E l’America scoprì il calcio

Qui la versione multimediale.

«Mi innamorai del calcio come mi sarei innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé», scriveva Nick Hornby in “Febbre a 90°”, il libro autobiografico uscito nel 1992 in cui raccontava il suo rapporto con il calcio e, in particolar modo, con l’Arsenal, la sua squadra del cuore. Oggi è un popolo intero che si sta innamorando dello sport più seguito al mondo, che negli Stati Uniti aveva sempre faticato a decollare, surclassato dal football, dal baseball, dal basket e dall’hockey. Sono passati vent’anni da quando il calcio è sbarcato nuovamente in America, tornando dopo i fasti troppo brevi della North American Soccer League  – la Nasl, la lega che arrivò a schierare Pelé, Franz Beckenbauer, Johann Cruyff, George Best ed Eusébio, oltre agli italiani Giorgio Chinaglia e Roberto Bettega – ma che fallì nel 1984 dopo sedici anni di attività.

Nel 1988, per ottenere l’organizzazione del Mondiale del 1994, quello terminato a Pasadena con il rigore di Roberto Baggio alle stelle, le lacrime di Franco Baresi e la vittoria del Brasile, gli Stati Uniti accettarono di istituire un nuovo campionato, la Major League Soccer, che contribuisse alla diffusione del calcio nel Paese e che si disputò per la prima volta nel 1996 con dieci squadre iscritte. Un mese fa è cominciata la diciannovesima stagione: dopo i primi anni di assestamento, oggi la Mls è una lega solida con 19 squadre e altre quattro in procinto di scendere in campo, ma soprattutto con una media di 18.600 spettatori a partita, quasi 4.000 in più rispetto a dieci anni fa. La Serie A, in questo campionato, ne ha poco più di 23.000, la Serie B arriva appena a 5.000. «La Nasl era come José Mourinho, appariscente, geniale, polemica, mentre la Mls è più simile ad Alex Ferguson, pragmatica, calcolatrice, accorta», racconta al Corriere della Sera Brian Phillips, fondatore del blog calcistico The Run Of Play e oggi giornalista di Grantland, brillante sito di cultura sportiva e pop di Espn. «La Nasl raggiunse troppo successo troppo in fretta e, come Mourinho in ogni club, non poteva durare più di qualche anno. La Mls ha invece prudentemente costruito una base che dovrebbe permetterle, come Sir Alex, di avere successo sul lungo periodo».

Immigrati, stadi e vecchi campioni: la grande crescita del calcio americano

Da quando fu presentata il 17 ottobre 1995 al Palladium di New York – una sala concerti convertita in discoteca dai proprietari del leggendario Studio 54 e oggi residenza studentesca di Nyu – la Mls, e con lei il soccer, ne ha fatta di strada. In due decenni, il calcio negli Stati Uniti ha subito una profonda trasformazione. In principio era uno sport folcloristico ed estraneo, trasmesso solo su canali televisivi di lingua straniera. Oggi è uno spettacolo popolare e diffuso: la finale dei mondiali sudafricani del 2010 fra Spagna e Olanda è stata guardata in televisione da oltre 24,3 milioni di americani, record assoluto per una partita negli Stati Uniti. In quei giorni afosi di luglio, i bar e i pub newyorkesi traboccavano di clienti assetati di calcio e birra anche durante l’orario d’ufficio, e non solo per seguire gli incontri dei giocatori di casa, quella nazionale americana che a partire da Italia ’90 ha sempre partecipato ai mondiali con risultati soddisfacenti. Trovare posto, anche in piedi, era quasi impossibile. Secondo il ricercatore Rich Luker, sociologo della North Carolina che studia i trend nello sport e nel 1994 ha fondato lo Sports Poll di Espn, la crescita del calcio fino alla punta della piramide sportiva americana è inevitabile e presto sarà al livello di basket e baseball, anche se il football resterà inarrivabile. Fra i ragazzi di età compresa fra i 12 e i 24 anni, il calcio è il secondo sport più popolare. «Stiamo parlando di un cambiamento generazionale», sostiene Luker. «Una generazione di ragazzi è cresciuta con la Mls, ora abbiamo bisogno di un altro ciclo: una sola generazione». Il calcio, insomma, fra una generazione sarà pronto a conquistare l’America.

