Charlotte. E’ stata una notte indimenticabile per Barack Obama. Il presidente ha ricevuto ieri sera l’abbraccio entusiasta del popolo liberal, che gli ha giurato fedeltà e ha promesso di mantenerlo alla Casa Bianca. Qualche minuto dopo le dieci il presidente degli Stati Uniti è salito sul palco della convention democratica di Charlotte per accettare la nomination del partito e per tracciare le linee di un secondo mandato. Accolto dall’ovazione della Time Warner Cable Arena, il presidente è entrato energicamente negli ultimi due mesi di campagna elettorale, tendendo la mano a un paese in difficoltà e stremato da una ripresa economica tortuosa e infinita. In ballo c’era la sicurezza del posto di lavoro per gli americani, come ha notato il presidente, ma anche per Obama stesso, come non hanno mancato di puntualizzare con sarcasmo i commentatori bipartisan che hanno affollato Charlotte in questi primi giorni di settembre. Obama ha guardato negli occhi gli elettori e li ha fatti viaggiare indietro nel tempo, riportandoli all’inizio della sua presidenza e provando a dimostrare come le loro siano oggi vite migliori. Davanti alle figlie Sasha e Malia, arrivate in aereo dopo la scuola, ha parlato di promesse, mantenute e rinnovate, e ha guardato al futuro del paese disegnando grandi obiettivi. Minacciata da una tempesta, la notte di Obama non è andata però secondo i piani. Il presidente, che aveva immaginato l’abbraccio di 74.000 persone in una calda notte di fine estate al Bank of America Stadium, si è dovuto accontentare dell’affetto dei 20.000 del palazzetto. Quello che colpisce, camminando sul floor fra le sedie dei delegati, è però la passione nei confronti di un presidente che quattro anni fa era entrato alla Casa Bianca promettendo di cambiare il paese. “Ha fatto tanto per noi”, hanno ripetuto incessantemente al Giornale ispanici, afroamericani, donne, indiani d’America, attivisti per i diritti degli omosessuali, operai, immigrati e membri di una classe media fiaccata dalla crisi. Mentre migliaia di persone sono rimaste chiuse fuori dai cancelli con in mano il biglietto d’ingresso, passo falso a cui l’amministrazione ha cercato di rimediare organizzando una conference call ieri pomeriggio, Obama ha illuminato con le sue parole una platea che lo ha ascoltato assorta, per poi esplodere in prolungati e appassionati applausi. Ha dato voce alle minoranze, ai diritti civili, si è impegnato nella ricerca di una giustizia sociale ottenibile con l’aiuto di uno Stato buono che aiuta i più deboli e ha puntato con forza sulla middle class, che sarà decisiva a novembre. Il presidente ha insistito nel proporsi come la soluzione per l’instabile economia del paese, ha promesso opportunità a tutti i cittadini e ha lanciato un avvertimento: una presidenza Romney farebbe solo del male. Oggi, invece, l’America sta riprendendo la propria corsa. Il paese ha 23 milioni di disoccupati e sottoccupati ma Obama ha centrato l’attenzione sul milione di persone che hanno trovato lavoro e su tutti coloro che faranno lo stesso nei prossimi mesi. Ha parlato di istruzione, di energia, di innovazione. Ha raccontato i successi ottenuti in materia di sicurezza nazionale, a cominciare dall’uccisione di Osama Bin Laden. Ha ricordato di aver concluso la guerra in Iraq e ha promesso di fare lo stesso con l’Afghanistan. Ha portato il messaggio, come ogni speaker salito sul palco prima di lui, di un partito diverso, impegnato a proteggere i diritti delle minoranze, quelli degli omosessuali e quelli riproduttivi delle donne. E, soprattutto, ha chiesto più tempo, mettendo il paese davanti a una scelta. Da un lato c’è l’ideologia repubblicana, basata sull’individualismo e sul mito del self-made man, dall’altro la visione democratica incentrata su uno Stato materno che corre in aiuto dei suoi cittadini. Una concezione opposta su cui si gioca l’elezione di novembre. E’ l’interpretazione di un sogno. Quello americano.

Il Giornale, 7 settembre 2012 (Pag 15)

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