Il Cop21 in 5 domande e risposte: tutto quello che c’è da sapere

Che cos’è?

Il Cop21 è la ventunesima Conferenza delle parti organizzata dalle Nazioni Unite per discutere di temi ambientali e cambiamento climatico. Inizia oggi a Le Bourget, nei sobborghi di Parigi. In una città ancora scossa dagli attentati terroristici del 13 novembre e blindata per il pericolo di nuovi attacchi, le parti – i Paesi che hanno firmato la convenzione quadro approvata a Rio de Janeiro nel 1992, che riconosce la responsabilità umana del cambiamento climatico e assegna ai Paesi industrializzati l’impegno di combatterlo – si riuniranno per due settimane di negoziati, che termineranno l’11 dicembre. Al centro congressi Le Bourget, nell’area del vecchio aeroporto cittadino dove Charles Lindbergh portò a termine nel 1927 la prima traversata area in solitaria dell’Atlantico, 147 capi di Stato e di governo e 25 mila delegati provenienti da 190 Paesi di tutto il mondo cercheranno di trovare un accordo universale per ridurre le emissioni e fermare il riscaldamento globale.

Gli attentati hanno bloccato le grandi cerimonie di apertura e chiusura, cancellate dal governo francese per motivi di sicurezza, ma non hanno fermato la fiducia e l’ottimismo con cui si apre la conferenza. Un clima che, come ha spiegato Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di ieri (per leggere l’articolo, sfiora l’icona blu), non si vedeva da anni nel mondo dell’ecologia e che è stato solo in parte scalfito dalle manifestazioni di protesta che si sono tenute ieri a Parigi: in place de la Republique si sono registrati scontri fra polizia e centinaia di dimostranti, autodefinitisi «AntiCop21», che hanno usato anche i fiori e le candele lasciate in omaggio delle vittime del terrorismo come arma contro le forze dell’ordine. Il corteo, non autorizzato a causa del divieto di manifestare imposto a Parigi in questi giorni, è stato poi disperso con i lacrimogeni. Manifestazioni si sono svolte anche nel resto del mondo: a Sydney, Londra, Seoul, Berlino, Hong Kong, Manila e Giacarta fra gli altri, mentre a Roma 15 mila persone hanno sfilato per le vie del centro per protestare contro i cambiamenti climatici e le politiche che lo hanno causato, con il presidente della Camera Laura Boldrini in prima fila.

Da dove viene?

Il vertice di Parigi rappresenta la fine di un percorso di negoziati che prevedeva una graduale acquisizione di consapevolezza della gravità dei problemi climatici. Una marcia iniziata ben prima del Cop1 di Berlino: la prima conferenza dell’Onu sull’inquinamento si tenne a Stoccolma nel 1972, ma all’epoca non erano ancora chiare le dimensioni dei problemi né le soluzioni istituzionali e tecnologiche possibili. La prima vera iniziativa contro l’effetto-serra arriverà solo con la Cop3 che a Kyoto porta alla firma dell’omonimo Protocollo siglato nel 1997, ma attuato a partire dal 2005. Il protocollo aveva stabilito di ridurre fra il 2008 e il 2012 le emissioni di sei gas a effetto serra di almeno il 5% rispetto ai livelli del 1990. Doveva essere un cambio di rotta, ma Kyoto escludeva i Paesi emergenti, non disposti a frenare il proprio sviluppo e convinti che la lotta contro il riscaldamento globale spettasse ai Paesi ricchi. L’impegno di Kyoto è stato rispettato da alcuni dei firmatari, fra cui l’Unione europea, ma non da tutti i grandi inquinatori: gli Stati Uniti – contrari a fare sacrifici senza un coinvolgimento globale – non hanno mai ratificato il trattato, Canada e Russia si sono ritirati e la Cina (nazione che emette il maggior volume di gas serra) era considerata allora un Paese in via di sviluppo e quindi esclusa dall’accordo. Kyoto è considerato da molti un fallimento, ma ha consentito una prima presa di coscienza ed è divenuto la traccia per i negoziati successivi. Parigi, come spiega Politico Europe, sarà invece «probabilmente un successo, anche se dipende dalla definizione della parola successo».

Di cosa parla?

A Parigi si arriva con una rete di impegni reciproci già definita, ma i problemi da affrontare durante la conferenza sono molti e complessi. L’Occidente vorrebbe per esempio superare i combustibili fossili, ma alla proposta si oppongono i grandi colossi petroliferi mondiali. L’India intende invece continuare a usare il carbone senza limiti, mentre la Russia trova addirittura vantaggioso il riscaldamento globale, che potrebbe rendere coltivabili le lande ghiacciate della Siberia. Il Terzo mondo, invece, sarebbe disponibile solamente se i Paesi ricchi finanziassero la riconversione energetica. Il vertice di Parigi dovrà anche aiutare a capire come finanziare la lotta al cambiamento climatico.

Qual è l’obiettivo?

L’obiettivo è arrivare ad un accordo per il salvataggio del pianeta. Concretamente: un accordo universale e vincolante, da applicare a partire dal 2020 a tutti i Paesi della convenzione, in modo da limitare entro i due gradi l’aumento della temperatura terrestre rispetto all’era pre-industriale. Secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la temperatura media della superficie della Terra e degli oceani è infatti aumentata di 0,85 gradi fra il 1880 e il 2012, e a causa delle emissioni dovrebbe crescere ancora fra gli 0,3 e i 4,8 gradi entro il 2100.
Per riuscirci , l’accordo dovrà prevedere da una parte la riduzione dell’emissione dei gas effetto serra e dall’altra l’adattamento della società alle misure già decise (per esempio in materia di trasporti e infrastrutture, ma anche nel campo dell’agricoltura, della gestione dei rifiuti e della produzione di energia). Inoltre, ogni Paese dovrà presentare un documento in cui spiega quali sono le azioni che si impegna a mettere in campo. Tra gli obiettivi concreti, invece, c’è lo sblocco di un aiuto finanziario per i paesi in via di sviluppo: si parla di un fondo da 100 miliardi di dollari all’anno che andranno agli stati, alle organizzazioni internazionali e al settore privato a partire dal 2020.

Ma cosa succederà davvero?

In realtà, l’accordo che verrà raggiunto sarà «a maglie larghe». Non solo: è molto probabile che le misure non saranno nemmeno vincolanti dal punto di vista giuridico, visto che molti paesi non accettano limiti alla loro sovranità. Perciò alla fine delle due settimane di discussioni non ci sarà un trattato e non è nemmeno sicuro che si arrivi all’intesa dei due gradi. Difficile anche l’obiettivo del fondo per i paesi in via di sviluppo: creato in ambito Onu, è stato finora finanziato solo per due terzi ed anche se si arrivasse a completarlo sarebbe comunque insufficiente per affrontare le sfide climatiche. Insomma: sia dal punto di vista della forma che da quello dei contenuti sarà difficile se non impossibile raggiungere l’obiettivo prefissato. È probabile però che si arrivi a definire un calendario di verifiche periodiche che dovrà servire sia a controllare il rispetto degli impegni sia a fissarne di nuovi, riaprendo periodicamente il dossier clima ogni 4 o 5 anni.

Corriere della Sera, 30 novembre 2015

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