Usa, incubo bancarotta. Lo stallo politico peggio della recessione

Sono giorni terribili per Barack Obama. Lo stallo politico in cui è caduto il Paese si sta trascinando appresso pericoli sempre maggiori, che turbano profondamente il presidente degli Stati Uniti. Mentre le trattative con il Congresso – che non ha approvato il bilancio per il 2014 e ha forzato lo shutdown delle attività federali – procedono inquiete, nuove preoccupazioni cominciano ad aleggiare sulla Casa Bianca. A turbare il presidente è innanzitutto il contraccolpo della crisi politica americana, che potrebbe colpire il resto del mondo e far precipitare gli Stati Uniti in una fossa profonda almeno quanto quella della crisi economica del 2008. «Un disastro» avverte Obama, puntando nuovamente il dito contro la fazione dei repubblicani che sta imponendo la linea dura al partito. Una «catastrofe», incalza il Tesoro che rilancia: «Siamo al centro dell’economia mondiale e un nostro default colpirebbe l’intera economia mondiale. Tutto il mondo ne soffrirebbe». Il cupo avvertimento è arrivato anche attraverso le parole di Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Nel corso di un intervento alla George Washington University, il numero uno dell’organizzazione ha messo in guardia il governo americano sostenendo che la serrata è già di per sé un evento piuttosto grave, ma un mancato aumento del tetto del debito – che verrà superato il 17 ottobre e che porterebbe al default – sarebbe di gran lunga peggiore e potrebbe danneggiare non solo l’economia americana, ma quella globale. «È una missione fondamentale che va risolta il prima possibile», ha sostenuto Lagarde invitando democratici e repubblicani a trovare un accordo sul tetto, ora fermo a 16.700 miliardi di dollari. «L’attuale incertezza politica sul bilancio non aiuta le prospettive dell’economia americana». Il primo incontro fra il presidente Obama e i leader del Congresso, avvenuto mercoledì sera, non ha portato risultati, e dopo tre giorni di serrata il rischio di default sembra sempre più imminente e minaccioso. «Se il tetto del debito non venisse innalzato e gli Stati Uniti non riuscissero a pagare le proprie obbligazioni», si legge in un rapporto del Dipartimento al Tesoro americano diretto ai membri del Congresso, «si tratterebbe di una situazione senza precedenti e con un potenziale catastrofico». Obama si augura che a prevalere sia il buon senso, intanto però a preoccuparlo non è soltanto la situazione economica, ma anche quella ecologica. Fra gli 800.000 dipendenti federali che sono rimasti a casa con lo stipendio ridotto o congelato in questi primi tre giorni di shutdown figurano infatti il 94% dei funzionari dell’Environmental Protection Agency, l’ente federale che controlla fra le altre cose l’inquinamento. Sui 16.205 dipendenti dell’agenzia, solo 1.069 sono rimasti in servizio: si tratta del personale d’emergenza impiegato in caso di «rischi imminenti per gli esseri umani», come ad esempio fuoriuscite di agenti chimici o deragliamenti ferroviari. A causa dello shutdown, l’agenzia è stata costretta a interrompere il monitoraggio della qualità dell’aria e dell’acqua, ostacolando l’agenda climatica del presidente Obama sgradita ai repubblicani. L’Epa – che si batte per limitare le emissioni di gas serra, promuove i biocarburanti ed è favorevole a sanzioni severe contro i responsabili di inquinamento – sta infatti lavorando a nuovi regolamenti per limitare le emissioni di carbonio dalle centrali elettriche, il pilastro del nuovo piano per combattere il cambiamento climatico voluto da Obama. La chiusura dell’agenzia fa dunque la gioia dei conservatori, principali responsabili della serrata federale. «Lo shutdown porta anche buone notizie, l’Epa non può emettere nuove norme», ha scritto su Twitter Marsha Blackburn, deputata repubblicana del Tennessee. I funzionari dell’agenzia sono però di tutt’altro avviso: se la serrata durasse più di pochi giorni, gli Stati Uniti potrebbero andare incontro a seri rischi sanitari.

Il Giornale, 4 ottobre 2013

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