Europa League: il Napoli ritrova il Midtjylland, la squadra costruita come nel film «Moneyball»

Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha costruito la propria fortuna con il cinema e ha provato – con risultati alterni – a importarne lo spettacolo nel calcio, fra presentazioni dei giocatori sulle navi da crociera, divise mimetiche e cheerleader che ballano sul prato del San Paolo durante l’intervallo delle partite. Come lui, anche l’inglese Matthew Benham, proprietario del Midtjylland, campione danese in carica e avversario dei partenopei in Europa League, ha pensato di applicare al calcio ciò che lo ha reso ricco. Solo che nel suo caso si trattava di statistica: la sua società, Smartodds, ha guadagnato milioni adattando modelli matematici alle scommesse sportive, e il 47enne ha deciso di utilizzare la stessa tecnica sul campo da gioco e nel calciomercato.

A luglio 2014, la squadra danese era sull’orlo del fallimento. Benham aveva da poco letto un libro, «The Gold-mine Effect», e ne era rimasto affascinato. A scriverlo era stato il trentenne Rasmus Ankersen, un ex giocatore con un’unica partita da professionista, un presente da «performance specialist» e la convinzione che vi fossero metodi alternativi per scoprire giovani talenti, pepite d’oro dimenticate. Fu proprio Ankersen a suggerire a Benham di investire nel Midtjylland, la squadra in cui era cresciuto e dove, ne era certo, c’era una dirigenza interessata a nuove idee.

L’avvento del nuovo proprietario inglese, dunque, non ha soltanto salvato la baracca, ma anche avviato una rivoluzione che va al di là dei confini di Herning, la cittadina dello Jutland centrale dove il club è nato nel 1999, dalla fusione di Ikast Fs e Herning Fremad. Oltre a un investimento da 6,2 milioni di sterline (7,7 milioni di euro all’epoca), Benham ha portato un approccio rivoluzionario al calcio, disciplina tutt’altro che aperta alle innovazioni: fra le altre cose, ha introdotto lo studio analitico dei calci piazzati e l’uso delle statistiche durante l’intervallo, da consumare insieme al classico tè caldo.

«Matthew è l’x factor», aveva dichiarato lo scorso luglio al Guardian il difensore Erik Sviatchenko. «I suoi soldi sono molto importanti, ma è il suo uso della statistica e della matematica a darci un vantaggio. È come “Moneyball”», spiegava, facendo riferimento al celebre film con Brad Pitt e Philip Seymour Hoffman che racconta la straordinaria stagione 2002 degli Oakland Athletics: una squadra sgangherata che il general manager Billy Beane – insieme a un giovane assistente nerd e fissato con le statistiche, interpretato nella pellicola da Jonah Hill – portò a un passo dal titolo utilizzando la «sabermetrica», un termine che deriva dall’acronimo Sabr, ovvero Society for American Baseball Research, ed è nient’altro che l’analisi del baseball attraverso le statistiche.

«Non possiamo spendere più dei nostri avversari», ha spiegato Ankersen, oggi presidente del club, al sito olandese De Correspondent. «Quindi dobbiamo pensare più di loro. E riteniamo che un’analisi dei dati di campionati, squadre e giocatori possa darci un vantaggio». Sul mercato, il club danese ha un intero team a Londra che analizza dati e suggerisce obiettivi: per esempio, sono in grado di individuare tutti i terzini sinistri ventunenni del mondo che non hanno subito infortuni nell’ultimo anno, e possono tracciarli. Sul fronte del gioco, invece, i data analyst del Midtjylland inviano ai tecnici una grande quantità di dati, sia durante l’intervallo che a fine partita, e nello spogliatoio, sostiene Ankersen, le scelte che normalmente sono irrazionali, soggettive o emotive vengono fatte invece seguendo un metodo scientifico.

Questo nonostante nel calcio la palla sia rotonda e non ovale, o con le cuciture come quella da baseball: è uno sport di circostanze fortuite, buche, rimbalzi sbagliati e pali interni. Una disciplina, soprattutto, estranea alla matematica. In un articolo del 2010, per esempio, il New York Times lo definiva «il meno statistico degli sport». Non è un caso se il genio Nate Silver, il giornalista americano in grado di indovinare esattamente i risultati di elezioni o World Series di baseball, quando ha messo la sua scienza alla prova sul calcio ha fallito, sbagliando i pronostici dei mondiali 2014. Un esempio su tutti, la semifinale Brasile-Germania: per il suo sito, fivethirtyeight.com, il Brasile aveva il 73 per cento di possibilità di vincere con Neymar in campo, e il 65 per cento se fossero mancati la stella del Barcellona e Thiago Silva. Finì 7-1 per i tedeschi, futuri campioni del mondo.

Anche per questo, al Brentford – l’altra squadra di proprietà di Benham che milita in Championship, la Serie B inglese – si erano sempre rifiutati di ascoltarlo. In Danimarca, un calcio con meno tradizione e anche per questo più interessato alle sperimentazioni, è stato invece successo: è bastato un anno al Midtjylland per vincere il suo primo campionato – con tre giornate d’anticipo – e approdare in Champions League, da cui è stato eliminato a causa di una sciagurata sconfitta interna per 2-1 contro i ciprioti dell’Apoel Nicosia a fine luglio. Non è bastata la vittoria per 1-0 nella gara di ritorno, e i danesi sono stati declassati in Europa League dopo tre vittorie e una sola partita persa.

Oltre alla stella Pione Sisto, centrocampista ventunenne di origine ugandese che ha già esordito con la Danimarca, il vero segreto della squadra, lo scorso anno, sono stati i calci piazzati: per tre volte il Midtjylland ha segnato quattro reti in un singolo incontro grazie ai calci da fermo, sui quali ha avuto una media di quasi un goal a partita. Un risultato straordinario, ma che per Ankersen non è dovuto ai data analyst, né alla scienza. «Quello è in gran parte dovuto alla fortuna», sostiene. Insomma, anche nel calcio del futuro, quello dei Big Data che si gioca nello Jutland, c’è bisogno di tre ingredienti fondamentali di cui già Arrigo Sacchi era un grande estimatore: «Och, pazienza e bus de cul».

Corriere della Sera, 5 ottobre 2015

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