Nel Queens, con il popolo di Bernie Sanders

Qui la versione multimediale.

Queens, New York – La piccola tribuna del Salah Hassaneim Boys & Girls Club di Astoria, nel Queens, è gremita da un centinaio di persone arrivate per fare i volontari per Bernie Sanders in vista delle primarie di New York del 19 aprile. Per la prima volta dopo decenni, infatti, i newyorkesi avranno un ruolo fondamentale nella corsa alla nomination di entrambi i partiti. Intorno alla linee del campo da basket sono sedute, o appoggiate al muro, decine di persone intente ad ascoltare i tre speaker inviati nel Queens dalla campagna elettorale del candidato democratico – una ragazza con il velo arrivata dal North Carolina, uno studente ispanico e una giovane del sudest asiatico – che spiegano al gruppo di aspiranti volontari cosa significa fare il canvassing, ovvero raccogliere elettori porta a porta nel quartiere, e convincerli a recarsi alle urne il giorno delle primarie newyorkesi. L’obiettivo è superare il principale ostacolo di un’elezione in America: convincere le persone a uscire di casa e andare a votare.

Fra gli aspiranti volontari, tutti al primo incarico, spiccano un padre di famiglia con le stampelle, una giovane coppia asiatica avvolta in piumini neri, numerose camicie di flanella e parecchi studenti universitari, un paio di quarantenni con il pizzetto e una maglietta di Bernie Sanders infilata nei jeans, tanti capelli grigi, un pugno di giovanissimi ragazzi sudamericani, una madre che ha organizzato un picnic sul parquet per i tre bambini e una signora col caschetto bianco e la spilla del candidato democratico aggrappata al bavero della giacca di velluto. E poi baffi, cappellini, bretelle, camicie a quadri, colori autunnali: è la middle class del Queens, che crede nelle promesse del senatore del Vermont ed è decisa ad aiutarlo a vincere la nomination del partito democratico.

A dettare le regole del canvassing è Jonathan Fuhrer, un trentenne che indossa jeans e bomber scuro, che arriva dal Vermont e ha contribuito nel 2006 a far eleggere Sanders in Senato per la prima volta.  «Per me è la chiusura di un cerchio», dice sfoggiando un’abilità da stand up comedy, fra i boati del pubblico che comincia a scaldarsi. «I dati sono la linfa di questa campagna elettorale, il modo che abbiamo per vincere questa elezione. Siate precisi, e così aiuterete tutta l’organizzazione», spiega, mentre un bambino corre sul parquet di questo centro ricreativo per ragazzi. «L’importante è focalizzarsi sui nomi della lista che vi fornirà la campagna elettorale, sui sostenitori di Bernie e su quelli che potrebbero votarlo. E convincerli ad andare a votare. Non andiamo da loro per litigare, ma per discutere dei motivi per cui vale la pena sostenere Bernie».

La strategia è semplice: l’organizzazione della campagna elettorale fornisce a ogni volontario una lista di elettori residenti nel suo quartiere e registrati con il partito democratico. I volontari dovranno bussare alle loro porte, scoprire se sono sostenitori di Sanders e convincerli a recarsi alle urne. «State attenti a capire se state parlando con la persona giusta e assicuratevi di dire la parola “democratico”. Dite: “Sono qui per Bernie Sanders, un vero democratico”», specifica Fuhrer, che lavora per il Working Family Party, parte della campagna del senatore democratico. «E chiedete sempre un numero di telefono lavorativo e un indirizzo email, così potremo contattarli ancora». Il segreto, infatti, è chiamarli nei giorni immediatamente precedenti alle primarie e ricordare l’importanza del loro voto: ogni weekend sono circa 200 le persone che bussano di porta in porta a New York per convincere gli elettori, ma nel giorno delle primarie diventeranno 500.

«Siate semplici, è l’unico modo per farli interessare. E parlate dal cuore. Così vedranno che siete genuini ed onesti», continua Fuhrer, delineando le varie tipologie di elettore che i volontari si potrebbero trovare davanti: i sostenitori entusiasti di Sanders; quelli inclini a votarlo, che necessiteranno di un secondo passaggio; gli indecisi; quelli che tendono verso Hillary Clinton, che si possono provare a far vacillare con un paio di frasi; i clintoniani entusiasti, a cui dire solamente «grazie e buona giornata» perché tanto non cambieranno mai idea. «Molti di voi polemizzano con i fan di Hillary alle 3 di notte su Facebook», scherza. «Beh, non fatelo. Evitate qualsiasi problema».

Fuhrer e gli altri organizzatori insistono particolarmente sull’accuratezza del lavoro. «Non imbrogliate, è meglio trovare un solo fan, che averne dieci fuori dalla nostra lista. Se in casa trovate Jack junior invece che Jack senior chiedete di parlare con il padre, e magari convincete il figlio a fare il volontario». La campagna, spiegano, non è altro che advertising marketing: è necessario fare eye contact, ricordare i nomi e fare una buona impressione. «La maggior parte della comunicazione è non verbale», aggiunge Jonathan come fosse un corso motivazionale, ricordando di non lasciare materiale elettorale nella cassetta elettorale. «È un crimine federale e ci fanno una multa. Siate accurati, così vinceremo queste elezioni».

«Quello che facciamo si chiama identifying voter support», spiega al Corriere della Sera Fuhrer, alla fine del suo piccolo show. Nel frattempo gli organizzatori riprendono la parola, accompagnati dal vociare dei bambini. Fra loro c’è Stella Tsantekidou, una studentessa greca di economia sbarcata per la prima volta negli Stati Uniti direttamente al caucus dell’Iowa, dopo aver contattato i dipendenti della campagna elettorale via Twitter. Proprio sul social network, lo scorso 9 gennaio, twittava un selfie con Sanders e commentava: «Non mi sono mai sentita più ispirata in vita mia: sono arrivata direttamente dalla Grecia per fare campagna per quest’uomo». Oggi, racconta, continua a rimandare la partenza. Lo staff della campagna elettorale l’ha aiutata a trovare un alloggio, e lei si è battuta porta a porta per conquistare elettori in tutto il Paese, arrivando fino ad Astoria, il quartiere newyorkese che ha incanalato l’immigrazione dei suoi connazionali.

Gran parte dello staff locale di Sanders ha cominciato a lavorare sul territorio durante l’estate, poco dopo l’annuncio ufficiale della candidatura a Burlington, in Vermont. «Io faccio il volontario da luglio. Qua la campagna è stata portata avanti per mesi da un movimento dal basso, di gente comune, che ha seguito Occupy Wall Street», spiega Josh Powers, che lavora per il gruppo Queens for Bernie. «Lo staff ufficiale è arrivato a metà marzo, per prepararci alle primarie newyorkesi: il grande cambiamento è che ora abbiamo accesso ai database democratici, per poter fare una campagna mirata».

Alla fine dell’evento, una lunga coda confusa si forma davanti al tavolo per le registrazioni. In cambio, gli aspiranti volontari ottengono qualche spilla bianca o blu di Sanders da poter sfoggiare durante le primarie e, sperano, fino a novembre. Prima di andarsene, però, arriva il momento della foto di gruppo. Ma invece del classico «cheese», la parola d’ordine è «1, 2, 3: feel the Bern».

Corriere della Sera, 19 aprile 2016

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