i-Italy, piattaforma multimediale che racconta agli Usa la nuova Italia

Fondata a New York da Letizia Airos e da Ottorino Cappelli, i-Italy ha fatto il percorso inverso rispetto ai giornali tradizionali, nascendo nel 2007 sul web e migrando, anni dopo, sulla carta e in televisione. E, raccontando l’Italia a New York, in poco tempo ha fatto registrare numeri impressionanti: il portale bilingue riceve 1,1 milioni di visite all’anno (circa il 30 per cento dall’Italia), il magazine bimestrale è stampato in 50 mila copie distribuite gratuitamente a New York e la pagina Facebook ha 180 mila like. In più, ogni domenica alle 13 ha un programma di 30 minuti in onda su NYC Life, il canale televisivo del comune di New York. Eppure, più che come progetto giornalistico, inizialmente i-Italy si proponeva come un mediatore culturale fra Italia e Stati Uniti. “Era la fine degli anni Novanta, avevamo una società di servizi web che fu acquistata da un venture capitalist”, ricorda Cappelli, professore di Scienza Politica all’Università L’Orientale di Napoli. “Il nostro progetto si chiamava i-Italy ed era sostanzialmente un sito di e-commerce con notizie rivolte al mercato americano”.

L’era di Bin Laden e il crollo delle borse, però, mandarono all’aria l’idea, che riemerse, sotto altra forma, nel 2005/06: grazie a un bando europeo per corsi di formazione, Airos e Cappelli riuscirono a ottenere, in collaborazione con La Sapienza di Roma, un finanziamento comunitario per creare un corso di giornalismo in inglese su temi italiani, da realizzare a New York. “È durato un anno, il 2007/08: dodici studenti divisi in due gruppi, uno social, che faceva quello che all’epoca si chiamava community management, e uno che faceva giornalismo online. i-Italy era il sito del corso”, spiega Cappelli. “Quando i fondi finirono, noi decidemmo di continuarlo: da allora la mediazione culturale è rimasta la nostra caratteristica. E alcuni ragazzi sono ancora con noi”.

Il percorso editoriale di i-Italy inizia in quel momento, con l’obiettivo di realizzare un ciclo circolare di produzione dell’informazione, che integrasse web, carta, televisione, video su YouTube, social e mobile. “All’epoca c’era un vuoto assoluto: su internet non c’era nulla che parlasse in inglese contemporaneamente a italiani all’estero, italoamericani e americani. Noi aprimmo un dialogo fra questi tre mondi lontani, che oggi si ritrovano sul nostro sito”, racconta Airos, spiegando che le testate italiane all’estero, per ricevere finanziamenti pubblici dal Governo, devono dare solamente notizie in italiano perdendosi però un’enorme fetta di pubblico: gli italiani, che leggono online i propri giornali, e gli italoamericani, che ormai parlano perlopiù inglese.

Per raggiungere questo pubblico è stato essenziale il rapporto con il consolato e con due centri universitari partner: il Calandra Institute della City University of New York, dove i-Italy ha la propria sede, e la Casa Italiana della New York University. “Il pubblico americano però è arrivato soprattutto grazie alla collaborazione di giornalisti e intellettuali di spicco, e al contatto con il territorio: giriamo la città con la telecamera in spalla, parliamo di eventi italiani e siamo distribuiti nei locali e nei ristoranti, a cominciare da Eataly”, continua Airos, ex funzionaria del ministero degli Esteri, che ha lasciato per seguire la passione per il giornalismo.

Sin dal 2008, inoltre, i-Italy ha puntato sulla realizzazione di video di buona qualità, che hanno attirato la televisione del comune di New York: così, nel 2012, è nato i-ItalyNY, un programma di 30 minuti settimanali sugli appuntamenti italiani in città. In contemporanea è arrivato il lancio del magazine cartaceo, presentato da Jovanotti e dal designer Massimo Vignelli, che ha disegnato la Fiat 500 tricolore con cui la squadra di i-Italy – sette persone fisse, oltre a collaboratori e traduttori – si muove per New York.

“Parliamo soprattutto di quello che si può fare di italiano in città, ma affrontiamo anche tematiche sociali”, spiega Airos, braccio editoriale dell’iniziativa. “Vogliamo raggiungere gli americani e avere un magazine di carta ci ha aiutato molto. Funzionerebbe anche un mensile. Ci stiamo lavorando ma servono risorse”. Per crescere, Airos e Cappelli si basano su una tripla strategia: pubblicità, donazioni e servizi di comunicazione. “L’anno scorso, per esempio, a New York c’è stata la prima mostra all’estero dei manoscritti originali di San Francesco. Abbiamo fatto una campagna promozionale fortissima e ci hanno chiamato anche dal New York Times per chiederci informazioni”, ricorda Airos.

“Questi lavori fanno budget. Ora abbiamo anche un accordo con una società di pubblicità italiana, FirstMediaAdv: ci siamo resi conto che l’introito pubblicitario deve essere intercettato prima che arrivi in America”, precisa Cappelli, che cura l’aspetto imprenditoriale. “Il nostro è un modello che si potrebbe replicare ovunque. Vogliamo espanderci, seguendo Eataly nel resto d’America: loro sono disponibili, ora dobbiamo trovare i fondi. Il modello è semplice: una parte informativa che può interessare tutta l’America, e una locale, intercambiabile, che riguarderebbe ristoranti, negozi ed eventi”.

