Verrazano Bridge, in una zeta mancante tutti i pregiudizi sugli italo-americani di New York

Quando la prima automobile attraversò il Verrazano-Narrows Bridge il 21 novembre 1964, il nome del ponte sospeso più lungo degli Stati Uniti era ancora considerato un motivo d’orgoglio dagli italo-americani di New York. Eretto per unire i distretti — molto italiani — di Brooklyn e Staten Island, nei cinquantadue anni successivi quel ponte ha contribuito però a creare una frattura fra la città e la comunità degli italiani d’America: colpa di una «Z» mancante, di cui nessuno s’accorse al momento dell’inaugurazione. Quell’errore ha vegliato per oltre mezzo secolo sul porto di New York e qualche giorno fa ha spinto Robert Nash, uno studente italo-americano di Brooklyn, a lanciare una petizione online per correggere lo spelling e rendere così davvero omaggio all’esploratore fiorentino Giovanni da Verrazzano, con due «Z», il primo europeo a navigare le acque della baia nel 1524.

L’origine dell’errore non è chiara. Quando il ponte fu inaugurato nel 1964, gli Stati Uniti erano ancora in lutto per l’assassinio di Kennedy, e l’urbanista Robert Moses — uno dei più influenti della storia — voleva intitolare al presidente defunto quei 1.600 metri d’acciaio che attraversano la baia di New York e da cui, ogni anno, parte la maratona cittadina. Fu il fondatore dell’Italian Historical Society of America, John LaCorte, a dare battaglia perché fosse dedicato al navigatore fiorentino. Secondo alcuni proprio LaCorte suggerì di usare una sola Z, sostenendo che si trattasse della versione latina, Janus Verrazanus. Per Gay Talese, che all’epoca seguì la costruzione del ponte per il New York Times, l’errore risalirebbe invece al contratto d’appalto, firmato nel 1959. «Era un refuso. Nessuno se ne accorse perché allora nessuno sapeva chi fosse Verrazzano», racconta oggi Talese.

«Come può il ponte onorarne la memoria, se è scritto in modo sbagliato? Credo si tratti di una presa in giro per lui e per tutti gli italo-americani di questo Paese», spiega al Corriere della Sera Nash, che con la sua petizione ha ottenuto grande attenzione da parte dei media americani. Le quattrocento firme che ha raccolto finora — da nomi comuni come Frances Conforti, Anthony Fasano, Brandon Del Priore o Lauren Parascandola, che sono un inconsapevole trattato di storia dell’immigrazione italiana in Nord America — fanno il giro delle comunità tricolori degli Stati Uniti, dal New Jersey all’Illinois, fino al Colorado e alla California.

«Credo che ci sia una qualche forma di pregiudizio in questo errore», afferma Nash, i cui bisnonni arrivarono negli Stati Uniti dalla province di Napoli, Salerno e Messina nei vent’anni a cavallo del Novecento. «Gli italo-americani meritano che il nome di Giovanni da Verrazzano sia scritto in modo corretto: per troppo tempo siamo stati cittadini di seconda classe e forse anche per questo abbiamo un rapporto così stretto con il nostro Paese d’origine», continua il ventunenne, che vive all’ombra del ponte e ha fondato la Italian-American Society della Saint Francis University. «Da Meucci a Colombo, gli italiani sono stati troppo spesso messi in un angolo nella storia degli Stati Uniti».

L’appello di Nash, però, molto probabilmente non verrà ascoltato. La Mta, l’ente statale responsabile del trasporto pubblico, ha specificato di essere da tempo a conoscenza del refuso, ma correggerlo sarebbe troppo costoso: per aggiungere quella «Z» bisognerebbe sostituire tutti i cartelli stradali e le mappe e nel 2008, quando il Triborough Bridge fu ribattezzato Robert F. Kennedy Bridge, lo Stato fu costretto a sborsare 4 milioni di dollari solo per cambiarne il nome su 139 segnali stradali. «Al momento non stiamo considerando nessun cambiamento per il Verrazano Bridge», ha specificato il portavoce dell’Mta Christopher McKniff al New York Times.

Eppure, si chiedono i critici, cosa succederebbe se l’errore si fosse verificato sul George Washington Bridge? «Rettificare il nome del ponte significa dire a tutti gli italiani e italo-americani che li rispettiamo, e li apprezziamo», ha puntualizzato al quotidiano newyorkese Joseph Scelsa, presidente dell’Italian American Museum di New York. Nash nel frattempo sta cercando il sostegno delle autorità italo-americane di New York, a cominciare dal governatore Andrew Cuomo e dal sindaco Bill De Blasio, ma quest’ultimo, interpellato dall’Associated Press, ha scherzato: «Metto subito all’opera una task force e vi faccio sapere».

Corriere della Sera, 28 giugno 2016

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