Arduino, la scheda di Ivrea che facilita il mondo hi-tech

Riavvolgendo la storia della connettività, la scorsa settimana la rivista Forbes ha raccolto una trentina di pietre miliari nell’evoluzione della fusione fra fisico e digitale. Si va dalla nascita del codice a barre, ideato nel 1949 dal ventisettenne Norman Joseph Woodland disegnando quattro linee sulla sabbia di Miami Beach, al modulo Gsm M1, realizzato nel 1995 da Siemens per far comunicare macchine attraverso reti wireless. Quella elencata da Forbes è una carovana del progresso, che a partire dalla metà del Novecento ha effettuato soste nei principali atenei d’America, fra Massachusetts Institute of Technology, Georgia Tech, Columbia e Carnegie-Mellon University, e si è fermata per ben due volte a Ivrea, comune di 24.000 abitanti in provincia di Torino e capoluogo del Canavese, regione stretta fra Vercelli e la Valle d’Aosta e patria dell’eccellenza tecnologica italiana. Qua, nel 1990, Olivetti inventò un badge a raggi infrarossi in grado di comunicare l’esatta posizione delle persone. Quindici anni dopo, in un bar della città, è nato Arduino – che dal bar ha preso il nome, ispirato ad Arduino d’Ivrea, re d’Italia nel 1002 –, una piccola scheda elettronica economica (costa 25 dollari) e accessibile a tutti, prodotta e assemblata principalmente in Italia, di cui sono stati venduti oltre un milione di esemplari in tutto il mondo. «Arduino è nato da esigenze pratiche legate alla didattica dell’elettronica, nell’ambito delle ricerche condotte all’Interaction Design Institute di Ivrea, come strumento per gli studenti della scuola», racconta al Corriere della Sera Massimo Banzi, 46 anni, cofondatore di Arduino invitato la scorsa settimana dal presidente americano Barack Obama alla prima Maker Faire organizzata dalla Casa Bianca. «L’obiettivo è sempre stato quello di trasformare la tecnologia in uno strumento creativo alla portata di tutti. Arduino è stato concepito per rendere semplice la tecnologia per esempio ad artisti o designer, ovvero a coloro che non sanno nulla di questo argomento e che spesso e volentieri lo ritengono lontano e complesso».

Docente al Copenhagen Institute of Interaction Design e alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana di Lugano, Banzi è curatore della Maker Faire europea che si terrà a Roma a inizio ottobre ed è presidente della Fondazione Make in Italy Cdb onlus, promossa insieme a Carlo De Benedetti e a Riccardo Luna e costituita per rafforzare il movimento maker – ovvero lo sviluppo tecnologico del tradizionale “fai da te” –, per diffondere il valore della cultura digitale e per far crescere la rete dei Fablab, laboratori di fabbricazione digitale. Cresciuto giocando con i circuiti elettronici – racconta di aver preso in mano il saldatore già a 12 anni – Banzi vive fra New York e Lugano e gira il mondo per esporre la sua visione: dal 2 all’8 luglio, per esempio, sarà a Barcellona per la decima edizione internazionale della Fab Lab Conference, il 6 e 7 settembre prenderà parte ai weekend specials della Biennale di Architettura di Venezia, mentre il 20 e 21 ottobre sarà ospite della World Maker Faire di New York. Arduino, come spiega il suo ideatore, è un progetto open source – ovvero chiunque può scaricare gli schemi da internet e utilizzarli sotto licenza Creative Common – e si può usare «con pochissime competenze per gestire installazioni artistiche, modellini di aeroplani, sensori e per far connettere gli oggetti alla rete, dotandoli di servizi avanzati prima impensabili: per esempio lampade che si accendono con internet o vasi di fiori che segnalano via sms quando hanno bisogno d’acqua».

La chiave del successo, secondo Banzi, è senza dubbio la comunità che si è raccolta attorno al progetto. La piattaforma Arduino, infatti, ha varie anime: una scheda elettronica, un software, un metodo di apprendimento e soprattutto una comunità basata sugli utenti, sul sito e sul forum. «Nella sua espressione fisica, Arduino è una piccola scheda madre delle dimensioni di una carta di credito che rende facile imparare a programmare dei semplici computer, noti come microcontrollori, il cervello di tanti oggetti di tutti i giorni, come per esempio il forno a microonde o i telecomandi. Assieme alla scheda viene fornito un software per programmarla», spiega Banzi, che ha fondato Arduino insieme a un italiano (Gianluca Martin), due statunitensi (Tom Igoe e David Mellis) e uno spagnolo (David Cuartielles). «Fra i motivi del successo ci sono sicuramente il basso costo, la facilità di utilizzo della scheda e la grande quantità di documentazione online. La scelta dell’open source per hardware e software è stata una conseguenza naturale del nostro modo di lavorare, basato sulla condivisione».

Arduino oggi anima molti degli strumenti utilizzati dal movimento maker, a cominciare dalle stampanti 3D. Si basa su una comunità forte e, come racconta Banzi, molte aziende si stanno interessando al suo potenziale innovativo. Non tutte però hanno intenzione di creare un rapporto di scambio equo. «La nostra partnership principale è con Intel, con cui abbiamo sottoscritto un accordo per la produzione di Galileo, una scheda di sviluppo compatibile con Arduino», afferma Banzi. «Finalmente una grande società è riuscita a vedere nel mondo dei maker un bacino di potenzialità, sposando la causa open source. Per noi, abituati a un’economia più ristretta, l’onda d’urto di Intel è molto grande. L’obiettivo che accomuna i piccoli innovatori dal basso e le realtà più strutturate è quello di mettere a disposizione strumenti quanto più semplici ed efficaci per sviluppare modi non convenzionali, utili e innovativi di usare la tecnologia». Come sosteneva lo stesso Banzi alla conferenza Ted Global del 2012, «ormai non ci vuole il permesso di nessuno per costruire oggetti straordinari».

Corriere della Sera, 22 giugno 2014

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