A 300 metri dal mondo: Miracle Village, il villaggio della Florida dove vivono i sex offender

Qui la versione multimediale.

«Il 12 maggio 1997, all’età di 57 anni, sono andato in pensione, dopo aver guidato il camion per 34 anni attraverso l’America. I miei figli erano tutti grandi, io e mia moglie stavamo a casa e avevo parecchio tempo libero. Non so quando, ma a un certo punto ho cominciato a prendere cattive decisioni. Dopo circa tre anni, sono stato arrestato e accusato di atti osceni e libidinosi con bambini di età inferiore ai 12 anni. Ho fatto del male psicologico a tre ragazze, che le segnerà per il resto della loro vita. Ho fatto del male anche a mia moglie e alla mia famiglia. E a molte altre persone, in modi diversi».

L’autore di questa lettera è Paul, un settantacinquenne che vive nel bungalow N.103 di Miracle Village, un villaggio della Florida meridionale avvolto dalle piantagioni di canna da zucchero, la cui quiete notturna è scossa solamente dal fischio dei treni merci che attraversano lo stato da nord a sud. In fondo alla strada – due corsie di asfalto screpolato delimitate da una fitta vegetazione tropicale – spunta Pahokee, la cittadina più vicina: un anonimo paese di 6.500 abitanti sulle rive del Lago Okeechobee, il più grande della Florida, che fra i propri residenti celebri annovera una decina di giocatori di football e un musicista country, Mel Tillis. Pahokee, povera e a prevalenza afroamericana, dista cinque fondamentali chilometri da Miracle Village, che ha dieci strade e 200 abitanti: fra questi, oltre cento sono sex offender, persone condannate per reati sessuali.

Gli abitanti di Miracle Village – un rettangolo verde con una cinquantina di case ritenuto la più grande comunità di sex offender degli Stati Uniti – hanno abusato di minori, come Paul, oppure hanno molestato i propri figli, guardato filmati pedopornografici o fatto sesso con fidanzate minorenni. Secondo le leggi della Florida, fra le più rigide di tutti gli Stati Uniti, dopo aver scontato la pena le persone condannate per reati sessuali devono iscriversi in un registro dove segnalano, fra le altre cose, i propri contatti e l’indirizzo di residenza, e la loro identità può essere rivelata alla comunità attraverso giornali, volantini e altri mezzi per prevenire nuovi reati. I sex offender, inoltre, non possono vivere a meno di 300 metri da una scuola, da un asilo, da un parco o da un’area giochi, limite che in alcune città è stato portato fino a 750 metri e al quale sono state aggiunte le piscine, le fermate dell’autobus e le biblioteche.

Queste restrizioni di residenza riducono di molto le aree in cui i sex offender, una volta usciti di prigione, possono risiedere legalmente, rendendo fondamentali i cinque chilometri che separano Miracle Village da Pahokee. A Miami, fra il 2006 e il 2010, proprio a causa di queste leggi in molti si ritrovarono a vivere sotto il Julia Tuttle Causeway, il ponte che attraversa la Biscayne Bay e collega la terra ferma a Miami Beach. Quella che era nata come una soluzione temporanea istituita dalla città per risolvere il problema dei sex offender senzatetto, rimase per anni una tendopoli che fra rifiuti, escrementi e insetti rappresentava l’unico possibile indirizzo per tutti coloro che avevano commesso reati sessuali, avevano scarse risorse economiche e volevano vivere a Miami.

Prima che fosse sgomberata nell’aprile 2010, la tendopoli arrivò a contenere 140 sex offender che sottostavano a uno stretto coprifuoco notturno e che furono sfrattati una volta divenuti troppo visibili e imbarazzanti per la città, venendo smistati fra un albergo e un trailer park, una comunità di roulotte in un quartiere periferico. Durante la sua esistenza, però, la colonia del Julia Tuttle Causeway ha attirato parecchie critiche, ed è stata spesso presa come modello negativo delle politiche sociali nei confronti dei sex offender: l’incapacità di trovare una casa stabile per coloro che avevano commesso reati sessuali, scriveva per esempio il Miami Herald nel novembre 2011, aumenta il rischio che possano compierne di nuovi, mentre la vicinanza a scuole o parchi non ne accresce le possibilità.

