Torna Politwoops, il sito bandito da Twitter che monitora gli account dei politici

Quattro mesi dopo averlo bandito, Twitter riapre le porte a Politwoops, il sito che monitora i profili dei politici di tutto il mondo e salva i tweet cancellati, archiviandone di fatto le gaffe e le ritrattazioni. Spesso i tweet vengono cancellati a causa di refusi, ma a volte contengono invece dichiarazioni dalle quali i politici provano a prendere le distanze. Un caso celebre, ad esempio, è quello dei sei politici americani che cancellarono a giugno del 2014 il tweet con cui salutavano il ritorno a casa del sergente Bowe Bergdahl, appena liberato dei talebani dopo cinque anni: i politici avevano prontamente ritrattato – cancellando il messaggio – quando l’aria politica era cambiata. Ad agosto, Twitter aveva bandito Politwoops in tutto il mondo, revocandogli l’accesso all’archivio dei tweet. Secondo il social network, infatti, il sito violava il Developer Agreement, l’accordo fra sviluppatori che richiede ai servizi di non specificare quando qualcosa viene cancellato. «Pensate a quanto sarebbe snervante twittare – persino terrificante –se fosse immutabile e irrevocabile», aveva precisato Twitter in un comunicato.

La decisione aveva provocato forti polemiche, con numerosi attivisti che sostenevano come i politici abbiano una diversa prospettiva della privacy rispetto agli utenti comuni. «In questo caso, il diritto dei cittadini alla libertà d’espressione – che include l’accesso alle informazioni – è più importante del diritto dei politici all’editing retroattivo», sosteneva una coalizione di attivisti che includeva Human Rights Group e Open State Foundation (che ha creato il software) fra gli altri.

Le cose sono cambiate a ottobre, con il ritorno dell’amministratore delegato Jack Dorsey che aveva immediatamente aperto al ritorno di Politwoops, reso ufficiale da un post pubblicato sul blog di Twitter nei giorni scorsi. «Questo accordo è una grande notizia per coloro che credono che il mondo abbia bisogno di una maggiore trasparenza», ha spiegato in un comunicato Arjan El Fassed, direttore di Open State Foundation. «Il nostro prossimo obiettivo è di continuare il nostro lavoro, in modo da permettere al pubblico di rendere responsabili i politici per le loro dichiarazioni».

Corriere della Sera, 4 gennaio 2016 (digital edition)

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