Coleman Collins, il cestista Usa a canestro fra le macerie dell’Ucraina

Coleman Collins è fuggito dall’Ucraina la mattina del primo marzo, nel pieno della crisi di Crimea, volando dall’aeroporto di Donetsk verso il Bahrain, insieme a tre grosse valigie che contenevano tutti i suoi averi e con qualche centinaio di dollari in meno, soldi pagati agli agenti di sicurezza per passare i controlli e scappare dalla guerra. Nato nel 1986 a Princeton, in New Jersey, cresciuto nei sobborghi di Atlanta, in Georgia, Collins è un giocatore di basket professionista ed era arrivato ad agosto a Mariupol, nel sudest del Paese, per giocare con l’Azovmash, la più forte squadra d’Ucraina, fondata nel 1991 e capace di vincere sette campionati negli ultimi dodici anni. Dopo un’ottima carriera universitaria a Virginia Tech – dove si è laureato in Teoria del cinema e dei media – e dopo aver appena sfiorato l’Nba con la canotta dei Phoenix Suns, il ragazzo nel 2007 aveva preferito puntare sui campionati europei, spinto anche da una profonda curiosità, dalla passione per i viaggi e da una rara sete di conoscenza. «Da quando ho iniziato a giocare sono stato in decine di Paesi. È difficile cambiare ogni anno, ma vedere il mondo è stata una grande opportunità, che mi ha cambiato la vita», spiega al Corriere della Sera da Gravelines, cittadina di 12.000 abitanti nell’estremo nord della Francia, dove si è trasferito all’inizio di questa stagione. L’esperienza in Ucraina è stata completamente diversa dalle precedenti in Germania, Francia e Bosnia.

Arrivato per vincere il campionato, Collins – un gigante di 2.06 metri che fra le altre cose ha la passione del giornalismo e scrive come freelance – ha assistito allo scoppio e allo sviluppo della guerra civile e l’ha raccontato nei giorni scorsi nella sua rubrica su Espn, il principale canale sportivo americano. «Il club era molto forte. Era un’ottima opportunità per giocare e avevo un buon rapporto con i compagni. Arrivando a Mariupol da straniero, però, non ci si accorge che gli abitanti parlano russo, e non ucraino», afferma ricordando i suoi primi giorni nel Paese. Il 22 novembre, il giorno dopo il rifiuto del presidente Viktor Yanukovych di firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea – decisione che ha dato il via alla crisi ucraina –, l’Azovmash di Collins era impegnata in una gara a Ivano-Frankvisk, città asburgica dell’ovest, al confine con la Polonia. Sugli spalti quella sera sventolavano bandiere dell’Unione Europea e c’era grande agitazione, ma quando Collins chiese a un compagno di squadra cosa stesse succedendo, gli fu risposto di stare tranquillo, che si trattava solamente di faccende politiche. «Erano i primi giorni, ed ero ancora inconsapevole di cosa stesse accadendo», racconta. «Quella sera non avevo scelta, se non concentrarmi sulla partita», spiega. «Al termine di una gara sofferta e vinta dopo due supplementari, feci una passeggiata nel centro di Ivano-Frankvisk e vidi altre bandiere dell’Unione Europea e cartelli appesi ai lampioni e agli edifici. C’era l’atmosfera delle grandi occasioni mancate. A Mariupol non c’era nulla di simile, non avevo visto neanche una bandiera dell’Ue». Due giorni dopo l’Azovmash giocava a Leopoli, sempre ad ovest, proprio mentre a Kiev 100.000 persone scendevano in piazza Maidan. «La mattina successiva, mentre ero in albergo, ho sentito dei canti provenire da fuori. Mi sono vestito e sono sceso in strada. C’erano centinaia di persone che marciavano sotto la pioggia, sventolando bandiere dell’Unione Europea e dell’Ucraina», ricorda Collins. «Li seguivo a distanza. Erano studenti, e vedere dei giovani manifestare per il proprio futuro era molto entusiasmante», racconta. «Lì ho cominciato a capire che stava succedendo qualcosa di importante. In tempo di crisi, vivere in un Paese straniero di cui non parli la lingua è come essere un bambino che assiste al matrimonio dei genitori che va in pezzi: non capisci i problemi e a nessuno interessa la tua opinione. Non puoi ascoltare i telegiornali e leggere i quotidiani, ma capti le conversazioni intense fra le persone nei caffè e le televisioni, che prima venivano ignorate, cominciano ad attirare gruppetti di spettatori che si radunano per discutere. Nei supermercati cominciano a scarseggiare i beni in scatola, e si comincia a percepire la tensione». Tornato a Mariupol, invece, sembrava che non stesse succedendo nulla. «A ovest le persone erano affamate di cambiamento, specialmente i giovani. A Mariupol persino i ragazzi erano contrari a quello che stava avvenendo in Piazza Maidan», spiega Collins. «Volevo capire cosa stesse succedendo e a dicembre, sfruttando qualche giorno libero, sono andato a Kiev. Molti manifestanti avevano lasciato la piazza per le vacanze, ma ce n’erano ancora migliaia che sfidavano il freddo e continuavano l’occupazione. Le feste sembravano aver messo le persone di buon umore, ma c’erano ovunque barricate di gomme, legno e filo spinato. Solo in quel momento ho capito quello che doveva essere ovvio dall’inizio: non sarebbe finita facilmente, né tantomeno bene. C’erano persone al freddo che credevano di poter cambiare le cose, ed erano pronti a morire per questo».