La Mls, secondo lo studio di Luker, ha un enorme potenziale di crescita: 33 milioni di americani si definiscono tifosi di calcio entusiasti, ma solamente 7,2 sono per ora fan del campionato americano. La lega ha la possibilità di colmare questo gap, e al tempo stesso di accrescere la considerazione del soccer nel Paese. «Negli Stati Uniti il calcio professionista è in crescita», ci dice Dan Courtemanche, vicepresidente esecutivo della Mls. «Sono stati diversi fattori a contribuire allo sviluppo: sicuramente l’immigrazione, ma anche la crescita complessiva della lega in questi 19 anni, la costruzione di stadi specifici per il calcio, l’esposizione televisiva e la disponibilità 24 ore su 24 di notizie calcistiche su internet e sui social media». Secondo Courtemanche, gli stadi sono un elemento importante: per i tifosi è fondamentale avere i comfort a cui sono stati abituati dagli altri sport americani, mentre per le squadre si tratta di aumentare e diversificare gli introiti. I soccer-specific stadium, come vengono chiamati in America, permettono infatti ai team di non dover più pagare l’affitto e di incassare con concessioni, parcheggi, sponsorizzazioni degli impianti ed eventi extracalcistici. Non è un caso se la lega ritiene che la costruzione di stadi ad hoc sia essenziale per poter portare in attivo le squadre della Mls. «Nel giro di dieci anni siamo passati dall’avere un solo stadio per il calcio ad avere quindici squadre con impianti di proprietà», continua Courtemanche. «Recentemente il commissioner Don Garber ha annunciato di volere 24 squadre entro il 2020. Orlando e New York avranno nuovi club a partire dall’anno prossimo, mentre a Miami un gruppo capitanato da David Beckham sta lavorando per assicurarsi uno stadio per una squadra futura e ad Atlanta continuano a spingere per avere un team. L’interesse sicuramente non manca. Il nostro obiettivo è diventare uno dei migliori campionati al mondo entro il 2022, e lo misureremo dal livello del gioco, dalla passione dei tifosi, dall’importanza delle nostre squadre e dal valore della lega».

Quando arrivò in America nel 2007 per giocare con i Los Angeles Galaxy, Beckham fu il primo campione a calcare i campi della Mls. Si portò appresso sponsor, tifosi e attenzione mediatica. Nel suo contratto c’era anche un’opzione che gli garantiva la possibilità di acquistare i diritti di una squadra per 25 milioni di dollari, prezzo ben al di sotto del valore di mercato. Un mese fa l’ex capitano della nazionale inglese ha incontrato a Tallahassee il governatore della Florida Rick Scott per parlare di un nuovo stadio da costruire. Beckham, a capo di una cordata di investitori, sta cercando di convincere lo Stato a finanziare la realizzazione di un impianto da 35.000 posti nell’area del porto di Miami, con vista sulla baia e sullo skyline del centro. La nuova squadra dovrebbe scendere in campo a partire dal 2017, mentre a Orlando, 350 chilometri più a nord lungo la spina dorsale della Florida, si stanno definendo gli ultimi dettagli in vista dell’esordio, previsto per la prossima stagione. «Abbiamo standard molto alti, non vogliamo essere una squadra fra tante», spiega Brett Lashbrook, direttore operativo degli Orlando City. «Il club ha intenzione di costruire un brand riconoscibile in tutto il mondo e speriamo di farlo anche grazie all’acquisto di un campione». Nelle ultime settimane si è parlato molto di un accordo verbale fra la squadra della Florida e Ricardo Kaká, che a marzo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha implicitamente confermato sostenendo di voler giocare un giorno nella Mls. Il trasferimento del campione del Milan non è ufficiale, ma rientrerebbe nella strategia di marketing del team, che punta ad avere subito un impatto sul campionato americano.

Nella Mls, invece, gioca già Paolo Tornaghi, portiere italiano di 25 anni. La sua carriera non è stata costellata di successi internazionali come quella di Kaká, ma ha giocato in quasi tutte le nazionali italiane dall’Under 16 fino all’Under 20. Cresciuto nelle giovanili dell’Inter, ha disputato tre stagioni fra Como e Rimini in Lega Pro. Poi, nel marzo 2012, ha deciso di provare l’avventura americana, firmando un contratto con i Chicago Fire e disputando nove incontri nelle prime due stagioni. «La mia prima partita è stata allo Stadio Olimpico di Montreal, davanti a quasi 60.000 spettatori. Mi colpì l’entusiasmo e la voglia di divertirsi che avevano i tifosi durante la partita», ricorda Tornaghi, passato quest’anno a difendere la porta dei Vancouver White Caps. «Nella Mls il livello tecnico sta aumentando. In America la cultura dello sport è più basata sulla forza fisica e sulle abilità atletiche: i giocatori americani sono grandi lavoratori a cui mancano però la cultura tattica e, spesso, qualità tecniche. Con lo sviluppo degli allenatori di domani, credo però che anche gli Stati Uniti potranno avere molti giocatori di livello». Il portiere italiano è rimasto molto colpito anche dall’aspetto dirigenziale. «Tutto viene gestito centralmente da New York, dove c’è la sede della Mls», spiega. «Le varie squadre sono franchigie, che i proprietari utilizzano per vivere lo sport e fare business. Questa impostazione permette di ottimizzare al massimo le spese e i guadagni delle società, però rende il campionato meno competitivo a livello internazionale. Per un giocatore che arriva qui per la prima volta, incomprensioni e necessità di adattamento sono certe. Purtroppo però ci sono problemi anche dal punto di vista salariale. La lega ha il potere di mantenere i contratti medi molto bassi, se paragonati ad altri campionati di massima serie. I giocatori hanno la certezza e la stabilità di una grande azienda, quale è la Mls, ma allo stesso tempo hanno poco potere decisionale. E’ chiaro però che la crescita continua di questo campionato aumenterà certamente i lati positivi, a discapito di quelli negativi». Secondo Tornaghi, che nel 2013 guadagnava 46.500 dollari all’anno, il calcio sta diventando sempre più familiare per gli americani. «In alcune aree geografiche c’è molto più interesse: nel nordovest – ovvero Seattle, Portland e Vancouver – il calcio è molto seguito, mentre in California, grazie all’immigrazione proveniente dal Messico, ci sono tantissimi tifosi che amano questo sport. La costa atlantica, più vicina all’Europa, è un’altra zona che sta sviluppando rapidamente la passione. Il cuore degli Stati Uniti, ahimè, resta ancora un po’ estraneo e scettico, anche se a Kansas City, per esempio, hanno una tifoseria calda».

