Con la telescienza, addio alla fuga dei cervelli

La sera del 25 novembre 2009 il professor Camillo Ricordi, direttore del Diabetes Research Institute and Cell Tranplant Programm dell’Università di Miami, stava sistemando le ultime pratiche nel suo ufficio prima di tornare a casa. Era la vigilia della Festa del Ringraziamento, i corridoi dell’ospedale si stavano svuotando e i dipendenti stavano partendo per passare le feste in famiglia, quando squillò il telefono. All’altro capo del filo c’era l’equipe medica del Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda, in Maryland, alle prese con un paziente in condizioni disperate: un soldato di 21 anni a cui tre giorni prima avevano sparato a bruciapelo in Afghanistan, con il pancreas danneggiato in modo gravissimo. «Erano riusciti a salvare solo un pezzo dell’organo», racconta a Corriere Innovazione il professor Ricordi, erede dell’omonima casa discografica. «L’unico modo per non farglielo perdere completamente e non fargli sviluppare una grave forma di diabete era il Metodo Ricordi». Nonostante le difficoltà burocratiche, il professor Ricordi e il suo team aspettarono che il pancreas arrivasse dal Maryland, passarono la notte a processarlo in modo da sviluppare le cellule che producono insulina grazie al metodo inventato 25 anni fa dal medico italiano, e poi reinviarono l’organo al principale ospedale militare d’America, di modo che fosse impiantato al suo proprietario, il soldato italoamericano Tre Porfirio. L’operazione fu effettuata con successo la mattina seguente, con il professor Ricordi che aiutò a coordinare i chirurghi via internet da Miami.

Il trapianto effettuato in collaborazione dai chirurghi del Walter Reed e dall’equipe del professore italiano, considerato un serio candidato al Premio Nobel, ha ispirato una puntata della serie televisiva Grey’s Anatomy, ma soprattutto può rappresentare una nuova soluzione al problema dei cosiddetti “cervelli in fuga”: collaborare in tempo reale con laboratori sparsi in tutto il mondo attraverso le nuove tecnologie. Una prospettiva che, se incentivata, permetterebbe anche agli italiani di mettere in pratica le competenze apprese all’estero e sviluppate con fondi stranieri, senza necessità di un effettivo rientro nel Paese di origine. «Nella carriera di uno scienziato è normale trascorrere un periodo all’estero – racconta Paolo Codega, postdoctoral scholar del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York dove studia i meccanismi per cui si formano i tumori al cervello – ma per noi italiani però è molto difficile tornare indietro».

Michele Di Battista, postdoctoral fellow che al Monell Chemical Senses Center di Philadelphia studia il sistema olfattivo, sta per esempio provando attivamente a rientrare in Italia: ha presentato tre progetti, ma le possibilità di farcela sono molto basse. «Come vincere alla lotteria», afferma. «Grazie al sistema pubblico italiano ho potuto studiare e perseguire le mie aspirazioni, mentre qua negli Stati Uniti quello stesso percorso mi avrebbe portato ad avere un mutuo di almeno 20.000 dollari alla fine degli studi. In Italia il sistema pubblico investe molto per preparare persone che poi tendono ad andare via senza poter restituire, contribuendo alla vita sociale e culturale dell’Italia».

Come dimostra Ricordi, l’apporto che i ricercatori italiani in America riescono a dare alla ricerca del nostro Paese potrebbe non essere più ostacolato dall’effettiva lontananza geografica. «Questa è l’era digitale della ricerca», afferma il professore. «Come nella telemedicina si possono trattare pazienti a distanza, nella ricerca si può usare la telescienza, ovvero tecnologie che permettono di guardare lo stesso microscopio e di effettuare la stessa procedura anche a un oceano di distanza. In questo modo non si pensa più a chi far rientrare, ma a come aumentare l’efficienza di tutti». Secondo il professori Ricordi, dunque, anche in campo scientifico è arrivato il momento di non guardare più alle barriere geografiche: il Paese può far affidamento sui ricercatori italiani all’estero mettendoli in contatto con i loro connazionali e realizzando sinergie. «A Miami io accedo a fondi americani, stringo contatti con altri centri e aiuto giovani ricercatori: in istituto ne abbiamo quindici italiani. In questo modo, invece che puntare sul rientro fisico dei ricercatori in Italia, si può ottimizzare l’investimento e sfruttare quelli che sono all’estero e che utilizzano fondi stranieri».

Il professor Ricordi non è il solo a sostenere questa tesi, ma fa parte di un movimento che negli ultimi anni ha preso sempre più piede e che trova in “Reinventing Discovery”, libro pubblicato nel 2011 dal fisico australiano Michael Nielsen, un manifesto programmatico della cosiddetta open science nel quale si affronta la nuova era della collaborazione online fra scienziati per risolvere i problemi.

Nel 2008, è stata fondato Issnaff (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation), un’organizzazione non profit impegnata nel promuovere la cooperazione scientifica, accademica e tecnologica fra i ricercatori italiani in nord America e il mondo della ricerca in Italia. «È vero che in tanti lasciano l’Italia perché non ci sono possibilità, ma è un modo limitante di vedere il fenomeno», afferma Giustina Magistretti, direttore esecutivo della fondazione con sede a Los Angeles. «Noi facciamo da ponte fra il mondo della ricerca italiano e quello americano – continua –. Abbiamo programmi mirati a portare italiani negli Stati Uniti, affinché poi trasferiscano in Italia le competenze acquisite durante il periodo americano. Avere persone che si formano all’estero deve essere una risorsa per il Paese, non una perdita: la nostra attività è finalizzata a far rientrare persone formate in Italia o a mettere a sistema coloro che restano negli Stati Uniti». Dal prossimo anno lo scambio di competenze diventerà effettivo: «porteremo americani in Italia – spiega Magistretti – perché non è vero che in Italia non abbiamo nulla da insegnare».

Corriere Innovazione, 9 ottobre 2014

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