Il bacino d’utenza, d’altronde, è piuttosto esteso: oltre agli italiani all’estero (che negli Stati Uniti sono circa 200 mila), si possono contare gli italoamericani (18 milioni) e, soprattutto, gli americani appassionati d’Italia (solamente quelli che ci vanno in vacanza sono circa 4 milioni all’anno). “La più grossa scommessa è farci capire: una semplice traduzione quasi mai ti consente di raggiungere un’altra cultura”, afferma Airos. “Per comunicare l’Italia all’estero ci vuole un ponte, un servizio di mediazione culturale. E questo è i-Italy”.

Corriere Innovazione, 21 aprile 2016 (online)

English version

“i-Italy, the multimedia platform telling the USA all about the ‘New Italy’”

Born in New York ten years ago with its contents entirely in English, i-Italy is expanding rapidly in the U.S.

By Andrea Marinelli

Founded in New York by Letizia Airos and Ottorino Cappelli, i-Italy has taken a reverse route to traditional media platforms; born in 2007 as an online resource and migrating, years later, onto paper and the television. Recounting Italian news to New Yorkers, in a short amount of time i-Italy has recorded impressive figures: the bilingual website receives 1.1 million visits per year, 50,000 copies of the bi-monthly magazine are printed and distributed for free in the city, and the Facebook page has +180,000 ‘likes’. In addition, every Sunday i-Italy has a 30-minute program on NYC life, the TV channel for the City of New York.

Yet, rather than simply being a journalistic project, initially i-Italy proposed itself as a cultural mediator between Italy and the United States.

“It was the end of the 90s, we had a web service company that was acquired through a capitalist venture” recalls Cappelli, a professor of Political Science at the University “Orientale” of Naples. “Our project was called i-Italy, and it was an E-commerce site with news stories aimed at an American audience.”

The era of Bin Laden and the collapse of the stock market, however, ruined this idea. In 2005/6 it re-emerged in another form; thanks to a European call for training courses, Airos and Cappelli managed to obtain – in collaboration with the Sapienza University of Rome – funding to create a journalism course in English on Italian topics, to take place in New York. “It lasted a year, from 2007 to 2008; twelve Italian students divided into two groups, one for social media and one for online journalism. i-Italy was the website for the course”, explains Cappelli. “The funding ended, but we decided to carry on: cultural mediation remained our principle characteristic. Some of those students are still with us today.” The editorial journey of i-Italy began at that moment, relying on a cycle of production of information that included web, print, television, YouTube videos, social media and mobile.

“At that time there was a total void; on the Internet there was nothing that spoke in English simultaneously to Italians living abroad, Italian Americans and Americans. We initiated a dialogue between these three far-off worlds, which today can be found on our website”, says Airos, explaining that Italian publications abroad, in order to receive public funding, must provide news in Italian, missing out on a huge section of the public: Italians, who read their own newspapers online, and Italian Americans, who now speak mainly English.

To reach this audience, the relationship with the consulate and with two partner universities has been essential: the Calandra Institute at CUNY, where i-Italy has its headquarters, and the Italian House of NYU. “The American audience, however, came predominantly due to the collaboration of journalists and leading intellectuals, and thanks to our contact with the city; we go around with a camera in hand, we talk about Italian events and our magazine is distributed in shops, cafes and restaurants around New York, beginning with Eataly”, continues Airos, ex-official of the Foreign Ministry who left to follow her passion for journalism.

Since 2008, moreover, i-Italy has focused on the production of high-quality videos, attracting the attention of the TV channel for the City of New York. As such, in 2012 i-ItalyNY was born, a 30-minute program on Italian events in the city. At the same time came the launch of the print magazine, presented by Jovanotti and by the designer Massimo Vignelli. The latter designed the tricolor Fiat 500 that the i-Italy team – seven fixed people, as well as collaborators and translators – use to get around New York.

“We talk mainly about Italian events and things to do around the city, but we also deal with social issues”, explains Airos, on the editorial branch of the initiative. “We want to reach Americans and having a paper magazine has helped us a lot. A monthly magazine would also work. We are working on it, but we need to find the resources.”

To continue to grow, Airos and Cappelli rely on a triple strategy: publicity, donations and communication services.

“Last year in New York, for example, there was the first exhibition abroad of the original manuscripts of Saint Francis of Assisi (13th century). We carried out an incredibly strong promotional campaign, the New York Times even called us for information”, recalls Airos.

“Jobs like these make a profit. Now we also have an agreement with an Italian advertising company, FirstMediaAdv; we realised that the advertising revenue must be intercepted before it reaches America”, explains Cappelli, who takes care of the entrepreneurial aspect. “Ours is a model that one could replicate anywhere. We want to expand, even following Eataly into the rest of America. They are willing to help us, now we must find the funding. The model is simple; an informative part that will interest all of America and a local part that would be interchangeable and cover restaurants, shops and events in the area.”

The potential audience is after all rather extensive; as well as Italians abroad (around 200,000 of whom reside in the USA), we can include Italian-Americans (18 million) and especially Americans passionate about Italy (4 million of whom go on holiday to Italy each year). “The greatest challenge is making ourselves understood; a translation almost never allows you to fully reach another culture”, affirms Airos. “To communicate Italy abroad, we must build a bridge; a cultural mediator. This is what i-Italy is.”

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