Una delle tifoserie più appassionate è quella dei Seattle Sounders, inserita dal magazine britannico World Soccer fra le cinquanta migliori al mondo.Nel 2013 la media è stata di 44.038 spettatori a partita, più del doppio di qualsiasi altro team della lega: per i Los Angeles Galaxy, al secondo posto, erano 21.770. In seguito al trasferimento nel 2008 dei Seattle Sonics, amata squadra di basket passata a Oklahoma City, oggi i Sounders – fra i cui proprietari figura anche il cofondatore di Microsoft Paul Allen – sono la seconda squadra più amata della città, dopo i Seahawks di football, che hanno vinto il loro primo Superbowl lo scorso 2 febbraio, e prima dei Mariners di baseball, caduti in disgrazia negli ultimi anni. Al Century Link Field, l’impianto sponsorizzato da una compagnia di telecomunicazioni della Louisiana, sventolano le sciarpe e le bandiere verdi e blu di sette gruppi organizzati. Quello degli Emerald City Supporters e il più importante, oltre che il più numeroso con 6.000 membri. «Negli Stati Uniti abbiamo la possibilità di creare qualcosa di speciale: la mentalità ultras senza violenza e politica, ma piena di passione, canzoni, amore, colore, tifo», racconta Greg Mockos, presidente del gruppo insieme ad Aaron Reed. «A Seattle ci ispiriamo al modello europeo continentale. Facciamo tutte le trasferte, anche se gli Stati Uniti sono enormi e i viaggi costano molto: spesso siamo 40-50, ma in alcune partite arriviamo a essere 800 solo nel nostro gruppo. Abbiamo centinaia di volontari, capi che organizzano i cori e facciamo una marcia verso lo stadio, una tradizione che abbiamo inaugurato noi e che ora ci hanno copiato in tutti gli Stati Uniti». Il tifo organizzato sta crescendo in tutti gli Stati Uniti, spiega Mockos. Molti gruppi hanno coreografie e cori come in Europa, mentre gli Emerald City Supporters si ispirano alle tifoserie italiane, inglesi e anche sudamericane. «Il nostro obiettivo è di facilitare la presenza dei tifosi allo stadio e il loro sostegno al club», aggiunge il copresidente Aaron Reed. «Le ragioni principali della crescita del calcio sono la visibilità e l’esposizione: la Mls è maturata come lega e sta facendo un ottimo lavoro per attrarre tifosi. I principali network televisivi trattano la Mls come una valida opzione di intrattenimento e le persone lo notano».

