Jamie Oliver, l’inglese che da piccolo sognava di fare la pasta meglio di tutti

Jamie Oliver ha 39 anni, un ciuffo biondo e ribelle che gli ombreggia la fronte e una decisa passione per la cucina italiana. È nato nel 1975 a Clavering – piccolo villaggio dell’Essex dove i genitori gestiscono uno degli unici due pub locali, The Cricketers, in cui il giovane Jamie cominciò ad avvicinarsi ai fornelli – e quell’amore per il cibo italiano lo ha reso già a vent’anni una star famosa in tutto il mondo. Era il 1997 quando la Bbc lo scoprì durante le riprese di un documentario al River Café di Fulham, dove allora lavorava come sous chef, e gli affidò uno show, The Naked Chef, che debuttò lo stesso anno assieme a un libro di cucina che divenne il più venduto del Regno Unito. Due anni dopo fu invitato dall’allora Primo Ministro Tony Blair al numero 10 di Downing Street per preparare il pranzo al suo ospite italiano, il Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, e la sua carriera prese definitivamente il volo. Oggi ha alle spalle decine di libri e altrettanti show televisivi – che per quindici anni hanno insegnato agli inglesi i segreti dell’arte culinaria – oltre a cinquanta ristoranti italiani sparsi per il mondo: ci sono locali di Jamie’s Italian in Australia, in Russia e a Dubai. Lui, nel frattempo, è diventato Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, ha 3.000 dipendenti e un fatturato di circa 260 milioni euro, ma non dimentica gli esordi ai fornelli e il primo approccio con la cucina italiana. «Ho sempre amato il cibo italiano, ma ricordo esattamente che, uno degli ultimi giorni al Westminster Catering College, l’insegnante ci chiese cosa avremmo voluto fare nelle nostre carriere», racconta Oliver al Corriere della Sera. «Quasi tutti i ragazzi desideravano lavorare a Londra per chef stellati ma, quando fu il mio turno di rispondere, dissi che avrei voluto imparare a fare la pasta meglio di chiunque altro al mondo. In molti scoppiarono a ridere, ma alla fine della lezione uno dei miei compagni – un ragazzo italiano di nome Marco – si avvicinò e mi disse che sarei dovuto andare da un uomo di nome Gennaro Contaldo al Neal Street Restaurant di Covent Garden, e che se fossi stato fortunato lui mi avrebbe insegnato».

Gennaro Contaldo era arrivato a Londra nel 1969 da Minori, un paese di tremila persone e due chilometri quadrati stesi lungo la costiera amalfitana, dove aveva cominciato a lavorare nei ristoranti già a otto anni. A Londra si era sposato e aveva provato ad aprire un negozio di antiquariato, poi, spinto dall’abbondanza di selvaggina e funghi in Inghilterra, aveva ricominciato a preparare i piatti caratteristici della cultura amalfitana. Quando all’inizio degli anni Novanta si presentò al ristorante quel giovane di 19 anni, Contaldo lo assunse subito. I due, però, all’inizio non si incontravano mai. «Per settimane non lo vidi, perché Gennaro arrivava sempre alle 2 del mattino, quando io me ne ero appena andato», ricorda lo chef inglese. «Io gli preparavo il pane e teglie di pasta, e gli lasciavo piccoli messaggi nella farina. Un giorno mi chiese di restare ad aiutarlo. È stato allora che ho davvero cominciato a imparare, e che la mia passione per il cibo italiano è decollata». Negli anni i due chef hanno stretto una profonda amicizia, ma soprattutto un solido rapporto di lavoro: Contaldo è apparso spesso negli show televisivi del suo ex giovane pupillo, poi lo ha aiutato a studiare i menù e ha addestrato i cuochi della sua catena di ristoranti, di cui è diventato socio. «Nel Regno Unito abbiamo sempre avuto costosi ristoranti italiani, alcuni buoni e altri terribili. La cucina italiana è molto popolare, ma raramente veniva preparata bene oltre le Alpi. Io però volevo creare qualcosa di autentico e rustico, di cui sarebbero stati fieri anche gli italiani. Per questo con Gennaro abbiamo studiato insieme l’idea e i menù», spiega.

Il suo rapporto con l’Italia, però, non si è fermato ai ristoranti. Nel 2008 ha lanciato nel Regno Unito Jamie Magazine, rivista mensile di cucina che oggi ha edizioni anche in Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Grecia e Turchia e che ad aprile è arrivata in Italia, diretta da Maverick Greissing. «Capisco perfettamente che gli italiani sono orgogliosi del proprio cibo», risponde furbescamente quando gli chiediamo perché dovrebbero accettare consigli da uno chef britannico, «ma penso anche che, proprio per questo motivo, saranno interessati a nuove ricette. Jamie Magazine è una grande avventura culinaria. Per il momento non abbiamo obiettivi: quando abbiamo cominciato, volevamo solamente realizzare una bella rivista con immagini fantastiche e finora abbiamo un ottimo feedback in tutti i Paesi dove la pubblichiamo. Speriamo di avere la stessa risposta in Italia, che ovviamente è uno dei miei luoghi preferiti». Nel 2002, Jamie Oliver ha anche inaugurato Fifteen, una fondazione benefica dove ogni anno insegna a cucinare a quindici giovani dal passato turbolento, compresi ex tossicodipendenti o ex carcerati, facendoli poi lavorare nell’omonimo ristorante londinese, fra i cui clienti spiccano anche Brad Pitt e Bill Clinton. Il programma – per il quale racconta di essersi ispirato proprio al suo rapporto con l’amico Gennaro Contaldo: «lo chiamavo il mio padre londinese, ho imparato tutto da lui. E a Fifteen siamo come una famiglia» – ha avuto un enorme successo e ha diplomato quasi duecento ragazzi. Insieme a loro, nell’aprile del 2009, Jamie Oliver ha preparato il pranzo per i leader presenti al G20 di Londra. «Vedere alcune fra le persone più potenti al mondo congratularsi con te per il pasto che gli hai cucinato è davvero emozionante», racconta lo chef, che quel giorno preparò un antipasto di salmone scozzese organico condito con salicornia e cavolo marino e spalla d’agnello gallese arrosto e patate del Jersey con funghi selvatici e salsa alla menta. «Mi aiutarono alcuni dei diplomati di Fifteen, e vedere i sorrisi e la soddisfazione dipinta sui loro volti è stato davvero un momento fantastico». Ne è passato di tempo da quel 20 luglio 1999, quando Tony Blair invitò il giovane Oliver a Downing Street per accogliere il suo ospite italiano. Oggi quel ragazzo non è più solo uno chef, ma è diventato un ricco imprenditore e il suo ciuffo biondo è in tutto il mondo sinonimo di cucina italiana.

Corriere della Sera, 2 luglio 2014

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