La tendopoli del Julia Tuttle Causeway era nota anche come “Bookville”, dal nome della persona che con il suo lavoro aveva contribuito a crearla: Ron Book, il più potente e ricco lobbista della Florida, un uomo combattivo con tre cellulari sempre accesi e un grande anello di diamanti all’anulare della mano destra. Dopo aver scoperto gli abusi subiti negli anni Novanta dalla figlia Lauren – che da quando aveva undici anni fu molestata sessualmente dalla tata Waldina Flores per sei anni senza che nessuno se ne accorgesse –, Book ha contribuito a scrivere le dure leggi dello Stato, battendosi per l’inasprimento delle pene e per le limitazioni di residenza che hanno portato alla creazione della colonia sotto il ponte di Miami.

«Il Julia Tuttle Causeway è stato un errore dovuto soprattutto all’amministrazione penitenziaria di Miami, che continuava a mandare gente sotto al ponte. Farli vivere all’aperto non è una buona idea», spiega Book al Corriere della Sera. Oggi la tata Waldina Flores sta scontando una sentenza di 25 anni nel carcere di Ocala, mentre la figlia Lauren – dopo una lunga terapia – si è unita al padre nella sua battaglia ai sex offender e ha fondato “Lauren’s Kids”, un’organizzazione che si batte contro gli abusi sui bambini, il 95 per cento dei quali, sostiene, si possono prevenire grazie a istruzione e consapevolezza. «Nonostante l’errore commesso dalla città di Miami», continua Book, «credo che l’idea di costruire alloggi abbordabili lontano dalla popolazione sia un buon modo per raggruppare i sex offender in un’area più facilmente monitorabile».

Proprio nella tendopoli di Miami è ambientato Lost memory of skin, l’ultimo romanzo dello scrittore americano Russell Banks, che dal balcone del suo condominio di lusso – dove è solito fumare sigarette alla ricerca di ispirazione – poteva scorgere la povertà dell’accampamento sotto il ponte che conduceva alla vita scintillante di Miami Beach. Specializzato in personaggi che vivono ai margini, Banks andò in esplorazione al Julia Tuttle Causeway, realizzando che non tutti i sex offender sono uguali. «Il problema della legge è che ammassa tutti insieme: stupratori seriali, pedofili, ragazzi condannati per atti osceni perché pizzicati mentre urinavano all’aperto e diciottenni che hanno fatto sesso con una quindicenne», spiegava al New York Times. «Questa fobia dei reati sessuali sta diventando una preoccupazione nazionale, ricorda i processi alle streghe di Salem».

Secondo Tamara Rice Lave, professore associato alla scuola di legge dell’Università di Miami, la ampia definizione di sex offender è effettivamente paradossale. «È totalmente irrazionale: coloro che commettono crimini sessuali violenti sono accomunati a persone che hanno compiuto reati minori, come fare pipì in pubblico o fare sesso con una fidanzata minorenne», conferma al Corriere. «I politici però hanno paura di battersi contro una legge ingiusta perché temono di perdere voti. È più facile essere duri con i sex offender».

L’accampamento del Julia Tuttle Causeway non è l’unica dimostrazione delle dure leggi della Florida. Ad Arcadia, una cittadina di 6 mila abitanti sull’altra costa dello Stato, non distante da Sarasota, sorge il Florida Civil Commitment Center, una struttura avvolta dal filo spinato in cui sono confinati 650 uomini che lo Stato teme possano molestare, assaltare o stuprare qualcuno nel caso vengano rilasciati. Non si tratta però di persone che stanno scontando la propria pena: in Florida è infatti legale incarcerare qualcuno per un crimine che non ha ancora commesso.