I mesi passavano, e mentre in strada le manifestazioni si facevano sempre più cruente e nell’ovest i palazzi governativi venivano occupati, il campionato andava avanti. «A febbraio, la notte prima di una partita, il club ha convocato una riunione d’emergenza. A Kiev le proteste erano diventate violente, piazza Maidan era in fiamme e per la prima volta dall’inizio della crisi, alcuni manifestanti erano stati uccisi in pieno giorno», ricorda Collins, che sempre più preoccupato chiedeva informazioni ai compagni di squadra ucraini, che si professavano apolitici ma non volevano che la capitale del Paese fosse data alle fiamme. «Sebbene la Lega fino a quel momento avesse ignorato le questioni politiche, si era improvvisamente ritrovata davanti alla possibilità di giocare mentre per strada i servizi di sicurezza del governo sparavano sui civili. Fu indetto un giorno di lutto e la partita fu posticipata, ma le gare del weekend si sarebbero giocate normalmente. Il giorno successivo furono uccise ottanta persone». In quei giorni il presidente Yanukovych abbandonò Kiev, mentre la valuta nazionale perdeva valore e si era sparsa la voce che le banche stavano rimanendo senza soldi. «Ai bancomat di Mariupol le file facevano il giro dell’isolato, e i cambiavalute non davano più dollari», spiega Collins. «Le televisioni russe, molto popolari a est, dipingevano i ribelli come fascisti e terroristi, mentre su Facebook vedevo persone parlare di secessione e chiedere la creazione di un nuovo Paese. La reazione russa sembrava imminente». La fine dell’esperienza ucraina, per il giocatore come per il presidente, stava arrivando velocemente. «Eravamo a 80 chilometri dal confine russo, e qualsiasi azione di Putin avrebbe sicuramente interessato Mariupol. L’unico aeroporto vicino era quello di Donetsk, e si diceva che sarebbe stato occupato», afferma Collins. «Per questo il club ha deciso di evacuare tutti gli stranieri in rosa finché era possibile e continuare il resto della stagione con giocatori locali e giovani. Ho fatto i bagagli il più in fretta possibile e dopo un’ultima notte in città con i compagni, terminata in un karaoke cantando ubriachi Heroes di David Bowie, sono partito». La mattina dell’1 marzo Collins si è imbarcato a Donetsk per il Bahrain, e tre giorni dopo ha firmato per il Manama Club, con il quale a maggio ha vinto il campionato. L’Ucraina, però, resta nella sua memoria. «Ho dei bei ricordi, di cose semplici: le persone che intonano canzoni russe nei ristoranti la sera, gli anziani che discutono nei caffè, o le frustate con i rami di betulla sulle schiene bagnate nella banya, la sauna russa. La loro versione dei massaggi».

Corriere della Sera, 13 settembre 2014

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