«Vi spiego perché vincerà Trump: i repubblicani lo voteranno per non perdere la Corte Suprema»

Nessuno sa cosa diranno le urne il prossimo 8 novembre, ma c’è un professore che ha predetto correttamente tutte le elezioni americane dal 1984 e che non ha dubbi: vincerà Donald Trump. Allan Lichtman, 69 anni, insegna storia alla American University di Washington e le sue predizioni non sono basate sui sondaggi, sui cambiamenti demografici o sulle sue opinioni personali, ma su un sistema di tredici domande vero/falso elaborato studiando ogni elezione a partire dal 1860, che è la chiave per capire chi arriverà alla Casa Bianca: non ha mai fallito e quest’anno indica che a vincere le elezioni sarà un candidato repubblicano che, spiega Lichtman al Corriere della Sera, «non ha precedenti nella storia».

Il metodo dello storico americano si chiama «Keys to the White House», ed è illustrato nel libro Predicting the Next President, ripubblicato a maggio da Rowman & Littlefield. Si basa su tredici quesiti molto semplici — che hanno tutti una risposta oggettiva, a parte le ultime due — e sulla convinzione che le elezioni sono innanzitutto una valutazione dell’operato del partito che si trova alla Casa Bianca. Ogni risposta «vero» è un punto a favore del partito in carica, in questo caso i democratici. Se almeno sei delle risposte sono false, a vincere le elezioni sarà il partito sfidante.

1) Il mandato del partito: dopo le elezioni di metà mandato, il partito in carica ha guadagnato seggi alla Camera dei deputati rispetto alle precedenti elezioni di metà mandato.

2) Competizione: non c’è stata competizione per la nomination del partito in carica

3) Il presidente in carica: il candidato del partito alla Casa Bianca è il presidente in carica

4) Terzo partito: non c’è una presenza significativa di un terzo partito o di un candidato indipendente

5) Economia a breve termine: l’economia non è in recessione durante la campagna elettorale

6) Economia a lungo termine: la crescita economica pro capite durante l’ultimo mandato è stata maggiore o uguale a quella dei due mandati precedenti

7) Riforme: l’amministrazione in carica ha effettuato importanti riforme

8) Instabilità sociale: non c’è stata una significativa instabilità sociale durante l’ultimo mandato

9) Scandali: l’amministrazione in carica non ha subito scandali importanti

10) Fallimenti militari o in politica estera: l’amministrazione in carica non ha subito importanti fallimenti militari o in politica estera

11) Successi militari o in politica estera: l’amministrazione in carica ha raggiunto importanti successi militari o in politica estera

12) Carisma del candidato del partito in carica: il candidato del partito in carica è carismatico o è un eroe nazionale

13) Carisma dello sfidante: il candidato del partito sfidante è carismatico o è un eroe nazionale

«Il mio pronostico non è influenzato dalle opinioni, ma è solo frutto del sistema», spiega Lichtman al Corriere al telefono da Washington. «Quest’anno Trump ha reso la previsione molto più complicata del solito, ma secondo il sistema vincerà: i democratici sono andati male alle elezioni di metà mandato, il presidente in carica non è in gara, non ci sono state grandi riforme come quella sanitaria effettuata nei primi quattro anni di Obama, non ci sono stati importanti successi in politica estera e Clinton non ha il carisma del suo predecessore».

A questi cinque punti, se ne aggiunge uno: «Il fattore terzo partito, ovvero Gary Johnson», spiega lo storico. Secondo il sistema, infatti, se un terzo schieramento può portare a casa almeno il 5% dei voti, il partito in carica viene sconfitto. E Gary Johnson, il candidato del partito libertario, naviga attorno al 7% secondo la media dei sondaggi di Real Clear Politics. «Questa sarebbe la sesta, e decisiva, risposta falsa contro i democratici», continua il professore, precisando che «i pronostici non sono endorsement».

Tuttavia, spiega Lichtman, «non si è mai visto un candidato come Donald Trump: non ha mai fatto politica, è un bugiardo, ha incitato alla violenza nei confronti della sua avversaria, ha persino invitato una potenza straniera e ostile a immischiarsi nelle elezioni americane. Anche Ronald Reagan aveva avuto un paio di episodi discutibili, ma niente come quello che abbiamo visto quest’anno».

Proprio questa atipicità di Donald Trump potrebbe contribuire «a rompere i pattern della storia» e a trovare il baco di un metodo finora infallibile. Secondo lo storico, infatti, «il sistema indica una generica vittoria repubblicana» ma, considerando la sua campagna senza precedenti, il tycoon «potrebbe andare contro i pronostici nonostante la storia sia a suo favore».

Quello che è certo è che l’ascesa di Trump, per Lichtman, è da attribuire «alla polarizzazione della politica e del partito repubblicano — soprattutto grazie al movimento ultraconservatore dei Tea Party — negli ultimi anni: oggi non esiste più alcuna connessione fra gli elettori e i leader del partito, e Trump ha saputo conquistare il sentimento dell’America conservatrice dicendo cose che i politici tradizionali non hanno il coraggio di dire», spiega il professore, che nel 2008 ha pubblicato un libro sulla crescita dei movimenti conservatori americani, White Protestant Nation.

«C’è solo una ragione per cui il partito repubblicano ora ne sta appoggiando la candidatura: il seggio vacante alla Corte Suprema», prosegue Lichtman. Con la morte del giudice conservatore Antonin Scalia a febbraio, infatti,il massimo organo americano — che svolge un ruolo fondamentale indirizzando le politiche del Paese con le proprie decisioni — si è ritrovato equamente diviso e potrebbe per la prima volta dai tempi di Richard Nixon (dal 1971) avere una maggioranza democratica: per questo motivo il Senato — che è chiamato a confermare la nomina presidenziale, ma ha maggioranza repubblicana — sta ostacolando il candidato di Barack Obama, Merrick Garland, che diventerebbe il quinto giudice di area liberal.

«I repubblicani faranno di tutto per evitare che sia Clinton a nominare il giudice mancante e scongiurare trent’anni di Corte Suprema democratica», conclude Lichtman. «E non escludo la possibilità che, una volta nominato il nono giudice, il partito chieda l’impeachment di Trump e porti alla Casa Bianca il suo vice Mike Pence, l’uomo che vogliono davvero»: religioso, conservatore e amato dalla destra americana.

Corriere della Sera, 1 ottobre 2016

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