Detroit, le opere d’arte che salveranno le pensioni

2 - Leone e Gladiatori_MGzoomNEW YORK – La collezione del Detroit Institute of Arts, una delle più grandi e importanti di tutti gli Stati Uniti, ha rischiato di essere inghiottita dai guai della città del Michigan, che lo scorso luglio – sommersa da debiti per 18 miliardi di dollari – è stata costretta a dichiarare bancarotta. Kevyn Orr, il commissario straordinario chiamato a marzo per risanare le finanze cittadine, aveva deciso infatti di mettere in vendita il patrimonio del museo di Detroit, il cui valore è stimato in circa 2,5 miliardi di dollari.

Il mese scorso, per evitare che la collezione finisse all’asta, dieci fondazioni filantropiche americane – fra cui la Ford Foundation, la Kresge Foundation, la Kellogg Foundation e la John S. and James L. Knight Foundation – hanno donato 370 milioni di dollari con l’intento di proteggere le 65.000 opere del Detroit Institute of Arts dai creditori della città. Secondo una stima della casa d’aste Christie, i 2.800 pezzi della collezione acquistati con i fondi cittadini varrebbero fra 454 e 867 milioni di dollari.

La trattativa è cominciata lo scorso 5 novembre, quando i rappresentanti di alcune delle principali fondazioni americane si sono riuniti in una sala del tribunale federale di Detroit per prendere una decisione. A invitarli era stato il giudice federale che si occupa della procedura fallimentare, Gerald Rosen, che aveva proposto di raccogliere 500 milioni di dollari. L’accordo è stato annunciato due mesi più tardi, a metà gennaio.

I soldi messi a disposizione dalle fondazioni serviranno a finanziare i fondi pensionistici cittadini ed eviteranno che la collezione del museo sia messa in vendita. L’accordo prevede infatti che i soldi siano utilizzati per pagare le pensioni dei dipendenti pubblici, ma al tempo stesso che la proprietà della collezione passi dalla città a un’entità indipendente e non profit in grado di proteggere le opere da future azioni legali.

Dopo l’annuncio delle fondazioni, il governatore repubblicano del Michigan Rick Snyder ha chiesto al parlamento statale di stanziare 350 milioni di dollari per ridurre le possibilità di tagli alle pensioni e per salvare la collezione del Detroit Institute of Arts. Lo stesso museo si è adoperato per raccogliere altri 100 milioni da destinare ai fondi pensionistici. In totale sono stati raccolti 800 milioni di dollari.

In questo modo Detroit può andare incontro alle richieste dei suoi creditori – in particolare i 20.000 pensionati e i 10.000 dipendenti ancora in servizio – senza rischiare di dover mettere in vendita le opere del Detroit Institute of Arts. Molti fra i 100.000 creditori, però, minacciano di opporsi al piano: l’accordo non basterà infatti a risolvere il problema dei fondi pensionistici, che necessitano di circa 3,5 miliardi di dollari.

Nell’accordo rientrano alcune fra le opere più importanti del museo, come “Ballerine nella stanza verde” di Edgar Degas, un dipinto del 1879 che vale fra i 20 e i 40 milioni di dollari, “I gladioli” di Claude Monet, quadro realizzato nel 1876 del valore stimato fra i 12 e i 20 milioni di dollari, “La finestra”, opera del 1916 di Henry Matisse del valore di 80 milioni di dollari, “La visita” di Rembrandt, realizzato nel 1640 e valutato fra i 50 e i 90 milioni di dollari, “Danza nuziale”, opera del maestro fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio del 1566 valutata fra i 100 e i 200 milioni di dollari e “Autoritratto con cappello di paglia”, realizzato nel 1887 da Vincent Van Gogh, un’opera dal valore stimato fra gli 80 e i 150 milioni di dollari.

Fra le opere italiane del Detroit Institue of Arts salvate dalla bancarotta della città figurano “Leone e Gladiatori”, un dipinto di Giorgio De Chirico del 1927 del valore compreso fra i 2 e i 4 milioni di dollari, “I sogni degli uomini”, realizzato da Jacopo Tintoretto alla metà del Sedicesimo secolo e valutato fra i 2 e i 3 milioni di dollari, e lo schema per la decorazione della Cappella Sistina, uno schizzo su carta di Michelangelo del 1508 stimato fra i 12 e i 20 milioni di dollari.

Fondato nel 1885, il Detroit Institute Arts ha oltre 100 gallerie disposte su 60.000 metri quadrati e lo scorso anno ha richiamato quasi 600.000 visitatori, il massimo dal 1999. Fra le opere più importanti ci sono i murales della serie “L’industria di Detroit”, una serie di 27 dipinti commissionati da Edsel Ford e dipinti fra il 1932 e il 1933 dall’artista messicano Diego Rivera, che rappresentano la catena di montaggio della Ford.

Il museo espone, fra gli altri, opere di Paul Cézanne, Eugène Delacroix, Auguste Rodin, Paul Gauguin, George Bellows, Georgia O’Keeffe, John Singer Sargent, Pablo Picasso, Andy Warhol, Oskar Kokoschka, Vassily Kandisky e Edvard Munch. Fra gli italiani, Benozzo Gozzoli, Neri di Bicci e Caravaggio.

La città di Detroit ha dichiarato bancarotta lo scorso 18 luglio, divenendo la più grande città americana a fare ricorso al Chapter 9, il procedimento fallimentare utilizzato dalle municipalità a partire dagli anni Cinquanta. Capitale dell’industria automobilistica americana, soprannominata Motor City, Detroit si è spopolata negli anni, passando dall’avere 1,8 milioni di abitanti nel 1950 agli attuali 700.000. In città ci sono oltre 80.000 case abbandonate che si possono acquistare anche per un dollaro.

A dare il via all’esodo da Detroit sono stati gli scontri razziali del 23 luglio 1967. Quella sera la polizia fece irruzione in un locale notturno soprannominato “Blind pig” (maiale cieco) che serviva alcolici senza avere la licenza ed era aperto oltre l’orario notturno. Il bar era frequentato da afroamericani e l’intervento dei poliziotti – che all’epoca erano tutti bianchi – fece scoppiare la rivolta: in cinque giorni si contarono 43 morti e 467 feriti. Furono arrestate 7.200 persone e oltre 2.000 edifici furono dati alle fiamme.

Per fermare l’insurrezione il governatore George Romney fu costretto a inviare la Guardia Nazionale e il presidente Lyndon B. Johnson l’esercito. Gli immobili cominciarono a perdere valore e le case automobilistiche spostarono i propri stabilimenti nei sobborghi, ritenuti più sicuri. La grande fuga – e con lei la crisi di Detroit – è cominciata allora.

Corriere della Sera, 12 febbraio 2014

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