Questa pratica – simile al ricovero forzato dei malati mentali e definita civil commitment – è riservata alle persone condannate per reati sessuali violenti che sono ancora ritenute a rischio una volta finita la pena: allo Stato basta dimostrare che un individuo ha problemi mentali che gli impediscono di controllarsi. L’idea risale agli anni Sessanta, quando normative simili erano in vigore in 26 stati. Nel tempo furono tutte abrogate, ma nel 1999 la Florida è stata fra i primi ad approvare nuovamente questa legge, e oggi il civil commitment è in vigore in venti stati.

Nel Sunshine State, scontata la condanna, i sex offender ricevono una valutazione psicologica che stabilisce la predisposizione a commettere nuovamente crimini sessuali violenti. Se considerati pericolosi vengono rinchiusi ad Arcadia, dove aspetteranno un commitment trial, ovvero un nuovo processo che si esprimerà sul loro confino e che potrebbe arrivare anche dopo anni. «La legge dice che possono essere rilasciati quando non sono più una minaccia, ma è un’eventualità molto rara», spiega la professoressa Rice Lave, autrice di uno studio critico pubblicato nel 2011 sulla New Criminal Law Review che si fonda sui bassi tassi di recidività dei sex offender. «In realtà queste persone vengono incarcerate per il resto della loro vita. Si tratta di leggi piene di errori».

Nonostante la legislazione dello Stato fosse già durissima, lo scorso anno il governatore repubblicano Rick Scott – anche a causa di un’inchiesta del quotidiano di Palm Beach, il Sun-Sentinel, secondo cui 594 sex offender registrati sarebbero stati condannati nuovamente dopo essere stati valutati e rilasciati – ha firmato un inasprimento delle normative, che ha raddoppiato la sentenza minima per i violentatori di bambini, portandola a 50 anni, ha eliminato lo sconto di pena per buona condotta e ha proibito il possesso di materiale pornografico ai condannati per reati sessuali. «C’è una sola cosa che sappiamo per certo», dichiarò il deputato repubblicano locale Matt Gaetz al momento della firma. «Nessuno ha mai stuprato un bambino mentre era rinchiuso in una prigione statale».

Secondo uno studio del Bureau of Justice Statistics – l’agenzia governativa che raccoglie, analizza e pubblica statistiche relative ai crimini commessi negli Stati Uniti – nei primi tre anni successivi al rilascio, tuttavia, solamente il 5,3 per cento dei sex offender commette nuovamente reati sessuali. «Contrariamente alle credenze popolari, hanno un basso tasso di recidività. Alcuni studi dimostrano inoltre che, invecchiando, chi ha commesso reati sessuali ha sempre meno possibilità di colpire nuovamente», spiega ancora la docente Rice Lave, che è specializzata in diritto penale e in particolare nella valutazione e nel monitoraggio dei sex offender. Nonostante questo, le leggi della Florida sono durissime contro le persone che hanno finito di scontare la propria condanna per reati sessuali e che, come accadeva al Julia Tuttle Causeway, vengono spinte lontano dalle aree densamente popolate e soprattutto ai margini della società, rendendone estremamente complicato il recupero dopo la scarcerazione.

«Il vero problema», continua Rice Lave, «è che queste comunità promuovono l’idea sbagliata che i sex offender debbano vivere in disparte per il bene della collettività. È invece importante che le persone siano reintegrate dopo il rilascio dalla prigione, perché questo diminuisce le possibilità che colpiscano ancora. Luoghi simili possono essere utili nel momento in cui offrono trattamenti specializzati».

In questo drastico contesto, nel 2009 Dick Witherow – un ex detective privato divenuto pastore evangelico e leader dell’organizzazione cristiana no profit Matthew 25 Ministries, che all’epoca aveva 76 anni – ha fondato Miracle Village, una cittadina che sembra offrire un’alternativa dignitosa a chi è stato condannato per reati sessuali: la missione, come si legge sul sito, è «offrire una comunità di recupero compassionevole per “ex offender” che vogliono prendersi le proprie responsabilità e imparare a fare le scelte giuste mentre aspirano al successo».

