You’ll never walk alone, il viaggio di un inno storico da Broadway a Liverpool

Nell’incredibile rimonta del Liverpool contro il Borussia Dortmund c’è anche il forte contributo della Kop, la curva dei Reds, che ha sostenuto la propria squadra cantando ininterrottamente l’inno del club, You’ll never walk alone, uno dei più famosi nella storia dello sport. Le immagini dei tifosi che la intonano in lacrime a fine partita hanno fatto il giro del mondo. Quelle note che hanno accompagnato successi e disfatte del Liverpool, però, sono state scritte nel 1945 per uno spettacolo di Broadway, Carousel, da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II, duo innovativo che diede il via all’era dorata dei musical. Nel secondo atto di quello spettacolo, You’ll never walk alone aiutava a consolare la protagonista Julie che aveva perso il marito Billy; nell’ultimo accompagnava la cerimonia di diploma della figlia Louise, che il padre — tornato per un giorno sulla terra — provava a confortare.

A contribuire al successo del pezzo non furono le cover di Frank Sinatra, Elvis Presley, Judy Garland o Doris Day, ma quella di un gruppo beat di Liverpool degli anni Sessanta, Gerry and The Pacemakers, la seconda band messa sotto contratto dal manager Brian Epstein dopo i Beatles. Formata da Gerry Marsden nel 1959, restò attiva appena sette anni ma riuscì a piazzare i suoi primi tre singoli al numero uno delle classifiche inglesi: il secondo fu proprio You’ll never walk alone, di cui Marsden si era innamorato da piccolo, dopo aver visto Carousel.

Fu proprio Marsden, nell’estate del 1963, ad avvicinarlo ad Anfield Road: portò una copia del singolo, che sarebbe uscito solo in ottobre, al leggendario allenatore del Liverpool Bill Shankly, che se ne innamorò e decise di adottarlo come inno della squadra. All’epoca Marsden aveva 21 anni e non poteva immaginare che quella canzone avrebbe cambiato l’identità della squadra della sua città e che nel 1989 — poco dopo il disastro di Hillsborough, in cui morirono 96 tifosi del Liverpool — la avrebbe cantata davanti a 90 mila spettatori a Wembley prima della finale di F.A. Cup contro l’Everton, con le due tifoserie della città per una volta unite nella tragedia.

In un’intervista rilasciata alla Bbc, lo stesso Marsden raccontò come il dj di Anfield Road, alla fine del 1963, fosse solito diffondere dagli altoparlanti dello stadio la top ten dei singoli più venduti prima delle partite, partendo dal decimo: il pubblico per lo più ignorava la sua selezione, ma quando arrivava a You’ll never walk alone, prima in classifica, cominciava a cantarla. E non finì più: in seguito, quando il dj smise di suonarla, la Kop continuò a intonarla prima e dopo ogni partita.

Da Liverpool, l’usanza si è negli anni diffusa in tutto il mondo: l’hanno adottata, fra gli altri, i tifosi del Celtic, quelli dello stesso Borussia Dortmund che ieri ne è stato vittima, e quelli del Brugge, del Feyenoord, del Kaiserslautern e persino del Fc Tokyio, in Giappone. A Liverpool, però, You’ll never walk alone è parte della storia del club, tanto da trovarla incisa sui cancelli in ferro battuto di Anfield Road e nel tunnel che dagli spogliatoi porta al campo, dove i giocatori avversari vengono intimoriti dall’urlo di 45 mila tifosi Reds prima di ogni gara. «Il rituale prepartita», scriveva nel blog The football Supernova un tifoso della Kop, «è parte della storia della città, della gioia e del dolore, dell’orgoglio e dell’umiltà: un pianto di guerra, un inno di trionfo, una sofferenza occasionale. È il Liverpool stesso».

Nel 2012, 49 anni dopo l’uscita, i tifosi riuscirono persino a far tornare nelle classifiche inglesi la versione di Gerry and The Pacemakers portandola al dodicesimo posto, come messaggio di solidarietà nei confronti di tutti coloro che furono colpiti dal disastro di Hillsborough. Questo perché a Liverpool, quelle note, raccontano i giorni migliori e i peggiori di una squadra che, come scrissero nel 1945 Rodgers e Hammerstein, deve resistere alle tempeste e alle tragedie – sportive e non – e riesce a farlo perché sa di non camminare mai sola.

Corriere della Sera, 15 aprile 2016

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