Attentati, golpe e stragi: come resistere psicologicamente al flusso continuo di immagini violente e cattive notizie

Negli ultimi mesi siamo stati tartassati da breaking news e immagini violente, dall’attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo del gennaio 2015 fino all’attentato di Nizza della settimana scorsa: in mezzo è stato un susseguirsi di eventi sanguinosi che hanno toccato ogni angolo del pianeta, dal Bangladesh alla Turchia, fino agli Stati Uniti. A queste notizie terribili, si sommano la disinformazione, i commenti che si inseguono sui social network e la paura che tutto ciò possa succedere anche a noi, o a qualcuno che conosciamo. «È un anno difficile», scrive il New York Times, che si chiede che effetto possa avere questa sequenza di fatti terribili su di noi. «Subiamo l’impatto emotivo delle notizie, ma l’effetto peggiore lo hanno le fotografie che spesso le accompagnano: restano impresse nel nostro cervello e causano paura e ansia. Tutti ne subiamo le conseguenze, ma alcuni ne sono vittima per un periodo di tempo più lungo», spiega al Corriere della Sera Pam Ramsden, ricercatrice dell’università di Bradford, in Inghilterra, che ha studiato gli effetti psicologici del terrorismo sugli esseri umani. Questo stress, conferma via email Steven Gold, direttore del Trauma Resolution & Integration Program della Nova Southeastern University, in Florida, «si può accumulare nel tempo, comportando ansia, disturbi del sonno, preoccupazione per sé e per gli altri e incapacità di pensare ad altro. Generalmente gli effetti durano qualche giorno, al massimo qualche settimana, ma una serie di eventi catastrofici in rapida successione può avere risultati più duraturi», spiega. «Inoltre, più vicini sono gli eventi alle persone — ad esempio se toccano la loro comunità, o qualcuno che conoscono — maggiore è l’impatto».

Secondo i ricercatori dell’università di Bradford guidati da Ramsden, l’esposizione a immagini violente sui social media può comportare anche sintomi simili al disordine post traumatico da stress, ovvero una reazione emotiva persistente che compromette la vita quotidiana dell’individuo. Il team di Bradford ha mostrato immagini e storie di eventi violenti — fra cui gli attacchi dell’11 settembre, sparatorie di massa nelle scuole e attentati suicidi — a un campione di 189 persone: il 22 per cento dei partecipanti, spiega lo studio, è rimasto particolarmente toccato da ciò che ha visto. Secondo l’analisi, inoltre, chi è più esposto a immagini ed eventi violenti ne risente maggiormente, e sono più a rischio coloro che hanno una personalità estroversa e socievole. «La maggior parte di noi resterà toccato per alcuni giorni ma, secondo la nostra ricerca, circa il 20 per cento delle persone potrebbe avere disturbi personali e del sonno più prolungati e sarà più suscettibile ad altri eventi terribili», afferma Ramsden.

«La frequenza degli eventi aumenta l’ansia, il senso di vulnerabilità e di impotenza», spiega al New York Times la psicologa Anita Gadhia-Smith. Ovviamente dipende dalle persone, ma vivendo in un mondo digitalmente connesso e costantemente esposto alla trasmissione della violenza, si può anche andare incontro «a una sorta di desensibilizzazione», aggiunge. Limitare il tempo sui social network può essere una soluzione, anche se — ammette il Times — è naturale voler seguire gli aggiornamenti: magari può essere utile farlo solo in alcune fasce orarie, ad esempio mentre beviamo il caffè la mattina ma non quando accompagniamo a scuola i bambini. È importante tuttavia essere consapevoli che il nostro comportamento può aumentare lo stato d’ansia. «Ci può aiutare a valutare i rischi reali», spiega la psicologa Anna Marie Albano, direttrice della Columbia University Clinic for Anxiety and Related Disorders, secondo la quale la natura imprevedibile del terrorismo causa ansia proprio per l’impossibilità di essere padroni del proprio destino. Gli esseri umani non sono abili nel calcolare i rischi, spiegava lo scorso novembre, dopo gli attentati del Bataclan, lo psicologo Martin Seif. «Ogni trucco per la gestione dell’ansia si basa proprio sulla premessa che le nostre reazioni sono sproporzionate rispetto alla realtà del pericolo», sosteneva.

Negli ultimi due anni, spiega al Corriere Ilya Somin, professore di Diritto alla George Mason University, in Virginia, «le reazioni disinformate agli attacchi terroristici che hanno colpito gli Stati Uniti e l’Europa hanno inoltre rafforzato il sostegno a politiche pericolose e contro produttive, a cominciare dal rifiuto dei profughi siriani, una misura che fa il gioco dell’Isis. Gli attacchi terroristici — continua — hanno anche aumentato il supporto a partiti e candidati che favoriscono la discriminazione e le politiche xenofobe, come Donald Trump negli Stati Uniti e il Front National in Francia». È molto difficile controllare le nostre reazioni emotive in questi casi, spiega Somin, ma gli elettori e soprattutto i leader politici dovrebbero ricordare che le nostre reazioni sono una pessima guida per la politica.

Per gestire le emergenze, l’Fbi ha redatto una guida che suggerisce innanzitutto di chiudere gli occhi e fare respiri profondi per ritrovare la calma. Può essere d’aiuto anche fare una passeggiata o telefonare a un amico, mentre è assolutamente sconsigliato fare uso di alcol e droghe. E, se avete bambini, l’American Psychological Association consiglia di chiedere loro come si sentono: i piccoli sono facilmente influenzabili dalle notizie e dalle conversazioni degli adulti, e il modo migliore per aiutarli a superare gli eventi traumatici è ascoltarli. «È la base di ogni terapia», conferma lo psicoterapeuta Sean Rogers, specializzato in bambini e adolescenti.

«I terroristi vogliono vedere la popolazione cambiare le proprie abitudini», afferma la dottoressa Albano, ma modificare la routine per evitare di interagire con sconosciuti, come evitare i mezzi di trasporto pubblici, può aumentare la paura e l’ansia, specialmente nei bambini. «In generale è meglio non cambiare le abitudini quotidiane, se non per aumentare le attività che hanno effetti benefici: socializzare, meditare, fare esercizio fisico, dormire. Insomma, tutto ciò che riguarda la cura personale», spiega al Corriere il professor Gold. «Il nostro studio ci ha dimostrato che soltanto una piccola percentuale delle persone modifica le proprie abitudini», sostiene Ramsden. «Calcolare i rischi è impossibile. Tutto quello che possiamo fare è vivere la nostra vita come vogliamo, senza piegarci ai terroristi». Anche per questo, il messaggio del sindaco di New York Rudolph Giuliani, dopo l’11 settembre, fu semplice: «Uscite di casa, tornate alle partite di baseball».

Corriere della Sera, 19 luglio 2016

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