In televisione, in effetti, il calcio sta guadagnando uno spazio sempre maggiore. Nel 2011 la lega aveva firmato con Nbc Sports un contratto di tre anni da 35 milioni di dollari a stagione. In questi giorni il nuovo accordo è ancora in fase di negoziazione, ma sembra che Espn e Fox Sports la spunteranno per 70 milioni di dollari a stagione – comprese le seguitissime partite della nazionale americana, i cui diritti sono gestiti dalla Mls –, il doppio rispetto a tre anni fa. La Premier League inglese, il campionato più seguito al mondo, è costato a Nbc appena 10 milioni in più, 80 milioni a stagione per tre anni. Il calcio è il primo sport a essersi affermato totalmente al di fuori degli Stati Uniti. I quattro sport principali – football, baseball, basket e hockey – hanno infatti raggiunto il proprio successo culturale e commerciale nel Paese, mentre il calcio è stato importato a tavolino dall’estero ed è stato anche rinominato soccer, per distinguerlo dal football. La base di tifosi è robusta fra i millennials e gli ispanici, popolazione in continua crescita negli Stati Uniti. Ad accendere però l’entusiasmo e l’interesse degli americani è anche l’arrivo di campioni a fine carriera, chiamati a fare da ambasciatori a questo sport. Dopo Beckham, nel 2010 è stato il turno di Thierry Henry – campione francese in forza ai New York Red Bulls, per i quali ha segnato 43 goal in 97 partite – e si discute continuamente di possibili nuovi arrivi. Sicuramente, come ogni estate da qualche anno a questa parte, a luglio arriveranno le principali squadre europee per disputare le proprie tournee, remunerative da un lato – con compensi che possono variare da 2 milioni a 500.000 dollari a partita – utili alla diffusione del calcio dall’altro. Quest’anno, in una decina di città americane, si disputerà la seconda Guinness International Champions Cup, che vedrà impegnate Roma, Inter, Milan, Manchester United, Manchester City, Liverpool, Real Madrid e Olympiakos Pireo e contribuirà ad attirare nuovi tifosi.

Il calcio, che per decenni è stato dominante in tutto il mondo ma snobbato negli Stati Uniti, sta dunque lavorando duramente per inserirsi fra i tre sport principali d’America. «Ho cominciato a realizzare che il calcio stava diventando popolare da migliaia di piccoli dettagli, come scorgere magliette di Pirlo nella metropolitana, vedere titoli calcistici nei principali quotidiani, notare bar del Midwest che pubblicizzano partite di Champions League», racconta ancora Brian Phillips. «Penso che ci siano soprattutto tre motivi: il primo è che il successo del calcio a livello giovanile ha creato due generazioni di potenziali tifosi; il secondo è che la globalizzazione dei media ha reso molto più semplice per gli americani guardare partite europee; il terzo è che la crescita di una grandissima base di fan ispanici ha creato un nuovo mercato calcistico di per sé. Quando hai un grande gruppo di persone che conosce le regole e le strategie del calcio, e questo gruppo può accendere la televisione e vedere i migliori giocatori al mondo, hai un grande potenziale di crescita. Ovviamente aiuta anche che la Mls sta diventando sempre migliore».

Camminando per le strade di New York, è facile scorgere i giardini delle decine di scuole pubbliche cittadine, da cui provengono gli schiamazzi dei bambini impegnati nell’ora di educazione fisica. Fatta eccezione per qualcuno che ancora si diletta con il basket, gli altri giocano quasi tutti a calcio, maschi e femmine. Molti sono figli di immigrati europei o ispanici che trasmettono ai compagni la passione paterna, ma le scuole si sono adeguate fornendo gli allenatori e la Mls sta cercando di sfruttare questa tendenza. In passato al liceo il soccer diventava soprattutto uno sport da ragazze. I maschi, attirati per lo più dagli onori dei tre sport principali, attorno ai quattordici anni smettevano di giocare a calcio. Anche per questo era stato creato il termine soccer mom, riferito alle madri della classe media e suburbana che spendevano gran parte del proprio tempo accompagnando i figli piccoli alle partite. Negli ultimi vent’anni, però, il numero di giovani che giocano a calcio è raddoppiato, passando dagli 1,6 milioni del 1990 ai 3 milioni del 2012, ma soprattutto è duplicato quello dei liceali, arrivato nel 2010 a 730.000 atleti. «I bambini vogliono più calcio. Questo è stato da sempre principalmente uno sport suburbano, ma ora stiamo assistendo a una crescita rapida anche nelle comunità urbane e per i bambini le opportunità di giocare sono sempre maggiori», ci spiega Paul Jeffries, direttore esecutivo di City Soccer in the Community, organizzazione non profit che dà ai bambini americani la possibilità di giocare a calcio. L’organizzazione è finanziata dal Manchester City – comproprietari insieme ai New York Yankees di baseball della nuova squadra cittadina, il New York City Football Club che scenderà in campo a partire dal 2015 – e dall’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti di Washington. «Sviluppiamo programmi calcistici e costruiamo campi nelle comunità poco servite in tutti gli Stati Uniti, sfruttando il calcio per assistere i giovani dentro e fuori dal campo», continua Jeffries. «Con ogni generazione che passa, continuiamo a vedere negli Stati Uniti un interesse sempre maggiore nel soccer».

«Alcune persone credono che il calcio sia questione di vita o di morte, ma è molto più importante di così», sosteneva Bill Shankly, leggendario allenatore socialista del Liverpool dal 1959 al 1974. Finalmente sembra che anche in America abbiano cominciato a capirlo.

Corriere della Sera, 14 maggio 2014

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Corriere della Sera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...