La lezione americana di Renzi: D’Alema parla ma non ha più voti

Charlotte. Massimo D’Alema è il simbolo di un partito vecchio. Matteo Renzi risponde così da Charlotte, dove si trova per assistere alla convention del partito democratico americano, alle critiche piovutegli addosso dall’ex segretario del Pds, che lo ha definito inadeguato a governare l’Italia. Il sindaco di Firenze, candidato alle primarie del Pd, incontra la stampa italiana ai tavolini del bar dell’Hilton, intorno a cui si anima la convention che si chiuderà questa sera con l’accettazione della candidatura da parte del presidente Barack Obama. Renzi, con le maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito e un’orgogliosa cravatta viola, è pimpante, battagliero, dopo le ultime critiche ricevute dalle alte sfere del partito democratico italiano. “C’è un gruppo dirigente, che secondo me ha fatto il suo tempo, che si autodefinisce unico rappresentante del Pd, ma lo vedremo alle primarie”, lancia la sfida il giovane sindaco fiorentino, accusato da molti di spaccare il suo stesso partito. “Nella visione d’alemiana, dove la centralità sta nelle relazioni fra segretari, fra gruppi dirigenti e fra schemi parlamentari, è sicuramente vero che fungiamo da rottura, ma secondo me è il momento di aggirare queste cose. Se ci sono le primarie sono i cittadini a determinare il programma. D’Alema è andato a Palazzo Chigi non perché è stato eletto, ma perché ha cucito una relazione con Mastella e Cossiga e con quello che avanzava del centrosinistra. Quella di D’Alema è una logica che non condivido”, afferma Renzi, accompagnato da Marco Carrai e Giuliano da Empoli. “Vedo che c’è tanta gente che vuole fare questa battaglia. Ai dirigenti del mio partito dico che questa competizione allarga il campo dei democratici, non lo restringe. E’ un’opportunità”. Renzi, che ha parlato di sfida generazionale con il partito ma anche di contenuti, ha anche affrontato la questione fiscale italiana. “L’Italia ha delle caratteristiche”, ha spiegato, “per cui continuare oggi con questa pressione fiscale significa mettere in ginocchio non soltanto la middle class, ma anche le famiglie che hanno sempre pagato le tasse. Negli Stati Uniti si recuperano 50 miliardi di dollari all’anno, da noi si accertano, non si recuperano, 11 miliardi di euro. La generazione che ci ha preceduto”, ha affermato, “ha pensato che bastasse rinviare i problemi e lo ha fatto per anni. Il simbolo è il debito pubblico, passato da un’incidenza sul Pil del 60% a una del 123% nel giro di una generazione”. Nel corso dei due giorni passati a Charlotte Renzi, invitato dal Center for American Progress, think thank liberal fondato da John Podesta, ex capo dello staff di Bill Clinton, ha incontrato anche l’ex segretario di Stato Madeleine Albright e il parlamentare laburista britannico Dave Miliband, con i quali ha preso a parte a un pranzo di lavoro. Subito dopo, prima di ripartire verso Roma, ha partecipato a una tavola rotonda con i sindaci di Charlotte e Philadelphia, Anthony Foxx e Michael Nutter. “Essere qua è una fortissima emozione”, ha affermato Renzi, “ma ho anche avuto la possibilità di continuare a lavorare a relazioni già aperte da tempo. E’ stata una pausa di 36 ore fatta volentieri, ovviamente a mie spese. Sono qua come semplice cittadino, non come sindaco.” Fra i vari appuntamenti, Renzi ha preso parte anche un incontro della Bob Kennedy Foundation. “Ieri ero con Kerry Kennedy”, ha raccontato il sindaco, “e ho capito che gli americani hanno un senso della narrazione strepitoso. Pensate cosa sarebbero le nostre opere d’arte con una sufficiente narrazione. Questa è strategia politica. E se ripenso a Clinton e Gore che festeggiano la vittoria a Little Rock nel 1992, ero al liceo, mi rendo conto che noi siamo indietro di vent’anni”.

Libero, 6 settembre 2012

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