Da Yes we can a Feel the Bern: gli slogan più famosi delle campagne elettorali americane

Durante la convention democratica di Philadelphia, Barack Obama e il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine hanno tentato di chiamare a raccolta il partito invocando nei loro discorsi il leader degli «scissionisti» Bernie Sanders e affidando il messaggio di unità allo slogan che ne ha contraddistinto la campagna elettorale. Nato come un semplice hashtag sui social media, Feel the Bern è finito per diventare prima lo slogan del senatore del Vermont durante le primarie, poi la richiesta di tregua da parte del presidente americano, che ha invitato i sostenitori di Sanders ad appoggiare Hillary Clinton a novembre. A coniarlo è stata Winnie Wong, digital strategist e co-fondatrice di People for Bernie, gruppo esterno allo staff ma che ha fatto campagna elettorale per Sanders. «Lo abbiamo inventato in cinque o sei, durante una conversazione su Facebook in cui eravamo alla ricerca di un’idea creativa», ha raccontato Wong qualche tempo fa al New York Observer, settimanale edito da Jared Kushner, il genero di Trump. «Nessuno pensava che sarebbe decollato così velocemente».

Quello slogan — che invece, ha avuto un impatto fortissimo sulla corsa elettorale democratica — nasce da un gioco di parole con feel the burn, che significa letteralmente «senti che brucia» ed era la frase ripetuta da Jane Fonda nei suoi celebri video di aerobica degli anni Ottanta, quando invitava gli spettatori a fare esercizio fisico e a bruciare peso e calorie. Da lì proviene la versione di Sanders, che ha ricordato gli slogan elettorali più popolari ed efficaci della storia politica americana. A cominciare dall’ultimo, almeno in ordine di tempo: lo Yes we can rimasto scolpito nella mente dei sostenitori di Obama dopo lo straordinario discorso con cui l’allora senatore dell’Illinois salutò il secondo posto alle primarie del New Hampshire dell’8 gennaio 2008, quando la sua candidatura decollò portandolo, un anno più tardi, a vivere alla Casa Bianca.

In un’intervista al New York Times, lo stratega del presidente David Axelrod ha raccontato che l’adozione di quello slogan — che Obama considerava «trito» — è dovuta all’intuizione di Michelle che, durante la registrazione di uno spot elettorale, convinse il marito a non tagliarlo. «La campagna di Obama può essere riassunta nella forza di quelle tre parole», scriveva a gennaio 2008 il sito AlterNet, specificando che Obama, al contrario di tutti i suoi avversari, all’«io» preferiva il «noi», rendendo così inclusiva la sua campagna. «Obama chiede alle persone di unirsi a lui, lasciando intendere che le ascolterà e le includerà nelle soluzioni che si baseranno sul meglio che possono offrire sia loro che la società».

Quella frase semplice lo ha aiutato ad arrivare alla Casa Bianca, ed è soltanto l’ultimo esempio di come uno slogan possa spostare gli equilibri elettorali e, di conseguenza, cambiare il corso della storia. A molti osservatori politici, per esempio, il Feel the Bern di Sanders ha ricordato parecchio — nel riferimento personale — lo slogan che nel 1952 accompagnò l’elezione del generale Dwigh «Ike» Eisenhower: I like Ike.

Eisenhower correva contro il governatore democratico dell’Illinois Adlai Stevenson II, che si ripresentò a sfidarlo quattro anni più tardi. I suoi sostenitori lo incoraggiarono allora al grido All the way with Adlai — ovvero, «fino in fondo con Adlai» – e ricordano un po’ i sandersiani di oggi: meglio perdere con il proprio candidato, che provare a vincere con un altro. Eisenhower vinse ripetendosi — I still like Ike, «Ike mi piace ancora» —, Stevenson perse più nettamente, ma il suo slogan resta fra i più noti della politica americana, al punto da essere imitato nel 1964 da Lyndon B. Johnson, in cerca di rielezione dopo aver sostituito Kennedy alla Casa Bianca: il padre della Great Society vinse (anche) puntando sul motto All the way with LBJ.

