Ti invito alla mia festa e tu paghi il biglietto

NEW YORK – Lo scorso 10 novembre Leonardo DiCaprio ha festeggiato il suo trentanovesimo compleanno a Tao Downtown, un esclusivo locale newyorkese, insieme a circa 100 invitati. Ad allietare la domenica notte aveva chiamato i rapper Kanye West e 2 Chainz, che hanno cantato alcune canzoni per l’amico e per gli altri ospiti, fra cui spiccavano Martin Scorsese, Kim Kardashian, Orlando Bloom, Benicio DelToro, Tobey Maguire, Nicky Hilton e Busta Rhymes e i giocatori dei New York Yankees Alex Rodriguez e Derek Jeter. Alle 4 del mattino, quando si sono accese le luci, la sala da ballo era ancora piena. Non si trattava però solamente di una festa di compleanno in pieno stile Grande Gatsby: DiCaprio ha fatto pagare agli ospiti un biglietto d’ingresso e nel corso della serata ha raccolto circa 3 milioni di dollari che ha poi devoluto in beneficienza alla fondazione che porta il suo nome e che si occupa di cause ambientali. Il mese precedente era stato invece il turno del suo collega Hugh Jackman, che alla festa per il suo quarantacinquesimo compleanno ha invitato 4.500 persone, ha fatto pagare un biglietto di ingresso e alla fine ha donato in beneficienza 1,85 milioni di dollari al Motion Picture & Televion Fund.

DONAZIONI OBBLIGATORIE – I due attori sono solo gli ultimi della lista: far pagare gli invitati alla propria festa di compleanno è la nuova moda che ha preso piede fra i newyorkesi. Ai party, oltre ai calici di champagne o all’abito scuro, è diventata ormai obbligatoria la beneficienza. Il trend, però, non si limita solamente alle celebrità e all’alta società di Manhattan, ma sta dilagando anche fra i giovani che affollano i locali del Meatpacking o di Chelsea. Lo scorso fine settimana Jonathan Shukat, giovane produttore cinematografico, ha festeggiato il proprio trentesimo compleanno all’Evr, un lounge club alle spalle di Bryant Park. Un amico dj ha suonato gratuitamente e gli ospiti hanno dovuto pagare 20 dollari per entrare. Nel corso della serata il ragazzo ha ringraziato gli amici per il sostegno e li ha invitati a partecipare alle lotteria. «I biglietti costano appena due dollari», spiegava al microfono. «Avanti così, donate un sacco di soldi», incitava la madre dalla consolle del dj, «oggi è il trentesimo compleanno di Jonathan». Alla fine Shukat ha raccolto 1.500 dollari che ha devoluto a Lollipop Theater Network, un’organizzazione no profit che trasmette film appena usciti per i bambini ricoverati in ospedale.

INCOMPRENSIONI – Per il compleanno i festeggiati non chiedono altro che una donazione, che sia per i poveri, i senzatetto, i malati terminali o la Jewish International Connection, l’associazione che promuove l’identità ebraica fra i giovani di tutto il mondo. Tutti sono costretti ad aprire il portafoglio, per non correre il rischio di passare per taccagni. E’ così che la beneficienza obbligatoria ha creato anche incomprensioni fra festeggiati e invitati. «C’è sempre qualche spilorcio», ha fatto presente al New York Post Daniel Green, che ha celebrato il suo trentaquattresimo compleanno raccogliendo donazioni per Lollipop. «Se non tirano fuori soldi è un problema loro. In fondo stiamo parlando di bambini affetti da malattie terminali».

PRESSIONE SOCIALE – Nonostante il potenziale imbarazzo, la moda della beneficienza e della filantropia dilaga dunque fra i party di compleanno newyorkesi. «Lo fanno tutti ormai, sta diventando un mercato enorme», commenta Carli Roth, cofondatrice di Host Community, una startup che aiuta a organizzare le feste e a raccogliere i fondi. «Normalmente si riescono a mettere insieme fra i 2.000 e i 5.000 dollari e per i festeggiati è una grande soddisfazione». Qualcuno, però, comincia a storcere il naso. «Negli ultimi sei mesi sono stato invitato a cinque compleanni con raccolta fondi», racconta Josh, un imprenditore trentenne di Manhattan che preferisce rimanere anonimo per paura di sembrare tirchio. «Una volta ho dovuto donare 75 dollari alla lotta contro il cancro perché il nonno del mio amico ne era appena morto», spiega. «Non puoi dire di no, è quasi un obbligo: ne va di mezzo l’amicizia». Un’altra volta un’amica di Josh ha organizzato una grande festa per salvare i cuccioli di cane e la donazione obbligatoria era di 100 dollari. «La pressione della società ti spinge ad accettare perché è considerata una buona causa», spiega Josh. « Sarebbe un passo falso dire di no: non vuoi essere il tizio che non ha a cuore i cuccioli. Lo pensano tutti, ma nessuno vuole passare per tirchio».

Corriere della Sera, 4 dicembre 2013

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