanitaria confermando l’individual mandate, la parte più controversa dell’Obamacare che obbliga tutti i cittadini ad acquistare una copertura sanitaria entro il 2014 o a pagare una multa. La riforma, approvata nel marzo del 2010 senza neanche un voto dei repubblicani in Congresso, era stata contestata da 26 stati secondo i quali la legge sarebbe stata un abuso di potere del parlamento americano e avrebbe infranto i diritti degli stati stessi e le libertà individuali degli americani. Diversa però è stata l’interpretazione della Corte, che ha fatto ricadere l’individual mandate fra i poteri di tassazione del parlamento. La Corte ha confermato anche l’obbligo per le compagnie assicurative di fornire una copertura sanitaria anche a persone con condizioni di salute precarie. I giudici hanno apportato solo una modifica alla sezione riguardante il Medicaid, limitando l’estensione del programma sanitario per i poveri. La decisione è stata in bilico fino all’ultimo, con la Corte che ha scritto una sentenza di straordinaria indipendenza con 5 voti a favore della riforma di Obama e 4 contrari. I giudici Antonin Scalia, Anthony Kennedy, Clarence Thomas e Samuel Alito, tutti di area conservatrice, si sono schierati contro la riforma, specificando che la avrebbero abrogata completamente. Fra i favorevoli Ruth Ginsburg e Sonia Sotomayor avrebbero salvato la riforma per intero, mentre Stephen Breyer, Elena Kagan e soprattutto il presidente della Corte John Roberts si sono trovati d’accordo nel limitare l’estensione del Medicaid. Fra i quattro giudici di area democratica spicca la presenza del chief justice Roberts, nominato da George W. Bush, il cui voto è risultato decisivo per il destino di una riforma che estende la copertura sanitaria a oltre 30 milioni di americani. “La costituzione permette l’adozione di tasse simili”, ha scritto Roberts. “Non è compito della Corte Suprema bocciare questo atto né sottoporlo a un giudizio di merito o correttezza”. Le 193 pagine di questa storica sentenza spianano dunque la strada di Obama verso la rielezione. Nonostante i duri attacchi ricevuti il presidente non ha mai fatto marcia indietro, riuscendo a realizzare e poi a difendere la più grande ristrutturazione del sistema sanitario americano dagli anni sessanta. Per Obama si tratta di un successo fondamentale in chiave politica, una vittoria con cui ha rafforzato la propria immagine di leader e soprattutto la propria credibilità che sembrava poter vacillare insieme alla riforma. Ma i repubblicani sono pronti a cavalcare la sentenzaw per dare battaglia. Intervenendo da Washington, il candidato repubblicano Mitt Romney ha immediatamente attaccato il verdetto della Corte promettendo di abrogare la riforma nel suo primo giorno di presidenza. “L’Obamacare era una legge sbagliata ieri e lo è anche oggi”, ha spiegato l’ex governatore del Massachusetts. “Questa riforma aumenta le tasse agli americani di 500 miliardi di dollari e nonostante questo aggiunge migliaia di miliardi di dollari al debito pubblico americano”. Obama ha risposto con un video registrato nella East Room della Casa Bianca. Con un sorriso soddisfatto che gli attraversava il volto ha ribadito che la sentenza della Corte Suprema “è una vittoria del popolo americano” e che questa decisione “renderà la sanità più sicura e più accessibile.  Continueremo a migliorarla per quanto possibile”, ha concluso, “sicuramente non torneremo indietro in questa riforma che una volta aveva un sostegno bipartisan, compreso quello di Mitt Romney”. La vittoria è stata dunque importantissima quanto inaspettata, ma l’Obamacare resterà al centro del dibattito politico nei mesi che porteranno alle elezioni del prossimo 6 novembre.

Il Giornale, 29 giugno 2012

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