Witherow, scomparso nel 2012, aveva intravisto la sua missione cristiana nel recupero dei sex offender che, in un’intervista rilasciata nel 2009 alla National Public Radio, definì «i lebbrosi dei tempi moderni», espressione che dà il titolo a un suo libro sull’argomento. Durante l’intervista, il pastore raccontò anche la propria esperienza personale: a 18 anni mise incinta la futura moglie, che all’epoca aveva 14 anni. «Se fosse successo nella società odierna», spiegava, «sarei stato accusato di reati sessuali su minori, avrei ricevuto una condanna fra i 10 e i 25 anni di prigione e una lunga libertà vigilata, poi sarei stato marchiato come sex offender».

I bungalow gialli che oggi formano Miracle Village erano una volta una company town, una cittadina dormitorio per gli operai che lavoravano la canna da zucchero prima che l’industria entrasse in crisi. Nel 2009, quando Whiterow la scelse come sede per la propria organizzazione, si chiamava ancora Pelican Lake e il pastore, che non poteva permettersi di acquistarla, ne divenne il manager: il suo primo atto fu notificare alle famiglie che ci vivevano con bambini che stava arrivando una comunità di sex offender, e che forse avrebbero preferito trasferirsi altrove. La maggior parte se ne andò, molti lo denunciarono sostenendo di essere stati cacciati ingiustamente. I pochi braccianti giamaicani in pensione che restarono non sembravano però essere turbati dall’arrivo dei nuovi inquilini portati dal pastore Witherow. «Commettiamo tutti degli errori, amico», aveva dichiarato all’epoca uno di loro, Percy Val Miller, al Tampa Bay Times. L’arrivo dei sex offender, secondo molti, aveva reso infatti le dieci strade del villaggio ancora più sicure, e più curate.

Al tempo Colin Walkes, il sindaco della vicina Pahokee, era stato invece meno comprensivo: «ce ne sono troppi tutti insieme, è molto rischioso», aveva commentato. Oggi, sebbene non abbia voluto rispondere alle domande del Corriere, sembra essere più tollerante, e ammette che gli abitanti hanno cominciato ad accettare gli insoliti vicini che vivono appena fuori città. «All’inizio c’era parecchia opposizione, perché volevamo proteggere il nostro bene primario: i nostri figli», ha spiegato alla Bbc. «Tuttavia stiamo superando la cosa, perché questo è un Paese di seconde e terze possibilità per chi commette errori. Finché c’è la polizia e non ci sono problemi, la comunità li accetterà».

Jill Levenson, professore associato della Barry University, ateneo privato e cattolico di Miami, è convinta che sia possibile che troppi sex offender in un solo luogo possano aumentare i rischi per le comunità limitrofe, come nel caso di Pahokee, ma ritiene che ci siano anche benefici: spesso, infatti, i residenti si sorvegliano a vicenda. «Se qualcuno fa qualcosa di rischioso, gli altri lo riprendono o fanno rapporto alle autorità, perché una ricaduta può essere problematica per tutti gli abitanti della comunità», ci spiega Levenson, che è autrice di numerosi studi in materia. «I sex offender, però, non commettono abusi sui bambini perché risiedono nei pressi di scuole o parchi. Piuttosto creano le opportunità coltivando nel tempo rapporti con i bambini e le loro famiglie».

A vigilare su Miracle Village è il detective Courtney Minton, dell’Unità Sexual Predator and Offender della polizia di Palm Beach County. Ogni settimana visita la comunità, controlla gli indirizzi e si assicura che i residenti abbiano registrato i propri contatti come previsto dalla legge. Il detective Minton è responsabile di 300 sex offender sui 900 che vivono nella contea, mentre in Florida sono 65 mila e in tutti gli Stati Uniti arrivano a 840 mila.

Il direttore esecutivo di Matthew 25 Ministries è Pat Powers, un settantenne che una volta era un importante allenatore di racquetball, uno sport simile allo squash che si gioca con racchette e palle di gomma. All’inizio degli anni Novanta fu condannato per aver avuto contatti sessuali con undici minori e oggi cerca di usare la sua esperienza di sex offender per influenzare gli altri. «Ero pienamente colpevole, e ancora oggi ci sono momenti in cui sento di aver deluso tutti. Ma Dio mi ha perdonato, e ora la mia vita sta cambiando», ha spiegato Powers alla National Public Radio. «L’unico modo di cambiare è ammettere di aver sbagliato».

