Il complicato percorso di Trump verso la Casa Bianca

A cinquanta giorni esatti dalle elezioni americane, continua il recupero nei sondaggi di Donald Trump che, secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics, è arrivato a incalzare Hillary Clinton: il primo è al 44%, la seconda al 44,9%. Il candidato repubblicano, inoltre, ha sorpassato la sua avversaria anche in alcuni dei principali Stati in bilico: in Ohio è in vantaggio per la prima volta e conduce ora di 1,2 punti, in Florida è tornato in testa e ha un margine di un punto.

È difficile negare il momentum di Trump, eppure, spiega il Washington Post, il percorso del candidato repubblicano verso la Casa Bianca resta estremamente complicato. Come ricorda Chris Cillizza, analista politico del quotidiano della capitale, oltre ai sondaggi — che hanno un valore puramente simbolico — bisogna tenere conto dei voti elettori, assegnati da ogni Stato in proporzione alla popolazione e necessari per entrare alla Casa Bianca: per essere eletto presidente, un candidato deve raggiungere la soglia di 270 voti elettorali. E per Trump, facendo i calcoli, le cose si complicano.

Nelle ultime sei elezioni, i democratici hanno infatti sempre vinto in 18 Stati, mentre i repubblicani in 13: contando i voti elettorali, Clinton partirebbe dunque da 242 , mentre Trump da 102. Questo risultato di partenza ha poco a che fare con quanto successo finora in campagna elettorale, e ancora meno con quanto detto finora dai due candidati: è semplicemente il risultato di dinamiche sociali e culturali e di comportamenti elettorali ormai consolidati.

In questo modo, a Hillary Clinton basterebbe dunque vincere in Florida (che assegna 29 voti elettorali) per diventare la prima presidente donna della storia degli Stati Uniti, oppure in Ohio (18) e Virginia (13). Ovviamente la candidata democratica ha numerosi percorsi alternativi per ottenere i 28 voti elettorali che le mancherebbero per tornare alla Casa Bianca dopo sedici anni.

Per meglio capire la scarsità di opzioni a disposizione del candidato repubblicano, invece, bisogna guardare gli Stati vinti dal suo predecessore Mitt Romney alle elezioni del 2012 (anche se i sondaggi dicono che almeno quattro di questi sono in bilico): Trump partirebbe da 206 voti elettorali, e dovrebbe conquistarne altri 64 per ottenere la presidenza. Anche vincendo in Ohio, Florida, Nevada e Iowa, uscirebbe comunque sconfitto di misura. In definitiva, secondo Cillizza esistono solamente tre percorsi realistici che potrebbero portare Trump alla Casa Bianca:

1) strappare la Pennsylvania e i suoi 20 voti elettorali ai democratici, obbligando Hillary Clinton a partire da 222 e complicandole così la strada verso l’elezione;

2) vincere in Ohio (18), Florida (29), Nevada (6), Iowa (6) e in uno fra Colorado (9) e Virginia (13);

3) vincere in Ohio (18), Florida (29), Nevada (6), Iowa (6) e New Hampshire (4), in modo da pareggiare il conto dei voti elettorali a 269 e portare l’elezione alla Camera, dove ogni Stato avrà un solo voto elettorale a disposizione.

Effettivamente, secondo i calcoli del New York Times, a cinquanta giorni dalle elezioni Hillary Clinton conserva il 74% delle possibilità — sfiorava il 90% soltanto tre settimane fa — di essere eletta l’8 novembre, nonostante Trump abbia recuperato aumentando nettamente le proprie chance in Ohio, Florida, Nevada e North Carolina. Anche secondo Fivethirtyeight — il sito del genio della statistica Nate Silver, il giornalista diventato famoso per aver indovinato tutti i risultati alle elezioni del 2008 — Hillary Clinton mantiene un vantaggio saldo: oggi avrebbe il 61,1% di possibilità di essere eletta, contro il 38,9% di Trump.

Il 14 agosto, nel suo momento migliore, Clinton aveva però l’89,2% delle possibilità: è in questa oscillazione fra l’89% e il 61% che si nasconde il momentum di Trump che, come conclude Cillizza, per vincere le elezioni «non deve solo continuare così, ma deve ampliare il recupero delle ultime settimane».

Corriere della Sera, 19 settembre 2016

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