Mondiali: Beitashour, l’americano che gioca con l’Iran

Il 21 giugno 1998, mentre Stati Uniti e Iran scendevano in campo allo Stade de Gerland di Lione, Steven Beitashour era incollato al televisore con tutta la famiglia nella sua casa di San José, in California, per assistere alla seconda partita del girone F del Mondiale di Francia. In quella serata di giugno, Stati Uniti e Iran si affrontavano per la prima volta su un campo di calcio, diciannove anni dopo la rivoluzione degli Ayatollah del 1979, la cacciata dello scià e la crisi degli ostaggi di Teheran. Da allora i due Paesi non hanno rapporti diplomatici e, prima di quello storico incontro, i giocatori delle due squadre – per mandare un messaggio di distensione – si lasciarono fotografare abbracciati. Poi l’Iran vinse 2-1, eliminando gli americani dalla competizione. Nato a San Jose da una coppia di immigrati iraniani e cresciuto in California, Beitashour all’epoca aveva undici anni e gli occhi incollati allo schermo, sognando di poter un giorno giocare i Mondiali come il suo idolo Ronaldo, il miglior giocatore del pianeta. Oggi, sedici anni più tardi, i rapporti fra i due Paesi restano tesi, ma il ragazzo americano è in procinto di partire per il Brasile per disputare la Coppa del Mondo con la maglia dell’Iran: è infatti nella lista dei 23 convocati diramata domenica dal portoghese Carlos Queiroz, commissario tecnico della nazionale mediorientale.

Difensore dei Vancouver Whitecaps nella Major League Soccer, 27 anni, Beitashour ha accettato per la prima volta la convocazione della nazionale di Teheran lo scorso 5 ottobre, dopo aver smesso di sperare nella chiamata del ct americano Jürgen Klinsmann. Negli anni scorsi, dopo essere diventato uno dei migliori difensori del campionato, il ragazzo era anche stato convocato due volte dalla sua nazionale, senza però mai esordire: secondo le regole della Fifa, poteva dunque ancora scegliere per quale Paese giocare e, per non lasciarsi sfuggire la possibilità di andare ai Mondiali, Beitashour ha scelto l’Iran. La sua decisione – considerando che la situazione politica si è aggravata negli ultimi anni a causa della minaccia nucleare di Teheran e delle sanzioni imposte dagli americani – ha fatto però infuriare alcuni tifosi statunitensi, che lo hanno accusato di aver venduto l’anima pur di giocare la Coppa del Mondo. La Ussf, la federazione americana, ha invece difeso la scelta di Beitashour, specificando che, in un mondo globalizzato, i giocatori sono liberi di prendere le decisioni migliori per la propria carriera.

Nonostante Stati Uniti e Iran non abbiano relazioni diplomatiche dal 1979, nello sport riescono ad avere spesso rapporti amichevoli. Lo scorso settembre hanno fatto pressione insieme per riportare il wrestling alle Olimpiadi, proprio mentre le due federazioni calcistiche cercavano di organizzare un’amichevole di preparazione ai Mondiali – poi saltata per motivi logistici – con la benedizione del Dipartimento di Stato, disposto ad affidarsi alla diplomazia del calcio per alleviare i dissidi politici. «Abbiamo sempre detto di essere aperti a negoziati con gli iraniani, e non c’è posto migliore di un campo da calcio, giusto?», ha dichiarato a ottobre Marie Harf, portavoce del Dipartimento di Stato, pochi giorni dopo la telefonata fra Barack Obama e il presidente iraniano Hassan Rouhani, il primo contatto fra i due Paesi in trentacinque anni. Uno degli assistenti di Queiroz a Teheran, inoltre, è un americano: Dan Gaspar ha origini portoghesi, ma è nato in Connecticut 58 anni fa ed è l’allenatore dei portieri.

Cresciuto a San Jose osservando le tradizioni iraniane e improvvisando partite nel giardino sul retro, Beitashour ha sempre avuto una grande passione per il calcio. A passargliela è stato il padre Edward, arrivato negli Stati Uniti all’inizio degli anni Sessanta – molto prima della rivoluzione islamica – per studiare alla San Francisco State University, dove fu giocatore di medio livello prima di diventare ingegnere elettronico e di lavorare ad Apple. Da ragazzo Steven – che capisce il farsi e lo parla abbastanza bene – ha fatto il raccattapalle per la squadra di San Jose, è diventato una stella nella squadra del liceo e ha vinto una borsa di studio a San Diego State University, ma non è mai stato convocato in nessuna nazionale giovanile. Nel 2012, le cose hanno cominciato a cambiare: è stato selezionato per l’All Star Game, poi, ad agosto, è arrivata la prima convocazione della nazionale americana, seguita da un’altra a gennaio 2013. Entrambe le volte, però, Beitashour non è sceso in campo e Klinsmann non lo ha più chiamato.

In quello stesso periodo Carlos Queiroz, ex allenatore del Real Madrid ed ex assistente di Alex Ferguson al Manchester United, era alla ricerca di calciatori di origine iraniana disposti a giocare per lui e a portare uno spirito professionista nel suo gruppo di volenterosi dilettanti. Oltre a due giocatori pescati nei campionati inglesi, Reza Ghoochannejhad e Ashkan Dejagah, pensò al ragazzo di San José, che a ottobre sbarcò a Teheran – dove era stato solo due volte da ragazzo per far visita ai parenti – per una partita di qualificazione alla Coppa d’Asia 2015 contro la Thailandia, accolto all’aeroporto dalla madre Pari che si trovava in vacanza. L’Iran vinse 2-1 e Steven esordì in nazionale a pochi minuti dalla fine, ma la signora Beitashour fu costretta a guardare l’incontro in televisione: alle donne è infatti proibito andare allo stadio, e molte lo fanno travestendosi da uomo. Da allora l’americano Beitashour ha messo insieme sei presenze con la nazionale iraniana e ai Mondiali si ritroverà ad affrontare Nigeria, Bosnia e Argentina, contro cui cercherà di non far toccare palla a Lionel Messi. Con i biancocelesti di Buenos Aires si giocherà di nuovo il 21 giugno, come lo storico match del 1998 fra Stati Uniti e Iran. Stavolta, però, Beitashour sarà in campo e il miglior giocatore del mondo si ritroverà a marcarlo. Sicuramente con poca diplomazia.

Corriere della Sera, 3 giugno 2014

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