Big Mac, eroina e speranze: nel McDonald’s degli zombie di New York (a due passi da Times Square)

Qui la versione multimediale.

NEW YORK – Fra i tavoli del McDonald’s all’incrocio fra la 35esima strada e l’Ottava avenue, a New York, ai clienti comuni si mescola una comunità di tossicodipendenti, spacciatori ed ex tossici che seguono un programma di disintossicazione, oltre a senzatetto, ubriachi e altri reietti della società. Ogni giorno incrociano le proprie vite con quelle di ignari turisti italiani con il marsupio a tracolla, ragazze hasidiche con abiti neri e passeggino, pendolari in giacca, cravatta e zaino in spalla che aspettano di salire sul treno che li riporterà in New Jersey e giovani modelle di provincia in attesa di un provino nelle agenzie del quartiere, appena sbarcate in città con un autobus Greyhound. Le stazioni di Port Authority e Penn Station distano soltanto poche centinaia di metri, mentre qualche isolato più a nord si intravede Times Square, delle cui luci, però, in questo marciapiede di Manhattan arriva solo un fioco riverbero. Sono lontani i tempi in cui la 42esima strada era un groviglio di spaccio e prostituzione. Oggi Times Square è una giostra per turisti ma, in qualche angolo periferico, ritorna all’atmosfera della Midtown di una volta. Come in questo fast food, che i clienti regolari chiamano semplicemente il «McDonald’s degli zombie».

«McDonald’s non discrimina», spiega diffidente al Corriere della Sera  George, un uomo basso e massiccio che arranca con un bastone da passeggio. La seconda volta che ci incontriamo, però, ammette di chiamarsi Elston. «Come Elston Howard», il primo giocatore di baseball nero messo sotto contratto nel 1955 dai New York Yankees. «Gli altri locali della zona, invece, ci impediscono di entrare», sottolinea. Da Subway e Dunkin’ Donuts, per esempio, i bagni sono ufficialmente fuori servizio, mentre altri esercizi commerciali li lasciano usare soltanto ai clienti paganti.

Come molti dei frequentatori del McDonald’s della 35esima strada, Elston cerca soltanto un posto tranquillo dove passare la mattinata e scambiare qualche parola con gli amici con cui affronta il programma di recupero: sono pazienti del West Midtown Medical Center, una clinica che somministra metadone agli ex tossicodipendenti per curarne la dipendenza da eroina, che si trova dall’altro lato dell’incrocio. Pochi isolati più a nord, inoltre, ci sono una clinica che effettua scambi di siringhe – ne offre cioè una pulita in cambio di una usata, per evitare la diffusione di malattie – e due centri di recupero per tossicodipendenti. Anche i loro pazienti, rifiutati dai locali dell’Ottava avenue, si ritrovano al «McDonald’s degli zombie» creando la caratteristica comunità che ne riempie i tavoli.

In un sabato come tanti altri, un giovane spacciatore siede a un tavolo d’angolo con la fidanzata, intenta a passarsi il deodorante stick sotto le ascelle mentre il compagno porta avanti gli affari. Due metri più in là si allunga pigramente la fila per il bagno. Un uomo con il volto scavato e una canotta traforata – attraverso la quale si intravedono i tatuaggi sbiaditi e i piercing su entrambi i capezzoli – si avvicina, scambia qualcosa con il giovane spacciatore e un attimo dopo si è dileguato nel traffico umano dell’Ottava avenue. Nel frattempo, ai tavoli attorno, alcuni clienti sembrano assopiti e dondolano la testa lentamente. Un transessuale sudamericano dalla mascella volitiva si ferma a scherzare con il giovane spacciatore e la fidanzata, poi si avvicina un altro uomo magro e nervoso, che punta il ragazzo. Tira fuori una manciata di dollari accartocciati, seminandone alcuni sul pavimento. Li raccoglie, li porge al giovane spacciatore e poco dopo scompare con la sua merce racchiusa nel pugno.

Il giovane spacciatore tira fuori dalla tasca una mazzetta di banconote e comincia a contarle. Al tavolo a fianco, di spalle, un poliziotto osserva pensieroso il Big Mac del collega, senza apparentemente accorgersi della scena che avviene alle sue spalle. In realtà gli agenti sono ben consapevoli delle attività illegali che ogni giorno avvengono nei locali del McDonald’s. Soltanto lo scorso anno la polizia ha fatto visita circa duecento volte, ma non c’è stato modo di allontanare gli «zombie» dal locale. Tutto, inoltre, avviene sotto gli occhi impotenti del solitario addetto alla sicurezza, che si rifiuta di rispondere a domande e che quattro anni fa è stato persino accoltellato a una gamba. Alle 14, quando se ne va, i traffici si intensificano.

«Qua viene gente di ogni tipo. Ci sono parecchi tossici, ma io non mi drogo», precisa Elston, che spesso passa le sue mattinate con Dawn, Valerie e Jennifer, detta Babe. È lei che gli aggiusta le treccine nascoste sotto il cappello da pescatore, mentre racconta i propri dissidi con la madre che vive a Detroit e che anni fa le ha strappato la figlia diciassettenne. «Non sopportava che avessi una compagna», racconta Babe, mostrando il profilo Facebook della figlia ma tralasciando i motivi che l’hanno portata al West Midtown Medical Center. «Ora però mia figlia vuole incontrarmi, dovremmo vederci fra qualche mese».

