Gusto, cultura, preparazione e personalità. Quando al mondo il capo piace italiano

Nella lista dei cento migliori amministratori delegati del mondo – compilata ogni anno dalla Harvard Business Review e guidata nel 2014 dal fondatore di Amazon Jeff Bezos – spiccano due italiani: oltre a Paolo Rocca – guida di Tenaris, colosso siderurgico italiano con sede in Lussemburgo – che si piazza al ventunesimo posto, in ottantunesima posizione c’è Fabrizio Freda, l’uomo che nel 2009 ha ereditato il comando di Estée Lauder da William Lauder, nipote della fondatrice.

Napoletano, 57 anni, formatosi a Procter & Gamble, Freda è il primo manager esterno a entrare negli affari della famiglia Lauder ed è anche il quarto più pagato fra i migliori chief executive officer: fra stipendio, bonus, premi e azioni societarie porta a casa circa 31 milioni di dollari. Soldi meritati, considerando che sotto il suo controllo la multinazionale dei cosmetici fondata a New York nel 1946 è passata in sei anni da una capitalizzazione di circa 6 miliardi di dollari agli oltre 31 miliardi attuali.

Freda non è però l’unico italiano ad aver raggiunto posizioni di rilievo nelle più grandi aziende mondiali. Osservando la classifica stilata da Forbes delle maggiori società quotate, si scopre che dieci delle prime cinquantadue (escludendo i colossi asiatici) hanno manager italiani al loro vertice.

La storia più nota è quella di Vittorio Colao, dal 2008 ad della britannica Vodafone, il più grande operatore telefonico al mondo per fatturato, con 434 milioni di clienti. Un passato da ufficiale dei Carabinieri, una laurea alla Bocconi e un mba a Harvard, Colao è passato per la società di consulenza McKinsey, per Rcs e per Omnitel: qua era soprannominato “l’internazionale” per l’abilità con cui ha proiettato l’operatore telefonico italiano in una dimensione globale, trasformandola in Vodafone Italia e spiccando il volo verso la guida del colosso britannico.

Oltre ai casi più celebri, molti manager italiani si sono insediati alla guida di aziende nei principali settori mondiali, a partire dall’industria del lusso in Francia, da quella automobilistica tedesca e dalla finanza e dalla tecnologia negli Stati Uniti. Basta pensare a Marco Bizzarri, recentemente passato da amministratore delegato della divisione “luxury couture e leather goods” di Kering alla poltrona principale di Gucci, sempre nel gruppo di François Pinault, e Antonio Belloni, direttore generale di Lvmh.

In Germania c’è Luca De Meo, il primo straniero a entrare nel consiglio di amministrazione di Audi, dove è arrivato anche Stefano Domenicali, ex direttore della gestione sportiva della Ferrari che da novembre si occupa di servizi e mobilità. Il design di tutto il gruppo Volkswagen – che spazia da Seat e Skoda fino a Lamborghini, Bentley, Bugatti e alle moto Ducati – è affidato a Walter de Silva, la cui carriera cominciò alla Fiat nel 1971. Ma c’è anche Ferdinando Beccalli Falco, ceo di GE Europe e GE Germany, succursali europee del colosso americano.

La presenza italiana negli Stati Uniti è numerosa, e non si limita a tecnologia e finanza. Oltre a Diego Piacentini, vicepresidente di Amazon, al chief financial officer di Apple Luca Maestri o a Monica Mandelli, managing director della divisione di investment banking di Goldman Sachs, spiccano nel marketing e nella comunicazione Luca Linder, presidente di McCann Worldgroup, nella moda Federica Marchionni, appena chiamata a dirigere Land’s End, e nel settore farmaceutico Lamberto Andreotti, figlio di Giulio e amministratore delegato di Bristol-Myers-Squibb.

Anche la Svizzera è territorio di conquista per i manager italiani. Ornella Barra, ad di Alliance Boots, rifornisce da Berna oltre 170.000 fra farmacie e ospedali di venti paesi ed è secondo Forbes fra le 50 donne più potenti al mondo. Non sono da meno Andrea Orcel, guida della banca d’investimento Ubs, e Guerrino De Luca, ceo di Logitech.

In Asia, invece, si sono fatti largo Matteo Pellegrini, presidente di Philip Morris International nella regione, e Gianfranco Lanci, ex amministratore delegato del produttore di computer taiwanese Acer – dal quale ha ricevuto nel 2011 una buonuscita di 42,9 milioni di dollari – e oggi chief operating officer di Lenovo a Hong Kong.

Corriere Innovazione, 23 aprile 2015

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