Candidati con il mito di Reagan, ma senza le sua qualità. Così il partito repubblicano potrebbe essere lo sconfitto delle primarie

Ronald Reagan è il mito invocato a gran voce dai candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. Eppure, nota in un editoriale il New York Times, «questi candidati sembrano aver perso tutte le sue qualità, trasformando il partito in una palude di estremismo ideologico e pessimismo sul futuro della nazione». Esattamente l’opposto di Reagan, che aveva sì valori conservatori — tasse più basse, governo leggero ed esercito forte —, «ma al tempo stesso ha fatto la più grande amnistia per immigrati illegali, si batteva per il controllo sulla vendita di armi, usava stimoli keynesiani per far ripartire l’economia e ha aumentato le tasse in sei anni su otto». Reagan, scrive Jacob Weisberg, «era una persona pragmatica e aperta al compromesso, abile a improvvisare per raggiungere i suoi obiettivi e, soprattutto, desiderosa di espandere il richiamo del suo partito». Queste primarie sono state «trasformate in un reality show di insulti, tradimenti e faide che sono sfuggite al cosiddetto 11° comandamento di Reagan: non parlar male di un collega repubblicano». E lo sconfitto potrebbe essere proprio il partito.

Corriere della Sera, 25 febbraio 2016 (digital edition)

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