Designer, registi, art manager, architetti. Il talento italiano ha conquistato il mondo

Partito da Ancona negli anni Venti senza conoscere l’inglese, l’architetto Pietro Belluschi ha disegnato nella sua carriera oltre mille edifici in tutti gli Stati Uniti: dal piccolo palazzo della compagnia elettrica Pacific a Portland, in Oregon, nel 1926, fino al One Financial Center, un grattacielo di 46 piani nel centro di Boston costruito nel 1983. Il lavoro di Belluschi accompagnò lo sviluppo economico dell’America lungo tutto il Novecento, e l’architetto marchigiano arrivò a progettare a New York nel 1963 l’iconico PanAm Building (oggi MetLife), costruito sopra la stazione di Grand Central e ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili della città. In quegli anni, a New York, Massimo Vignelli disegnava i loghi delle più importanti aziende americane, come American Airlines, Ibm e Bloomingdale’s. Lo storico designer milanese – morto a maggio a 83 anni – è però passato alla storia per l’innovativa mappa della metropolitana di New York, realizzata nel 1972 ed esposta oggi nella collezione permanente del Moma.

Nel museo d’arte contemporanea newyorkese – la cui sezione di architettura e design è diretta da Paola Antonelli – gli italiani continuano a suscitare interesse: il PS1, la succursale del Queens, negli ultimi due anni ha ospitato i lavori dell’artista trevigiana Lara Favaretto e del regista milanese Michelangelo Frammartino. Dall’altra parte della città, il New Museum, innovativo polo museale su Bowery, è diretto da Massimiliano Gioni, mentre sua moglie Cecilia Alemani è curatrice del parco della High Line. La creatività italiana non si ferma a New York: l’artista multimediale milanese Paola Pivi lavora da anni ad Anchorage, in Alaska, mentre Mattia Casalegno, artista visivo napoletano, vive a Los Angeles dal 2009, dove ha deciso di aprire il proprio studio.

«Negli Stati Uniti la creatività italiana funziona perché c’è una grande capacità di fare profitti con la cultura ed è una società interessata al nuovo», spiega a Corriere Innovazione Casalegno, 33 anni. «Ci sono maggiore accesso alle risorse e capacità logistiche che in Italia mancano, ma anche una cultura pragmatica e positiva che aiuta. Los Angeles ti trasmette un vertiginoso senso di possibilità e ti mette in condizione di realizzare e produrre, ma il costo alcune volte è una grande solitudine».

Ubaldo Vitali – artigiano e artista romano che lavora l’argento e vive in New Jersey dal 1967 – ha ricevuto invece nel 2011 il MacArthur Prize – noto anche come “premi per geni” – che gli è stato comunicato senza preavviso con una telefonata. «Pensavo fosse uno scherzo», raccontò al Wall Street Journal. Invece erano 500.000 dollari da spendere come meglio crede, ricevuti per la sua originalità.

L’estro e la creatività italiana raggiungono ormai i luoghi più remoti del pianeta. Michele Mele, 35 anni, art-manager della compagnia teatrale stabilemobile di Antonio Latella, ha coprodotto nel 2012 uno spettacolo al Teatro Staryj Dom di Novosibirsk, in Siberia, dove lavora ancora oggi. «Lo spettacolo ha funzionato come biglietto da visita su tutta la Russia», racconta. «A Novosibirsk, i nostri lavori sono accolti da un entusiasmo raro da parte del pubblico. Soprattutto dai giovani, che si riconoscono in linguaggi scenici per loro radicalmente nuovi, anche estremi».

In Corea del Sud ha trovato la sua opportunità Giovanni Fumu, 29 anni, che a Seul ha aperto quest’anno insieme a un socio locale, Kimbo Kim, una casa di produzione video, 37th Degree. «In Corea ho trovato persone disposte ad ascoltare e a prendere sul serio idee che altrove potevano essere scambiate frettolosamente per utopie», spiega. «Per me la creatività è nello stile di vita, nell’improvvisazione, nella capacità di organizzare la propria giornata. Credo sia una delle risorse a cui attingiamo più spesso, anche nelle decisioni più banali. Io la sento molto connessa all’istinto, all’osservazione e poi all’immaginazione».

Una consapevolezza chiara per Ippolito Pestellini Laparelli, arrivato a Rotterdam otto anni fa come stagista di Oma. Oggi, a 34 anni, è partner dello studio di architettura fondato da Rem Koolhaas ed è tornato a collaborare con l’Italia, dove ha curato la mostra e l’allestimento della Biennale d’Architettura di Venezia e diversi progetti per Prada a Milano. «A Oma ho avuto possibilità di rischiare, libertà d’azione, autonomia, grosse responsabilità e la fortuna di poter sbagliare e di recuperare imparando dai miei errori», spiega. « Penso che la creatività non sia quasi mai un atto individuale, ma il risultato di un’azione collettiva e condivisa, che procede a piccoli passi. Forse l’analogia più precisa è la stesura di una sceneggiatura».

Corriere Innovazione, 27 novembre 2014

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