Intorno a noi si muovono homeless con carrelli carichi di buste di plastica, uomini che zoppicano vistosamente, trentenni smunti dagli sguardi allucinati, enormi matrone afroamericane, ragazzi con i denti marci – quando li hanno – e poi tatuaggi, occhiali da sole di plastica nera, jeans sporchi e ormai troppo larghi e cappellini da baseball sudati. Nell’aria aleggia l’odore aspro di mozziconi di sigaretta spenti e pronti a essere riaccesi, lo stesso che si ritrova nei bassifondi più poveri d’America. Sul marciapiede di fronte è radunata una piccola folla che sembra in perenne attesa, così come ai tavoli affacciati sulle vetrate. Tutti si passano un numero, come fosse un segreto prezioso: 3002. È il codice per aprire la porta del bagno.

Negli ultimi anni, l’eroina ha fatto il suo grande ritorno a New York, dove i morti per overdose hanno superato gli omicidi e la polizia, nel 2015, ha sequestrato 880 chili di polvere bianca, record storico in città: appena sei anni prima, nel 2009, la Drug Enforcement Administration ne aveva confiscati soltanto 86 chili. Quest’anno, solo a gennaio, sono stati 148. Secondo la Dea, la città è diventata il principale hub per l’eroina che arriva dal Messico. Qui viene lavorata e poi smistata nel resto dello Stato e in quelli limitrofi del Nordest, dove i casi di overdose sono in forte aumento. In tutto il Paese, secondo le stime del Center for Disease Control and Prevention, nel 2014 le morti per overdose sono aumentate del 14%, superando le 47 mila: fra queste, sono oltre 10.500 le persone morte per l’eroina, il triplo rispetto al 2010 e il 26% in più rispetto al 2013.

***

Esita qualche giorno Elston, prima di raccontare la propria storia. Veterano del Vietnam, una ex moglie che lavora in finanza e un figlio di 26 anni che sogna di fare il giornalista ma si arrabatta con qualche lavoretto, ha cominciato a fare uso di eroina negli anni Ottanta. «In Vietnam ci sono andato nel 1974/75, quando era tutto finito, a riportare la roba a casa. Sono stato fortunato», scherza. La moglie lo ha lasciato quando è finito in galera per spaccio e lui, una volta uscito, ha cominciato lentamente a ricostruirsi una vita. Ha abitato per un po’ in un rifugio per senzatetto ma, dice, «nessuno vuole vivere in un rifugio, non sai chi puoi ritrovarti nel letto a fianco». A lui, tuttavia, è andata bene: «quelli per veterani hanno stanze private», spiega.

Oggi, a 61 anni, è tornato a vivere al Bronx, dove è nato, e fa il venditore ambulante sull’East Side. Arranca con un bastone da passeggio e ogni giorno si reca alla clinica per bere al bancone la sua dose di metadone. Sono pochissimi quelli autorizzati a bersela fuori dal West Midtown Medical Center. «Oggi però è sabato ed è una festa. La clinica chiude alle 11.45 e tutti vengono a prendere la doppia razione: danno anche la bottiglietta per il weekend», racconta. «In più vengono i taccheggiatori a vendere confezioni di shampoo formato famiglia, spazzolini e cose così, tutta roba che hanno trafugato nei negozi». Nel mercato clandestino del McDonald’s, un pacco di calzini da sei viene circa 6 dollari, un deodorante da uomo 5 e le sigarette sfuse 50 centesimi. Una bustina d’eroina costa invece 10 dollari.

Elston indica un cinquantenne con una busta enorme che, arrancando con passo malfermo fra i tavoli, offre profumi di marca, cinte e altri accessori sgraffignati da Macy’s, un isolato più a est. Una delle matrone afroamericane, seduta con le amiche e la figlia di circa dieci anni, acquista un profumo per il fidanzato, che l’uomo incarta in una busta del grande magazzino, come se il regalo venisse da là. Attorno ai clienti regolari che consumano i propri menù c’è la frenesia di un bazar mediorientale: le persone studiano la merce, guardano le creme Nivea appoggiate sui tavoli e contrattano il prezzo dei bagnoschiuma Aveena in confezione doppia.

«Visto che siamo tutti nel programma di recupero, le persone si fanno un’idea sbagliata, pensano che non abbiamo una vita. Invece tutti ne abbiamo una fuori da questo McDonald’s, e facciamo quello che possiamo per mantenerla », interviene Dawn, che ha 56 anni ed è amica di Elston da circa quindici. Non ricorda però la prima volta che si sono incontrati in clinica. «Tutti fanno errori, noi stiamo provando a recuperare. Se siamo nel programma non vuol dire che siamo cattive persone».

