Sarah Hurwitz, la donna dietro le parole di Michelle Obama

Lo straordinario discorso della first lady Michelle Obama nella prima serata della convention di Philadelphia potrebbe essere riuscito nell’impresa di riunificare un partito democratico che si è spaccato proprio nel momento più importante, quello dell’incoronazione di Hillary Clinton. Dietro la superba abilità oratoria della first lady — che ha pronunciato il primo intervento da ricordare delle due convention — c’è il lavoro di Sarah Hurwitz, 38 anni, da quasi sette speechwriter esclusiva di Michelle Obama. «Quando scrivo per lei, lavoro il discorso con la sua voce nella testa: negli anni è stata molto chiara nel farmi capire cosa vuole», ha raccontato Hurwitz a Krissah Thompson, giornalista del Washington Post.

Laureata alla scuola di legge di Harvard, Hurwitz è una «Obama original», una dei pochi membri dello staff rimasti ad essere arrivati alla Casa Bianca subito dopo la vittoriosa campagna elettorale del 2008: aveva iniziato quelle primarie scrivendo i discorsi di Hillary Clinton ma, due giorni dopo aver trovato le parole con cui l’attuale candidata democratica concesse la vittoria all’allora senatore dell’Illinois — il famoso discorso in cui fece riferimento al soffitto al soffitto di vetro che impedisce alle donne di fare carriera —, ricevette la chiamata degli Obama.

Hurwitz temeva che Michelle Obama, dopo la durissima campagna elettorale che le aveva visto correre su schieramenti diversi, potesse non fidarsi di lei. Invece, al secondo incontro, la futura first lady la accolse nel salotto della loro casa di Chicago. «Mi disse chiaramente chi era, da dove veniva, cos’era la sua famiglia, quali erano i suoi valori e cosa intendeva dire alla convention», ha raccontato Hurwitz. «In quel momento ho capito che sapeva esattamente chi fosse, e che aveva sempre chiaro cosa voleva comunicare».

Quel primo discorso, pronunciato otto anni fa alla convention democratica di Denver, in Colorado, aiutò Michelle Obama a descriversi come la figlia del quartiere operaio del South Side di Chicago, una donna scettica della politica ma che credeva nella capacità del marito di poter fare la differenza: le sue parole contribuirono a far volare la popolarità di Barack Obama, che poco più di due mesi dopo avrebbe vinto le elezioni diventando il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti. Ed è lo stesso copiato da Melania Trump quest’anno a Cleveland. «Sarah Hurwitz, la speechwriter di Michelle, lavorava per Hillary: quindi la campagna di Trump ha copiato una speechwriter di Hillary», ha twittato divertito il suo ex collega Jon Favreau.

Da allora, racconta ancora il quotidiano della capitale, lei e Michelle Obama «hanno lavorato a così stretto contatto che quasi ogni parola detta in pubblico dalla first lady è stata scritta o esaminata da Hurwitz», che in questi anni «è diventata la delicata responsabile dello stile oratorio della first lady, e si è sforzata di eliminare ogni frase che avesse ricordato le parole di un politico. Michelle Obama è più interessata a raccontare una storia, e Hurwitz è arrivata a conoscere la sua in modo intimo», anche i più minuziosi dettagli personali e familiari, a partire dall’infanzia a Chicago, che poi utilizza nei suoi discorsi.

La speechwriter della first lady è nata a Wayland, in Massachusetts, e ha cominciato facendo la stagista per il vice di Bill Clinton, Al Gore, e poi scrivendo i discorsi del senatore dell’Iowa Tom Harkin e dell’ex candidato del 2004 John Kerry. Alla Casa Bianca lavora giorno e notte, anche se cerca di ritagliarsi un po’ di spazio da dedicare alla sua vita personale, studiando la torah o facendo attività fisica: spesso però è colta da un’improvvisa illuminazione, che la spinge a interrompere gli esercizi e a mandarsi un’email con gli appunti del momento.

A differenza di alcuni suoi colleghi, Hurwitz — che con il suo unico sottoposto David Cavell si scambia idee urlando attraverso il muro che separa i loro uffici nella East Wing della Casa Bianca — ha sempre tenuto un basso profilo, un atteggiamento che non l’ha portata a scrivere sceneggiature per Hollywood, come ad esempio il ben più noto Jon Favreau, ma che le ha permesso di trovare le parole giuste per provare a sanare la spaccatura che minacciava il partito democratico. E la corsa alla presidenza di Hillary Clinton, il suo vecchio capo.

Corriere della Sera, 27 luglio 2016

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