Hillary Clinton, il co-fondatore di Facebook dona 35 milioni per sconfiggere Trump

Nelle ultime settimane della campagna elettorale americana, la Silicon Valley ha provato a mandare definitivamente in tilt le aspirazioni presidenziali di Donald Trump, seguendo un pattern che aveva già funzionato quattro anni fa: allora gli imprenditori della tecnologia si inserirono all’ultimo chilometro, donando grosse somme di denaro a Barack Obama e aiutandolo a restare alla Casa Bianca. Negli ultimi giorni, a guidare la ricchissima corazzata della Valley sono state invece le parole del fondatore di Amazon Jeff Bezos, secondo cui il candidato repubblicano sta «erodendo la democrazia» americana, e soprattutto i soldi di Dustin Moskovitz. «Chi?», hanno chiesto stupiti numerosi strateghi democratici interpellati da Politico. Fino a un mese fa, in effetti, il co-fondatore di Facebook non aveva mai effettuato donazioni politiche, se si escludono i 5.200 dollari versati nel 2014 a Sean Eldridge, marito dell’altro co-fondatore Chris Hughes, che quell’anno si era candidato, perdendo, alla Camera. Nell’ultimo mese, tuttavia, Moskovitz è diventato improvvisamente il principale donatore del partito democratico, devolvendo a Hillary Clinton e ad alcuni gruppi liberal che ne sostengono la candidatura 35 milioni di dollari.

Come ha chiarito in un post pubblicato su Medium, Moskovitz non sostiene l’intera piattaforma di Clinton, ma è sicuramente intenzionato a fermare Donald Trump. «Le sue posizioni, in particolare sull’immigrazione, si propongono di migliorare la vita degli americani, ma in realtà finiranno per fare del male a cittadini e non cittadini allo stesso modo. All’opposto, Hillary Clinton e il partito democratico sostengono una visione di ottimismo, pragmatismo, inclusività e benefici reciproci», ha scritto, notando la propria diffidenza nei confronti di corpose donazioni politiche. «Tuttavia, credo che sia giusto fare del bene, e in questo caso fare del bene significa usare gli strumenti che abbiamo a disposizione». Ovvero i soldi.

Trentadue anni, un patrimonio stimato da Bloomberg in 12,7 miliardi di dollari e una nuova azienda, Asana, fondata nel 2008, Moskovitz si è dedicato per anni alla filantropia, prima di interessarsi alla politica. Quando lo ha fatto, ha riversato nella casse dei democratici una somma straordinaria, ma ha tenuto un comportamento diverso dai suoi colleghi della Silicon Valley, restando alla larga dai circoli politici: nonostante le donazioni, infatti, ha evitato di apparire ad eventi di raccolta fondi e di stringere i rapporti con gli strateghi di Hillary Clinton. Anche fra le email, pubblicate da WikiLeaks, di John Podesta — responsabile della campagna elettorale dell’ex Segretario di Stato — il suo nome non compare mai, a differenza di quello di Sheryl Sandberg, intenzionata a stringere i rapporti fra la candidata democratica e la propria azienda, Facebook, oltre che a essere nominata, come si vocifera, Segretario al Tesoro in un’amministrazione Clinton.

In un mondo, quello tecnologico, che spinge verso la riforma dell’immigrazione — a cui fa riferimento lo stesso Moskovitz nel suo post — , Hillary Clinton ha raccolto, secondo Crowdpac, circa 7,4 milioni di dollari dall’inizio della campagna, mentre al candidato repubblicano — che proprio contro l’immigrazione ha focalizzato il proprio programma elettorale — sono rimaste soltanto le briciole: appena 300 mila dollari. L’unica voce contraria, però, ha creato un polverone. Da quando, dieci giorni fa, Peter Thiel ha donato 1,25 milioni di dollari alla campagna elettorale di Donald Trump, l’intera Silicon Valley ha preso le distanze dal co-fondatore di Paypall, che siede anche nel consiglio di amministrazione di Facebook e Y Combinator.

Al recente summit «del nuovo establishment» organizzato da Vanity Fair, il giornalista Nick Bilton è addirittura arrivato a chiedere ai suoi ospiti se, a questo punto della campagna, una persona che ha donato quella cifra a Trump meritasse di essere cacciata dal board di un’azienda. «Assolutamente», ha risposto il venture capitalist Chamath Palihapitiya, mentre altri panelist sostenevano che, come minimo, avrebbero preso le distanze. «È un bastian contrario, e quelli come lui in genere sono nel torto», ha commentato Bezos. «Ma voglio vivere in un Paese in cui puoi essere in politicamente in disaccordo con una persona e nonostante questo lavorarci fianco a fianco».

Lo stesso trattamento era stato riservato, all’inizio di giugno, all’amministratore delegato di Intel Brian Krzanich, che aveva organizzato nella sua casa californiana un evento di raccolta fondi per il candidato repubblicano ed era stato costretto ad annullarlo non appena l’evento era diventato pubblico. «Non intendo dare il mio endorsement a nessuno dei due candidati», si era ritrovato costretto a twittare Krzanich. «Trump sta rivelando la vulnerabilità della Silicon Valley», commentava all’epoca il New York Times, notando come un’industria ritenuta poco eterogenea non potesse permettersi il lusso di sostenere un candidato accusato quasi unanimamente di razzismo e sessismo. In poche parole, titolava il quotidiano newyorkese, «in Silicon Valley la disruption (l’innovazione sconvolgente che cambia ogni cosa) è sgradita».

Corriere della Sera, 24 ottobre 2016

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