E se Donald Trump fosse più moderato dei suoi avversari?

Negli ultimi giorni i pesi massimi del partito repubblicano sono scesi in campo contro Donald Trump, nel tentativo estremo, e quasi fuori tempo massimo, di bloccarne la corsa alla nomination. Gli attacchi più veementi sono arrivati dagli ultimi due candidati alla Casa Bianca, Mitt Romney e John McCain, che hanno usato parole durissime contro l’attuale frontrunner conservatore. «Sta prendendo in giro il popolo americano», ha affermato Romney in un discorso a Salt Lake City, nello Utah. «Non ha né il temperamento né il giudizio per fare il presidente». Le parole dei leader repubblicani hanno avuto tuttavia un doppio effetto sul fronte conservatore. Da un lato hanno fatto tirare un sospiro di sollievo ai commentatori repubblicani come David Brooks, che in un editoriale sul New York Times ha scritto che i repubblicani «alla fine ce l’hanno fatta, hanno alzato la testa. Dopo mesi hanno cominciato a denunciare l’incapacità di Trump di pensare a qualcosa di diverso da se stesso». Dall’altro, però, la presa di posizione delle élite ha fatto infuriare la base, soprattutto quel 30 per cento almeno di repubblicani che, in quasi ogni Stato in cui si è votato finora, ha scelto il miliardario newyorkese. «L’elettorato repubblicano non è un branco di stupidi ignoranti», ha tuonato un elettore di Temecula, California, intervenuto al seguitissimo talk show radiofonico di Rush Limbaugh, storica guida dell’America conservatrice. «Vogliono dirci chi votare e chi no», ha proseguito, unendosi al coro dei cosiddetti «trumpisti» infuriati con il partito e con la decisione di destabilizzare l’ascesa del tycoon newyorkese. «Noi sappiamo chi è Donald Trump, e vogliamo usarlo per prenderci il partito repubblicano. O per distruggerlo».

Mentre il frontrunner sta spezzando in due il Grand Old Party — con l’establishment terrorizzato di vedersi sfuggire il partito e l’ala destra impaziente di portarglielo via —, i democratici, e non solo loro, cominciano a riflettere sulla nomination ormai quasi certa di Trump e, in fondo, tirano un sospiro di sollievo. Non tanto perché Trump è un candidato più spaventoso per i repubblicani moderati, che quindi a novembre potrebbero preferire il partito democratico decidendo di fatto l’elezione, quanto per il fatto che, in realtà, Trump stesso potrebbe essere un candidato più moderato dei suoi avversari conservatori: Marco Rubio e Ted Cruz.

«In campo economico, Trump non è neanche lontanamente conservatore quanto i suoi rivali Cruz e Rubio», spiega al Corriere della Sera Kyle Kondik, analista del Center for Politics della University of Virginia. «Sembra meno devoto al taglio delle tasse e, nonostante abbia attaccato la riforma di Obama, sembra aperto a un sistema sanitario universale. Inoltre non dà l’impressione di interessarsi molto alle questioni sociali più calde, come i matrimoni fra persone dello stesso sesso o l’aborto. Non sembra avere alcun paletto ideologico, quindi chissà cosa potrebbe proporre alle elezioni di novembre. Tuttavia Trump non è affatto moderato quando si tratta di immigrazione, e la sua campagna è stata assolutamente ostile nei confronti degli elettori non bianchi».

Anche rispetto all’immigrazione, Trump potrebbe non essere così estremista come si è mostrato finora. D’altronde, scrive il Washington Post in un lungo profilo, la sua più grande abilità non è stata la costruzione di aziende, ma la creazione di un personaggio larger than life, ovvero sempre sopra le righe. È stato lo stesso candidato repubblicano, in un incontro con l’editorial board del New York Times, a svelare la verità dietro i ripetuti e violenti ricorsi al «Trump Wall», ovvero alla costruzione di un muro al confine con il Messico, pratica peraltro ricorrente durante le primarie repubblicane, quando la corsa alla nomination si gioca sugli estremisti. «Sapete, se vedo che i comizi stanno diventando noiosi o noto persone che cominciano a pensare di andarsene, allora basta dire “costruiremo il muro!” e tutti impazziscono», ha affermato.

Le sue promesse, come notava Klondik, non sono inoltre guidate da posizioni ideologiche. Basta pensare all’aborto, una delle questioni più sensibili per l’elettorato conservatore: negli ultimi giorni, e per la seconda volta, Trump ha lodato Planned Parenthood, organizzazione no profit che offre servizi sanitari e riproduttivi a cominciare dall’interruzione di gravidanza, ed è quindi considerata il grande nemico dai conservatori sociali (al punto che uno squilibrato, a novembre, ha realizzato una strage in una clinica di Colorado Springs). «Planned Parenthood ha fatto un ottimo lavoro per tante persone, per milioni di donne», ha affermato Trump nei giorni passati, facendo infuriare gli attivisti pro-life, che hanno uno spazio rilevante durante le primarie repubblicane. «Lo dico nonostante i cosiddetti conservatori. Anche io sono un conservatore, ma di buon senso».

