Quando il papà spronava Trump: «Devi essere un killer, sarai un re»

Donald Trump lo ha definito uno scrittore fallito, eppure Harry Hurt III è una delle persone che conosce meglio il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti: dopo quasi tre anni di ricerche, nel 1993 ha pubblicato una delle prime biografie del miliardario, Lost Tycoon, the Many Lives of Donald J. Trump, che nelle settimane scorse l’editore, W.W. Norton & Co., ha preferito non ripubblicare, su consiglio di un avvocato. «Troppo pericoloso», gli hanno comunicato, nonostante non fosse mai arrivata una denuncia. All’epoca non erano stati in molti a interessarsi alle vicende del miliardario newyorkese. Oggi, invece, per averne una copia usata su Amazon servono 118 dollari, mentre una nuova ne costa 182. Hurt non si è arreso al rifiuto: un nuovo editore si è già fatto avanti, e nei giorni scorsi ha pubblicato la versione e-book del libro, dove per primo svelò la storia del presunto stupro subito per vendetta da Ivana Trump.

Signor Hurt, come è cambiato Donald Trump in questi 23 anni?

«È lo stesso di allora, dopotutto aveva già 46 anni. Negli anni è solo diventato più Trump di quanto già non fosse. All’epoca mi colpì soprattutto l’influenza del padre Fred – un donnaiolo con l’abitudine di pubblicare finti comunicati stampa in cui esagerava il proprio status finanziario – sulla sua situazione personale ed economica».

Possiamo dire quindi che il padre è all’origine del trumpismo?

«Donald Trump è cresciuto nel mito del genitore, che gli ripeteva fino allo sfinimento una frase: “Sei un killer, sei un re”. Doveva imparare che è necessario essere un killer, per poter diventare un re».

Anche lui, come il padre, ha l’abitudine di esagerare il proprio valore?

«Una volta ho potuto leggere i suoi documenti finanziari, nei quali assegnava al proprio nome un valore di 5 miliardi di dollari e sosteneva di valerne 10. È un ragionamento piuttosto ambiguo. In realtà molte delle cose che portano il suo nome sono licenze sulle quali prende royalty, ma che non sono di sua proprietà. Non so quanto sia il suo patrimonio oggi ma, stando alle sue stime, quando dice di valere una cifra, metà è soltanto il valore che assegna al proprio nome».

Trump sostiene di aver ricevuto dal padre solo un prestito iniziale di un milione di dollari. È vero?

«In realtà il padre gli ha fatto ottenere prestiti bancari ben oltre i 40 anni, compreso quello per la Trump Tower. In più, lo ha messo in contatto con imprenditori edili legati alla mafia e quando il casinò Trump Castle di Atlantic City rischiava la bancarotta, nel 1989, acquistò fiches per 3 milioni di dollari: anche in quel caso si trattava di un prestito vero e proprio ».

Che rapporto ha, invece, con le donne?

«Non sono discriminate. Le usa, come fa con chiunque altro. Un ottimo esempio è l’ex moglie Ivana: la promuoveva facendole gestire le sue proprietà, poi la umiliava e la denigrava, fino al presunto stupro».

A guardare il candidato repubblicano da oltreoceano, il paragone è ovvio.

«Gli piacerebbe essere come Silvio Berlusconi, e aver avuto una vita sessuale intensa come quella che ha apparentemente avuto l’ex premier italiano (ride, ndr). A differenza di Berlusconi, che era proprietario di una buona percentuale dei media italiani, Trump è però solo una celebrità da reality show. Sono tuttavia molto simili nell’ego, nel narcisismo e nel desiderio di usare i propri soldi per scopi politici».

Cosa pensa della sua ascesa politica?

«Si basa su una profonda ipocrisia: da un lato si scaglia contro il governo, dall’altro lo ha sempre sfruttato per fini economici. Lo stesso padre ha costruito la fortuna di famiglia sui prestiti ottenuti dal governo per costruire appartamenti dopo la Seconda Guerra Mondiale. In qualche modo è un liberal classico, che ha usato il governo per sostenere i propri interessi privati».

Crede che possa davvero diventare presidente degli Stati Uniti?

«Sfortunatamente Trump può vincere: in troppi detestano Hillary Clinton, che è machiavellica. Tuttavia non credo che sia intellettualmente e moralmente in grado di fare il presidente: durante la campagna è emersa chiaramente la sua personalità instabile».

Secondo lei, Trump crede davvero a quello che ripete ai comizi?

«Se non crede a quello che dice è cinico e sta usando il razzismo per i propri scopi politici. Sarebbe quindi cinico e malvagio. Se invece ci crede, non è cinico, ma semplicemente razzista e malvagio. L’America è un Paese di immigrati, come gli stessi Trump, che arrivarono dalla Germania. E gli immigrati, combinati con gli ideali americani, di questo Paese sono la forza».

Corriere della Sera, 4 giugno 2016

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