Quelli di Stevenson, Eisenhower, Johnson e Sanders sono slogan che chiedono agli elettori di identificarsi nel candidato, più che sulle sue promesse o sul programma politico. L’opposto fece invece Ronald Reagan quando, nel 1980, pose una semplice domanda agli elettori: are you better off than you were four years ago (state meglio ora o quattro anni fa, quando fu eletto Jimmy Carter)? Il presidente democratico aveva un’approvazione del 34%, ed era stato indebolito dalla scarsa crescita economica, dall’inflazione e dalla crisi degli ostaggi iraniani, che furono liberati il 20 gennaio 1981, pochi minuti dopo che Reagan lo sostituì alla Casa Bianca. Quando corse per il secondo mandato, Reagan si superò con lo slogan It’s morning in America. Era il 1984 e ed era l’alba di un nuovo giorno: dopo quattro anni di presidenza, infatti, simboleggiava la ripresa economica e militare degli Stati Uniti. Fu un successo enorme.

Otto anni più tardi, Bill Clinton sfidò il vice di Reagan, il presidente in carica George H.W. Bush, con il famosissimo slogan The economy, stupid. Si trattava di un promemoria interno, per mantenere il focus dello staff su uno dei tre perni della sua campagna – gli altri erano il cambiamento e l’assistenza sanitaria – ma divenne il motto della sua trionfale cavalcata presidenziale, incentrata nuovamente sulla rinascita economica del paese, e si conquistò un posto d’onore nella classifica dei migliori (e più citati) slogan politici della storia.

Ad aiutare Clinton, in quel 1992, contribuì anche la folle candidatura del miliardario texano Ross Perot, che tolse voti vitali a Bush con lo slogan Ross for Boss e raggiunse il maggior successo di un candidato indipendente nella storia delle elezioni americane: ottenne il 19% del voto popolare e riuscì persino ad arrivare secondo in due Stati, il Maine e lo Utah.

Tornando indietro negli anni, Herbert Hoover fu eletto nel 1928 promettendo «un pollo in ogni pentola, una macchina in ogni garage». Warren G. Harding, nel 1920, vinse garantendo «il ritorno alla normalità» dopo la Prima Guerra Mondiale, ma fu sconfitto da Calvin Coolidge quattro anni più tardi con un’offerta ancora più allettante che giocava sul suo nome: Keep Cool with Coolidge, state tranquilli con Coolidge. Nel 1936 il governatore del Kansas Alfred Landon provò a giocare sulle sue origini rurali adornando manifesti e volantini elettorali con dei girasoli. Franklin Roosevelt e i suoi sostenitori, però, lo derisero con lo slogan «i girasoli muoiono a novembre», quando è tempo di elezioni: Landon vinse soltanto due Stati, non riuscendo a conquistare neppure il suo Kansas.

Nel 1840, invece, uno slogan contribuì a far eleggere due presidenti, quando William Harrison sfidò con il partito Whig il presidente in carica, il newyorkese Martin Van Buren. Harrison fu il primo candidato a fare attivamente campagna elettorale per arrivare alla presidenza, in quella che divenne celebre come «la campagna della capanna»: secondo gli avversari democratici, Harrison era troppo vecchio per fare il presidente ed era meglio che restasse là, con una pensione di 2 mila dollari a bere sidro in una capanna.

Per sostenerlo nella corsa, un gioielliere dell’Ohio compose una canzone in suo onore, intitolata Tip and Ty: era l’abbreviazione di Tippicanoe and Tyler, too, che divenne lo slogan del ticket presidenziale Whig, e si riferiva a Harrison, eroe di Tippicanoe, il fiume dell’Indiana dove sconfisse gli indiani Shawnee nel 1811, e al suo vice Tyler. Harrison sconfisse Van Buren, ma probabilmente a 68 anni era davvero troppo vecchio per fare il presidente — solo Reagan entrò alla Casa Bianca in età più avanzata — e divenne il primo a morire in carica: una polmonite lo uccise a 32 giorni dall’insediamento, e Tyler divenne il decimo presidente degli Stati Uniti (ma rimase in carica un solo mandato).

Quando martedì sera si è rivolto ai sostenitori di Sanders presenti alla Wells Fargo Arena di Philadelphia e li ha incitati con lo slogan Feel the Bern, Obama aveva ben chiara l’influenza degli slogan politici sulla corsa alla Casa Bianca. D’altronde è anche grazie a quelle tre parole, Yes we can, che è diventato il primo presidente afroamericano nella storia degli Stati Uniti.

Corriere della Sera, 29 luglio 2016

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