«È un bel giorno per chiamarsi Justice»

New York. Nel 2012 Abby Wambach ha vinto il Fifa World Player, dopo aver portato la nazionale americana di calcio femminile alla vittoria nelle Olimpiadi londinesi. Wambach, che ha 33 anni, detiene il record mondiale per il maggior numero di reti segnate in nazionale, uomini compresi: ne ha messe a segno 163 in 212 partite disputate con la maglia degli Stati Uniti. Il 5 ottobre, nel corso di un’intima cerimonia sull’isola di Kauai, alle Hawaii, Wambach ha sposato la fidanzata – e compagna di squadra nei Western New York Flash – Sarah Huffman. Nell’arcipelago del Pacifico i matrimoni fra persone dello stesso sesso non erano ancora legali. Il 2 dicembre, però, le Hawaii sono diventate il sedicesimo Stato americano a riconoscere i matrimoni gay, a cui si aggiungono la capitale Washington, otto contee del New Mexico e otto tribù indiane.

Quando passò dal Norwich City al Nottingham Forest nel 1981, Justin Fashanu divenne il primo giocatore nero d’Inghilterra a essere pagato un milione di sterline. Nove anni più tardi, divenne anche il primo giocatore inglese a fare coming out con un’intervista pubblicata in esclusiva dal Sun, che provocò uno scandalo e la reazione sdegnata del fratello John. Nel 1998, chiusa una carriera calcistica che non rispettò le attese, si trasferì negli Stati Uniti per allenare i Maryland Mania, squadretta di seconda divisione. A marzo, dopo una notte passata a bere, un diciassettenne lo accusò di molestie, sostenendo di essere stato costretto a fare sesso con l’ex giocatore. In Maryland, all’epoca, l’omosessualità era reato. Quando la polizia si presentò con un mandato d’arresto, però, Fashanu era già fuggito in Inghilterra. Un mese più tardi si impiccò in un garage di Shoreditch, a Londra. Accanto al suo corpo fu trovato un biglietto. Fashanu negava le accuse e affermava che il sesso fosse consensuale. Scappò perché convinto che non avrebbe avuto un giusto processo, in quanto omosessuale. L’1 gennaio 2013 in Maryland i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono diventati legali.

Ci sono voluti ventitré anni perché un altro calciatore facesse coming out. Il 15 febbraio Robbie Rogers, seconda punta americana del Leeds United, ha annunciato il ritiro dal calcio e ha ammesso, attraverso un post sul proprio blog, di essere gay. «Sono un calciatore, sono cristiano e sono gay», ha scritto. Rogers, che vanta 18 presenze e 2 goal nella nazionale americana, ha spiegato di essersi ritirato per evitare la pressione della stampa e del pubblico. A maggio, però, ha firmato un contratto con i Los Angeles Galaxy ed è tornato in campo, divenendo il primo atleta professionista dichiaratamente gay a scendere in campo in uno sport di squadra in America. «Mi sono sentito un codardo», ha ammesso a Usa Today, parlando del proprio ritiro.

Un mese prima, il 29 aprile, Jason Collins – veterano della Nba con alle spalle dodici stagioni e due finali con la canotta dei New Jersey Nets – aveva annunciato la propria omosessualità sulle pagine di Sports Illustrated. Il cestista californiano era stato immediatamente appoggiato dal presidente Barack Obama, dalla Nba, dai compagni e dalla Nike, il suo sponsor personale. Il suo coming out, il primo di un giocatore ancora in attività, era ritenuto un momento storico e fondamentale per l’accettazione dell’omosessualità nello sport e nella società americana, il punto più alto dell’anno che ha segnato la svolta per i diritti gay. Quando la stagione successiva è ricominciata, però, Collins si è ritrovato senza squadra. Secondo le regole della Nba, il suo salario minimo è fissato a 1,4 milioni di dollari: essendo un giocatore al tramonto della carriera nessuno ha voluto scommettere quella cifra si di lui. In molti, tuttavia, sono convinti che il coming out gli abbia impedito di scendere ancora su un parquet della lega professionistica americana.

In un’assolata mattina di giugno, Mark Bromley passeggiava a Washington, nel parco che divide Capitol Hill dalla Corte Suprema, con la figlia Talulah sorridente nel passeggino. Accanto a lui, il marito David Salie, con in testa un panama, teneva in braccio il loro secondo figlio, Justice. «E’ proprio un bel giorno per chiamarsi così», mi aveva detto con un largo sorriso. Pochi minuti prima, i nove giudici del massimo tribunale americano si erano espressi per la prima volta sui matrimoni fra persone dello stesso sesso. Quel giorno, era il 26 giugno 2013, la Corte Suprema ha stabilito l’incostituzionalità del Defense of Marriage Act, la legge che autorizzava gli stati americani a non riconoscere i matrimoni fra persone dello stesso sesso e che negava alle coppie omosessuali diritti e benefit a livello federale. Quella stessa mattina, la Corte ha sancito anche la fine della Proposition 8, l’emendamento costituzionale californiano secondo cui un matrimonio può essere considerato valido solamente se celebrato fra un uomo e una donna.

Studio, n.18, Inverno 2014

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