Il segreto? Affidarsi ai ragazzi. Solo loro inventano il futuro

Il termine innovazione, nel governo americano, si può associare automaticamente ad Alec Ross. Nato e cresciuto a Charleston, West Virginia, 42 anni fa, in gioventù Ross ha abitato per due anni in Italia, prima a Roma, durante le scuole medie, poi a Bologna, al penultimo anno di università. Dopo aver insegnato per due anni ai bambini poveri di Baltimora, è stato assunto dalla Enterprise Foundation, dove si è occupato di alloggi sostenibili. Nel 2000 ha fondato One Economy, associazione non profit che si occupa di fornire tecnologia alle famiglie a basso reddito. L’ingresso in politica è arrivato nel 2006, quando si è unito alla campagna elettorale di Barack Obama, nella quale ha avuto un ruolo fondamentale: Ross ha sviluppato il piano tecnologico dell’allora senatore dell’Illinois, coordinando centinaia di consiglieri fra i quali figuravano personaggi di spicco dell’industria come Eric Schmidt, all’epoca ceo di Google. Vinte le elezioni nel 2008, è entrato a far parte della squadra di Hillary Clinton. Al Dipartimento di Stato, Ross è stato Senior Advisor per l’innovazione, ruolo creato appositamente per lui. Lavorando con l’ex first lady ha studiato un nuovo approccio diplomatico per modernizzare il ministero degli esteri americano grazie all’uso dei social media. Ross è l’inventore della diplomazia digitale.

Cos’è l’innovazione nel 2014?

Nel 2014 il concetto non è diverso da quello di migliaia di anni fa, quando fu inventata la ruota: si tratta della creazione di un nuovo prodotto, o di un processo che permette la continua realizzazione del futuro.

La Silicon Valley è ancora leader nel campo dell’innovazione?

Gli affari in Silicon Valley vanno bene sotto tutti i punti di vista. Mi sarei augurato che fossero andati così bene in gran parte del resto del mondo. La Valle oggi è soprattutto un punto d’incontro dei talenti tecnologici, più di quanto non lo sia mai stata in passato. Guardate la vendita di WhatsApp per 19 miliardi di dollari: quella società era stata fondata da un immigrato ucraino. La Silicon Valley ha creato un modello quasi perfetto per sostenere l’imprenditoria, e penso che il resto del mondo dovrebbe cambiare prendendo esempio da questo successo. Tre esempi: 1) non punire troppo i fallimenti; 2) incoraggiare l’impiego di venture capital; 3) non discriminare i giovani imprenditori solo perché sono giovani. Spesso sono proprio ragazzi di venti o trent’anni che possono immaginarsi il futuro, e inventarlo.

La Silicon Valley sta spingendo per una riforma dell’immigrazione. Stanno cercando, in questo modo, di attrarre talenti stranieri che costino meno?

Non si tratta di costi. Le aziende della Silicon Valley sono felice di pagare stipendi molto alti. Si tratta più che altro di rifornimenti: la domanda di ingegneri è continuamente superiore all’offerta. In California, essere un ingegnere significa non doversi mai preoccupare di aver bisogno di lavorare. Penso che l’America debba fare una riforma dell’immigrazione, e non solo per i lavoratori super qualificati: fra le 500 aziende più grandi d’America, il 40 per cento è stato fondato da immigrati o dai loro figli. Se rallentiamo l’immigrazione, rallentiamo la crescita economica.

Che opinione hai della Nsa?

La terra era la materia prima nell’era agricola, l’acciaio era la materia prima nell’era industriale, i dati sono la materia prima nell’era dell’informazione. Chiaramente, La Nsa lo capisce benissimo.

Il mondo della tecnologia è accusato di essere un club per soli uomini che sta cercando di “conquistare” l’America. Lei come lo giudica?

Penso che la Valle sia fin troppo dominata dagli uomini, ma non credo che stia cercando di conquistare l’America, non fa parte della sua mentalità. Certamente ci sono affaristi aggressivi, ma non sono diversi da quelli di qualsiasi altra epoca.

Quanto sono legate la politica e le aziende tecnologiche? Quanta influenza ha la Silicon Valley a Washington?

Le aziende tecnologiche a Washington contano meno di quelle agricole, manifatturiere, della difesa o dei media. Il contadino medio nella capitale ha un potere maggiore rispetto al dirigente tecnologico medio. Le aziende tecnologiche non hanno influenza sulle politiche americane, altrimenti ci sarebbe stata una riforma dell’immigrazione e una dei brevetti, e ci sarebbe una maggiore competizione nelle telecomunicazioni. Queste cose non si stanno verificando anche perché a Washington l’industria tecnologica non è forte quanto le altre.

Che differenza c’è nel rapporto con il governo fra le vecchie aziende di hardware e le nuove società di software o le startup?

Penso che le grandi aziende di hardware sono state più rapide a stabilire la propria presenza a Washington, rispetto a quelle di software: fr loro solo grandi società come Microsoft hanno una forte presenza nella capitale. Le startup ne hanno pochissima.

Le aziende americane fungono da ambasciatori in tutto il mondo. Possono avere un ruolo nella diplomazia digitale?

Certo, le aziende americane non solo possono ma dovrebbero avere un ruolo nella diplomazia digitale perché hanno le competenze per costruire i programmi per facilitare la comunicazione tra gli Stati. Mi piace vedere ingegneri di talento al lavoro sulle croniche sfide diplomatiche e di sviluppo, come ad esempio la lotta alla povertà e l’interazione fra governo e cittadini.

I social media come stanno cambiando la politica?

I social media hanno connesso i governanti con i governati in modi che non sarebbero stati possibili appena cinque anni fa. Hanno anche rafforzato i candidati individuali a spese delle gerarchie tradizionali, come ad esempio i partiti politici. Infine, e questo non mi piace per nulla, hanno amplificato le voci degli estremisti politici, a spese di quelle moderate. Questo è il lato oscuro dei social media in politica.

Corriere della Sera, 16 aprile 2014

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