Nel villaggio si tengono corsi sul controllo della rabbia, terapie sul sesso e studi biblici, oltre ai trattamenti psicologici che per la maggior parte dei sex offender sono obbligatori. Alcuni fra i residenti indossano cavigliere per la sorveglianza elettronica, hanno il coprifuoco alle 19 e non possono avere né un computer né un cellulare, ma sono liberi di fare attività e di lavorare nelle città vicine, come per esempio alla chiesa metodista di Pahokee, a cui in diversi forniscono musica dal vivo durante le funzioni. «Riceviamo ogni settimana fra le 10 e le 20 domande d’ammissione», ha raccontato alla Bbc Jerry Youmans, coordinatore delle ammissioni di Matthew 25 Ministries, anche lui condannato per reati sessuali. «Cerchiamo di non accettare persone con un passato di violenza o droga, e di non prendere pedofili diagnosticati, ovvero coloro che hanno stimoli sessuali soltanto verso i bambini. Vogliamo proteggere le persone che sono qua».

A Miracle Village vivono infatti anche alcuni bambini, visto che le leggi della Florida non impediscono ai sex offender di risiedere nello stesso quartiere di minorenni: l’unico limite può essere imposto dai termini della libertà vigilata, che ha il potere di proibire ogni contatto. Questa vicinanza fra bambini e sex offender ha sollevato anche alcune critiche, a cominciare dal potente lobbista Ron Book. «Non mi piace la gestione di Miracle Village, anche se ospitare i sex offender in un luogo lontano dalla popolazione è una buona idea», afferma Book, che è fra i principali sostenitori delle limitazioni di residenza per i sex offender. «Ci sono troppi bambini che finiscono nella comunità fondata da Witherow e che diventano accessibili per la popolazione di predatori che ci vive. Non è una buona idea».

I prati curati e la rigogliosa vegetazione tropicale sono però un miraggio: fanno sembrare Miracle Village una quieta comunità rurale e spingono a dimenticare che alcuni dei residenti vivono in questo placido villaggio nell’interno della Florida perché hanno commesso reati terribili, e perché spesso non hanno trovato un altro luogo dove gli fosse permesso vivere.

Nel tempo, leggi che limitano le aree in cui i sex offender possono risiedere sono state approvate in quattordici stati, dall’Alabama alla California, ma in molti si chiedono se effettivamente servano a mettere al sicuro la popolazione. I sostenitori di queste normative ritengono sia una questione di buon senso: se lasci che i sex offender vivano vicino ai luoghi dove si ritrovano i bambini, i rischi saranno senza dubbio maggiori. «Questi individui restano sempre una minaccia per i nostri figli e per la nostra società», afferma Ron Book. «Per loro stessa ammissione non dovrebbero vivere vicino ai bambini».

Per altri invece non c’è alcuna evidenza empirica che mostri un tasso di recidività minore fra coloro che vivono lontano dalle scuole, come sostiene anche uno studio della professoressa Jill Levenson effettuato su 135 sex offender residenti in Florida e intitolato sarcasticamente «A 300 metri dal pericolo o a un passo dall’assurdo?», secondo cui queste limitazioni aumentano l’isolamento, creano situazioni di stress psicologico e finanziario e diminuiscono la stabilità, tutti elementi che insieme potrebbero incrementare il rischio di commettere nuovi reati.

«Il nostro Paese», ci spiega la professoressa Tamara Rice Lave, «è molto bravo nell’incarcerare persone, ma non è altrettanto abile nel sostenere un percorso di riabilitazione quando queste sono in prigione, né è capace di favorirne il reintegro nella società una volta scontata la pena. Ai sex offender, in particolare, dovremmo offrire trattamento e sostegno, e invece approviamo leggi che li alienano e gli rendono ancora più difficile mantenere un lavoro o trovare un luogo dove vivere. Questo aumenta il rischio che colpiscano ancora, ed è l’opposto di quello che dovremmo fare per promuovere la sicurezza della comunità».

Corriere della Sera, 9 luglio 2015

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