Dawn è magrissima ed è senza incisivi, portati via prima dall’eroina e poi dal metadone. Come Elston, non sopporta di essere definita uno zombie, di essere considerata diversa dagli altri. «Quando una persona ha una dipendenza fa semplicemente qualcosa più spesso di quanto dovrebbe», spiega. «È la stessa cosa di un malato di shopping, sono solo forme diverse di dipendenza. Non dovremmo essere discriminati perché abbiamo commesso un errore. Siamo sempre esseri umani: lo eravamo prima e lo siamo adesso. E anche ora che proviamo a ripulirci, la gente ci allontana».

All’inizio degli anni Novanta, Dawn – che nella foto si copre la bocca perché si vergogna dei denti che le mancano – lavorava come barista in uno strip bar. È stato allora che, insieme ad alcuni amici di quel locale, ha cominciato fumando marijuana e, racconta, è arrivata a provare l’eroina. La sniffavano in macchina, senza sapere gli effetti. «Sono finita a venderla, per poterla usare. Sembro una persona terribile, ma non è così. Ero giovane. Se avessi saputo non l’avrei mai provata, e avrei detto agli altri di non farlo», si difende. Oggi non frequenta più gli amici di un tempo, ma alcuni di loro sono riusciti a ricostruirsi una vita e Dawn ne è orgogliosa. «Uno di loro adesso vive a Far Rockaway, ha una famiglia, lavora nei trasporti e ha una bella macchina», racconta. «A quel tempo ero io ad avere una bella macchina, oggi le cose si sono invertite: io ho difficoltà economiche e sono nel programma, loro ne sono usciti. Mi sarebbe piaciuto essere al loro posto».

«Gli hai detto chi è tua sorella?», interviene Elston, ridendo. «Sua sorella è famosa», continua facendo l’occhiolino. Dawn lo zittisce, poi rivela il nome. «Mia sorella è Pepa, delle Salt-n-Pepa. È una rapper famosa, ma non mi piace vantarmi. In genere non lo dico in giro», si schernisce timidamente. «Push it, push it», canticchia intanto Elston, specificando che la sorella interpreta una popolarissima pubblicità, ma dimenticando che quella canzone ha contribuito a renderla famosa in tutto il mondo alla fine degli anni Ottanta e che il gruppo ha un peso considerevole nella storia dell’hip hop: la sorella di Dawn fa parte della band femminile che ha venduto più dischi nella storia del rap. E ha vinto un Grammy nel 1995.

Nella sua autobiografia, Let’s talk about Pep, Pepa la definisce una ribelle, la pecora nera della famiglia. «I miei genitori, per lo più mio padre, hanno provato a cacciare quella ribellione a suon di botte, ma non ha funzionato», scrive Pepa nel libro. Proprio nello stesso periodo in cui vinceva il Grammy, sua sorella Dawn è entrata nel programma di recupero del West Midtown Medical Center. Sono vent’anni che è aggrappata a quella piccola bottiglietta di metadone, che ogni giorno la tiene lontana dall’eroina ma non le lascia tregua. «È difficile smettere con il metadone, peggio dell’eroina. È come passare da una droga all’altra, solo che questa è legale», si sfoga. «Ecco, la differenza è che questa è una dipendenza legale».

Sono una trentina le cliniche che somministrato metadone nei cinque distretti di New York e, secondo il dottor Don DesJarlais, direttore del Baron Edmund de Rothschild Chemical Dependency Institute dell’ospedale Mount Sinai, in città sono circa 50 mila le persone che seguono un programma di disintossicazione a base di metadone. «Per alcuni basta un anno o due», specifica a Pix11, rete televisiva locale. «Altri rimarranno legati al metadone a vita». Il metadone, puntualizza, non è l’unico metodo per disintossicarsi, ma è il più economico: costa circa 15 centesimi a bottiglietta, mentre altri metodi meno invasivi possono superare i 1.000 dollari al mese.

Dawn racconta la propria vita, qualche tavolo più in là un uomo altissimo con una maglietta da baseball arancione e blu e una catena d’oro al collo fruga in una borsa Louis Vuitton che gli porge una donna anziana: dall’affetto con cui lo guarda sembrerebbe essere la madre. Apre il portafoglio, poi lo ripone con cura, prima di pescare un pacchetto di sigarette al mentolo e infilarselo in tasca. Un’altra scena ordinaria di questo McDonald’s. «Ci sono troppi drogati che creano problemi, il caffè da un dollaro non è sufficiente per rischiare la vita», commenta un utente su Yelp, lasciando una recensione. «State attenti», scrive un’altra, «si drogano e smerciano proprio davanti a voi».

Nel McDonald’s, effettivamente, c’è chi compra eroina al bagno e ne fa uso immediatamente davanti agli ignari turisti che tornano da Times Square. Ma anche chi – come Dawn, Elston, Valerie e Jennifer detta Babe – passa qualche ora in tranquillità insieme agli amici, dopo aver bevuto al bancone della West Midtown Medical Clinic la propria dose quotidiana di metadone. «Questo è l’unico posto dove possiamo andare», spiega Dawn. «Ci sediamo, parliamo e facciamo gossip. Insomma, cose normali».

Corriere della Sera, 20 maggio 2016

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