Le schegge psicologiche dell’esplosione di New York

Mentre i detective newyorkesi sono alla ricerca di indizi utili — cinque persone sarebbero state fermate ad un posto di blocco a 24 ore dall’attentato — anche sui nuovi pacchi bomba trovati in una stazione della linea New York-New Jersey, i newyorkesi stanno portando avanti la propria indagine. Nel loro caso, scrive il New York Times, «si tratta però di un lavoro più personale, alla ricerca delle schegge psicologiche che un’esplosione in una strada trafficata della città può lasciare» nella mente umana. «State al sicuro, là fuori», suggerisce ai viaggiatori un gruppo di cantanti doo-wop su un treno del metrò diretto uptown, lasciando intendere la paura che l’attentato ha lasciato nei cittadini della metropoli. Secondo Graham Mills, 52enne che vive nei pressi del luogo dell’esplosione, «era solo una questione di tempo, ma poi prevale lo spirito newyorkese di dire “vabbé, andiamo avanti con la nostra vita”» — come spiega anche lo scrittore Jeffrey Eugenides, a pagina 6 sul Corriere della Sera oggi — . Sono concordi anche le voci raccolte da Reuters: «Mi sono spaventato? No. Quando sei a New York ti aspetti che possa succedere qualcosa del genere», spiega Alan Merson, venditore dell’Upper West Side. Andare avanti con la vita, in effetti, è stata un abitudine newyorkese da 15 anni a questa parte: quando nel 2010 fu sventato un attentato a Times Square, i cittadini parlarono di un proiettile schivato. Considerando che anche questa volta non ci sono state vittime, si chiede il Times, «New York ha schivato un altro proiettile?». Non è quello che pensa l’undicenne Natalie Wollen, che domenica non voleva uscire dal suo appartamento di Chelsea. «Ho ancora paura», diceva ieri. «Hanno trovato una terza bomba: e se ce ne fosse un’altra?». Non voleva uscire Natalie, ma alla fine anche lei ha portato a spasso il cane.

Corriere della Sera, 19 settembre 2016 (rassegna stampa)

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