L’India e il mistero delle esportazioni di carne proibita

Qua la versione multimediale.

A gennaio 2014, all’apice della campagna elettorale, l’attuale premier indiano Narendra Modi — leader del Bharatiya Janata Party, il Partito del Popolo Indiano, forza conservatrice e nazionalista che si batte per la difesa dell’identità induista — annunciava per l’ennesima volta il suo piano di costruire un santuario per 10 mila mucche nello Stato del Gujarat, non lontano dal luogo di nascita del Mahatma Gandhi. «Questo Paese vuole una rivoluzione verde, ma il Congresso vuole invece una rivoluzione rosa», tuonava Modi qualche mese più tardi, durante un comizio a Bihar. «Quando gli animali sono macellati, il colore della loro carne è rosa».

Il suo progetto per onorare l’animale sacro della religione induista suonava piuttosto bizzarro, ma era la risposta politica all’inarrestabile crescita dell’industria indiana della carne bovina, un mercato che nel 2014 è arrivato a valere 4,3 miliardi di dollari all’anno. La religione Hindu proibisce infatti di uccidere e mangiare mucche, ma non ha impedito all’India — un Paese con 1,2 miliardi di abitanti, l’80 per cento dei quali si dichiara induista — di diventare leader mondiale nell’esportazione di carne bovina.

Secondo i dati della Fao, nel 2011 l’India era il terzo esportatore al mondo di carne bovina con poco più di un milione di tonnellate all’anno (1.043.000 per l’esattezza), dietro a Brasile e Stati Uniti che esportavano rispettivamente 1,37 e 1,34 milioni di tonnellate. A maggio del 2014 Modi vinceva le elezioni riportando il suo partito al governo dopo dieci anni, e in quegli stessi mesi l’India — secondo un rapporto del dipartimento per l’Agricoltura americano — diventava il principale esportatore di carne bovina al mondo.

In India le esportazioni di carne bovina sono iniziate negli anni Sessanta, e sono cresciute notevolmente nell’ultimo decennio parallelamente alle polemiche, alimentate anche da leggi non conformi in tutto il Paese: l’articolo 48 della costituzione indiana lascia decidere ai ventinove Stati se regolamentare o meno macellazione e vendita di carne bovina, e in ventiquattro di essi esistono leggi che proibiscono l’una o l’altra. La sacralità della mucca non è tuttavia uniforme in tutto il Paese: otto Stati — Kerala, Bengala Occidentale, Arunachal Pradesh, Mizoram, Meghalaya, Nagaland, Tripura e Sikkim — non hanno per esempio alcuna restrizione sulla macellazione.

A contribuire alla confusione, spiega il Financial Times, è anche un «paradosso legale»: il primato indiano nelle esportazioni — dirette principalmente in Vietnam, e da qui in Cina, oltre che in Malesia, Egitto e Arabia Saudita — è dovuto al bufalo, un membro della famiglia dei bovini che non è considerato sacro. «L’India è il maggior esportatore di carne di bufalo al mondo, non di carne bovina. Il problema è che in molti non conoscono la differenza», puntualizza al Corriere della Sera Ajaj Sud, partner di Al-Noor Exports, fra i più antichi esportatori di carne di bufalo congelata dell’India.

A rendere la carne bovina indiana così richiesta è il fatto che viene da bufali nutriti naturalmente e non con ormoni della crescita, ha spiegato il presidente della Agricultural and Processed Food Products Export Development Authority (Apeda), Santosh Sarangi, alla rivista americana The Atlantic. «L’India ha 115 milioni di bufali, e produce circa 1,53 milioni di tonnellate di carne bovina all’anno».

Secondo i dati ufficiali e l’industria degli esportatori — in mano soprattutto alla minoranza musulmana, che produce e mangia carne bovina — le esportazioni consisterebbero dunque solamente in carne di bufalo, una tesi contestata dall’estrema destra e dai gruppi religiosi e animalisti. Tuttavia, sostiene il Financial Times, i conti non tornano e i numeri sarebbero gonfiati dal mercato clandestino di carne di mucca: nel 2010, per esempio, l’India dichiarava di esportare 653 mila tonnellate di carne di bufalo, ma le importazioni mondiali di quella stessa tipologia di carne si limitavano a 169 mila tonnellate. La differenza, quasi 500 mila tonnellate, consisterebbe per lo più in carne di mucca di contrabbando. Numeri che Ajaj Sud ha preferito non commentare.

A partire dal 2014, l’Apeda ha cominciato a obbligare gli esportatori a dimostrare che la carne bovina proviene da mattatoi autorizzati dal governo, ma non è bastato a fermare le polemiche. «La carne è carne, ed è difficile dire se viene da macelli legali oppure no», ha spiegato al The Atlantic Poorva Joshipura, amministratore delegato di Peta India, il ramo locale dell’associazione animalista americana.

Secondo Peta India, nel Paese asiatico il mercato nero sarebbe molto vasto e ci sarebbero oltre 30 mila mattatoi illegali, contro i 3.600 legali, dove gli animali vengono macellati senza rispettare alcuna regola sanitaria. A confermarlo (indirettamente) è anche The Hindu, il secondo quotidiano in lingua inglese del Paese, che nel 2013 ha raccontato come nello stato dell’Andhra Pradesh – dove la macellazione è illegale e i trasgressori rischiano sei mesi di carcere – esisterebbero 3.100 mattatoi clandestini e appena 6 legali.

È così che l’industria della carne bovina indiana è diventata una questione politica e il primo ministro Modi ha vinto le elezioni (anche) accusando il partito di centro sinistra al governo, l’India National Congress, di incentivare il commercio di carne bovina per compiacere i 180 milioni di musulmani (il 14 per cento della popolazione) residenti nel Paese. Modi aveva promesso di mettere un freno al mercato della carne bovina, ma da quando è al governo le esportazioni sono aumentate del 16 per cento e il suo Paese è diventato il primo esportatore al mondo.

«A essere onesti con Modi», scrive The Atlantic, «non è semplice fermare l’industria della carne bovina. La mancanza di leggi uniformi sulla macellazione di mucche ne rende più semplice l’uccisione ed è stimato che ogni anno quasi 2 milioni di mucche vengono portate di contrabbando in Bangladesh, attraverso una frontiera di 4 mila chilometri malamente pattugliata. Rimanendo nei confini indiani, invece, la legge viene aggirata portando le mucche in Stati in cui la macellazione non è illegale».

A chiarire i dubbi ci pensa Ajaj Sud, con il suo business a conduzione familiare. «Al-Noor esporta solo carne di bufalo, qua la sacra mucca non si esporta», spiega. «L’India esporta solo carne di bufalo, ed è in questa categoria che è diventata il più grande esportatore al mondo».

Corriere della Sera, 26 ottobre 2015

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