L’outing di Obama coi giudici per difendere le nozze gay

New York. Per la prima volta nella storia un presidente degli Stati Uniti si è schierato a favore dei matrimoni omosessuali davanti alla Corte Suprema. Dopo aver dichiarato lo scorso anno il proprio sostegno alle unioni fra persone dello stesso sesso, Barack Obama ha nuovamente teso la mano alle coppie gay, chiedendo formalmente al massimo tribunale americano di abrogare una legge federale che definisce il matrimonio come l’unione fra un uomo e una donna, il Defense of Marriage Act (Doma). Approvato nel settembre del 1996 dal Congresso americano e successivamente firmato dal presidente Bill Clinton, il Doma sostiene che nessuno stato americano è obbligato a riconoscere i matrimoni fra persone dello stesso sesso celebrati in altri stati e nella sezione 3, la più controversa, nega alle coppie omosessuali diritti e benefit a livello federale, dalla previdenza sociale all’immigrazione, fino alle dichiarazioni dei redditi congiunte. Proprio la sezione 3 ha spinto l’amministrazione Obama a sostenere che il Doma neghi l’uguaglianza davanti alla legge e sia dunque incostituzionale. Per questo motivo il procuratore generale degli Stati Uniti Donald Verrilli ha inviato un memorandum alla Corte Suprema chiedendo di confermare una sentenza della corte d’appello di New York che ha definito la sezione 3 incostituzionale, sostenendo che «viola la garanzia fondamentale dell’uguaglianza davanti alla legge» e che «impedisce a migliaia di coppie omosessuali, legalmente sposate nei loro stati, di godere degli stessi vantaggi federali delle coppie eterosessuali». A far arrivare il caso alla Corte Suprema è stata la volontà e la determinazione di Edie Windsor, una donna newyorkese che nel 2007, dopo 42 anni di fidanzamento, ha sposato la sua partner Thea Spyer a Toronto, in Canada. Nel 2009, alla morte di Spyer, New York già riconosceva i matrimoni fra coppie dello stesso sesso celebrati in altri stati, ma Edie Windsor si ritrovò costretta a pagare 363mila dollari in tasse di successione federali, una cifra che non avrebbe dovuto sborsare se il suo matrimonio avesse avuto a livello federale lo stesso valore che aveva a New York, se fosse stato cioè equiparato a un matrimonio fra persone di sesso opposto. Edie Windsor ha cominciato così la sua battaglia, che l’ha vista trionfare prima in un tribunale distrettuale e poi, lo scorso 18 ottobre, alla Corte d’Appello di New York. «È facile concludere che gli omosessuali abbiano sofferto una lunga storia di discriminazione», era l’opinione della corte. Ora il caso Windsor v. United States è arrivato alla Corte Suprema, dove il 27 marzo sarà discussa la costituzionalità del Doma e dove il giorno precedente verrà presa in esame anche la Proposition 8, l’emendamento costituzionale adottato in California nel 2008 che vieta espressamente i matrimoni fra persone dello stesso sesso. In difesa del Doma è scesa invece in campo l’ala repubblicana della Camera, secondo cui il Congresso ha l’autorità di concedere i benefit del matrimonio solamente alla coppie eterosessuali. In un memorandum presentato su richiesta della Corte Suprema, i deputati repubblicani hanno sostenuto di avere il diritto di tutelare la legge davanti al massimo tribunale americano in mancanza di una difesa da parte dell’esecutivo. Nel frattempo però negli Stati Uniti, dove i matrimoni omosessuali sono legali in 9 stati, oltre a Washington e in due tribù indiane, cresce l’opposizione al Doma. Secondo un recente sondaggio condotto dal Center for American Progress e dal Gay & Lesbian Advocates and Defenders, il 62% della popolazione sostiene che negare i diritti alle coppie omosessuali legalmente sposate sia una discriminazione.

Il Giornale, 24 febbraio 2013

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