Non bastassero le sue parole, a spiegare quanto le sue posizioni siano spesso più moderate rispetto ai suoi avversari ci ha pensato anche la Bbc. Sull’immigrazione nessuno raggiunge le posizioni radicali del miliardario newyorkese, ha notato l’emittente britannica, ma in campo fiscale Trump è il più moderato e le sue promesse sono solo leggermente più conservatrici di quelle di Ronald Reagan, il grande modello dei repubblicani. «Farei pagare più tasse a chi guadagna centinaia di milioni di dollari l’anno, perché al momento pagano molto poco e credo che sia vergognoso. Voglio abbassare le tasse per la classe media», ha dichiarato a fine agosto a Bloomberg, schierandosi di fatto contro gli sgravi fiscali dell’era Bush che prevedono tagli per i più ricchi. Il suo tentativo di alzare le tasse ai manager degli hedge fund di Wall Street, spiega il sito finanziario, non è molto diverso da quello dei democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders.

Anche per quanto riguarda sicurezza nazionale (ad eccezione di Cruz) e politica estera, Trump risulta il più moderato fra i candidati in gara. In particolare, scrive il mensile The Atlantic, il miliardario newyorkese ha «varcato una linea inviolabile nella piattaforma moderna del partito repubblicano», arrivando a criticare Israele per le sue responsabilità nella crisi del processo di pace. «Questo è senza dubbio un sentimento pro-palestinese». Ne è convinto anche Haaretz, quotidiano della sinistra israeliana, secondo cui Trump «sta deviando la leadership repubblicana dal supporto uniforme e automatico verso Netanyahu, e distruggendo la coalizione interna che era il cardine delle posizioni pro-israeliane del partito».

Un altro esempio arriva dal Christian Science Monitor, che posiziona Trump alla sinistra del partito repubblicano sul commercio, perché «favorisce esplicitamente il protezionismo». Inoltre, scrive il settimanale americano, si oppone ai tagli al Social Security e al Medicare, la copertura sanitaria per le persone al di sopra dei 65 anni, ed è favorevole — a differenza di Rubio o Cruz — all’aborto nei casi di stupro e incesto. In più, e questa è una «posizione eretica nel partito attuale», critica duramente l’invasione dell’Iraq voluta nel 2003 da George W. Bush e dai neocon, che oggi sostengono la candidatura di Rubio. «Tutto sommato», ha twittato il senior political analyst del sito FiveThirtyEight Harry Enten a fine febbraio, «direi che Trump è il candidato più moderato rimasto in gara». Questo anche se, come ricorda il Monitor, bisogna fare un appunto: «Si può ottenere un risultato moderato facendo una media fra estremi. Uno più nove diviso due fa cinque. E su certi aspetti Trump è così a destra che serve un telescopio per vedere il centrocampo».

«Ma è davvero così male? O questa isteria è un po’ esagerata?», si chiede Gideon Rachman, commentatore del Financial Times, ricordando che in fondo anche Ronald Reagan fu trattato come un fascista, prima di diventare uno dei presidenti più amati dagli americani. E poi, spiega, in termini di politica estera Trump ha una prudenza obamiana per quanto riguarda gli interventi militari americani e la promozione della democrazia all’estero, e non ritiene sia una grande idea stracciare l’accordo sul nucleare iraniano. Ovviamente, conclude Rachman, i difetti che gli ha attribuito Romney sono tutti veri, ma «è possibile che il presidente Trump sorprenderebbe i suoi critici e governerebbe in modo responsabile. Spero solo però di non doverlo mai scoprire».

Fra i suoi rivali democratici, comunque, si sta diffondendo una sorta di teoria del «meno peggio» secondo la quale Trump è il male minore fra i candidati in gara. Lo lascia intendere persino Paul Krugman, voce del pensiero liberal americano, per il quale Trump non è l’unico truffatore in corsa alle primarie repubblicane. «Per essere chiari», ha scritto nel suo ultimo editoriale sul New York Times, «trovo la prospettiva di un’amministrazione Trump terrificante, e così dovrebbe essere per voi. Dovreste però essere altrettanto terrorizzati dalla prospettiva di un presidente Rubio, seduto alla Casa Bianca col suo circolo di guerrafondai, o di un presidente Cruz, che sospetto sarebbe felice di riportarci all’inquisizione spagnola. Per come la vedo io», ha concluso Krugman, «dovremmo in realtà essere felici dell’ascesa di Trump: sì, è un bugiardo, ma sta smascherando con successo le bugie degli altri. E questo, che ci crediate o meno, è un passo avanti in questi tempi difficili».

Corriere della Sera, 9 marzo 2016

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