Clintongate, tutti contro il capo dell’Fbi: «Interferisce con le elezioni»

Mancano 8 giorni alle elezioni americane, e l’ennesimo colpo di scena di una campagna elettorale senza precedenti rischia di interferire con il risultato delle urne. Al centro delle polemiche c’è il direttore dell’Fbi James Comey, che venerdì ha deciso di rendere pubblica l’analisi delle email di Hillary Clinton — dopo che a luglio l’agenzia federale aveva deciso di non incriminarla per l’uso di un server privato durante il suo mandato da Segretario di Stato — inviando una lettera al Congresso degli Stati Uniti e facendo infuriare il dipartimento di Giustizia, da cui dipende, che ha lasciato trapelare la propria posizione sulla vicenda: il giorno prima che Comey inviasse la lettera, il ministero lo aveva «fortemente scoraggiato». Il dipartimento di Giustizia, hanno rivelato alcune fonti al New York Times, preferisce di norma non prendere decisioni che potrebbero influenzare l’esito delle elezioni, e Comey avrebbe violato dunque le regole interne, agendo «indipendentemente» e contro le indicazioni dello stesso ministero.

Le email sono emerse durante un’indagine su Anthony Weiner, ex deputato democratico caduto in disgrazia ma anche ex marito di Huma Abedin, la più fidata assistente di Clinton. Una volta venuto a conoscenza dell’esistenza di nuovi documenti, che riguarderebbero scambi fra Abedin e altri membri dello staff di Clinton, Comey — che ha definito le circostanze «eccezionali» — avrebbe deciso quindi di inviare una lettera al Congresso per rendere pubblica la scoperta, specificando che la sua agenzia li avrebbe esaminati per scoprire se contenessero informazioni classificate. «Non informiamo normalmente il Congresso sulle indagini in corso, ma in questo caso pensavo che, se non lo avessimo fatto, sarebbe stato fuorviante per il popolo americano», ha scritto il direttore dell’agenzia federale in un memo interno ai propri dipendenti, lasciando intendere che, altrimenti, avrebbe violato il proprio impegno per la trasparenza e temuto un’accusa di insabbiamento. L’inchiesta non è stata riaperta, ma il polverone sollevato è stato enorme.

La decisione ha ovviamente fatto infuriare il fronte democratico, secondo cui Comey avrebbe fornito informazioni non sufficienti sulle email e soprattutto starebbe influenzando il risultato delle elezioni, permettendo al partito repubblicano di sfruttare politicamente l’indagine a pochi giorni dal voto. Anche il ministro di Giustizia Loretta Lynch, il superiore di Comey, pur non avendo parlato direttamente con il direttore dell’Fbi, avrebbe espresso la propria preoccupazione. Lynch non ha però bloccato l’invio, per evitare l’accusa di voler negare informazioni al Congresso. Quest’ultimo contrasto, sottolinea il New York Times, è l’ennesimo esempio dei rapporti difficili fra il dipartimento di Giustizia e lo stesso Comey — tensioni sottolineate anche dal Wall Street Journal — che si è smarcato dalla catena di comando di Washington già altre volte, come ad esempio sulla questione razziale: dopo i fatti di Ferguson, prese le distanze dell’amministrazione Obama sostenendo che le critiche rendessero meno efficace il lavoro della polizia.

Repubblicano di vecchia data, magistrato, Comey si è fatto le ossa lavorando per Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e fra i principali sostenitori di Donald Trump: sotto di lui diede battaglia al clan newyorkese dei Gambino e fece parte della Mafia Commission per due anni alla fine degli anni Ottanta. Qualche anno dopo, era il 1996, sfidò i Clinton per la prima volta nello scandalo Whitewater, che si sgonfiò senza scalfire l’allora presidente degli Stati Uniti.Viceministro di Giustizia con George W. Bush per due anni, fra il 2003 e il 2005, Comey ha versato soldi agli ultimi due candidati repubblicani — John McCain e Mitt Romney — che hanno sfidato Obama. Quando il presidente lo ha nominato a capo del Federal Bureau of Investigation, nel 2013, si è dichiarato indipendente. Allora la scelta di Obama fu applaudita: Comey era considerato abbastanza moderato, essendosi schierato a favore dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, e il presidente ne apprezzava quella stessa indipendenza che nei giorni scorsi lo ha portato a rompere, ancora una volta, con il dipartimento di Giustizia.

Lynch non ha fermato Comey, dunque, e in tutta risposta ha ricevuto la lettera di quattro senatori democratici che hanno lamentato la «vaghezza» delle informazioni prodotte dal direttore dell’Fbi, chiedendo ulteriori dettagli. Dettagli di cui però Comey non poteva essere a conoscenza, avendo ricevuto l’autorizzazione ad esaminare le email solamente domenica. Ad esprimere sorpresa sono stati però anche alcuni repubblicani, con in testa il senatore dell’Iowa Charles Grassley, a capo della commissione giustizia del Senato, che ha definito «non necessaria» la lettera di Comey e ha affermato che «il Congresso e i cittadini meritano maggior contesto per capire la questione».

Ad inviare una lettera a Comey è stato anche il senatore democratico del Nevada Harry Reid, potentissimo leader di minoranza al Senato, che avrebbe intimato all’Fbi di non utilizzare «due pesi e due misure» e di rivelare quindi i documenti sui rapporti fra Donald Trump e il governo russo. Reid ha accusato Comey di aver evidenziato le email di Clinton, tacendo però altre informazioni. «Nelle mie comunicazioni con lei e gli ufficiali al vertice delle agenzie per la sicurezza, è emerso chiaramente che lei possiede informazioni esplosive su stretti legami e su un coordinamento tra Donald Trump, i suoi principali consiglieri e il governo russo», ha scritto il senatore. «Il pubblico ha il diritto di conoscere queste informazioni».

Per limitare i danni, il dipartimento di Giustizia ha annunciato che esaminerà le email prima possibile, ma — nonostante il ritorno di Donald Trump nei sondaggi, che parlano ora di un testa a testa — l’ultimo rilevamento di Abc/Washington Post riporta che il 63% degli elettori non cambierà il proprio voto a causa della nuova puntata dello scandalo email. Senza considerare che quasi 22 milioni di americani hanno già scelto il proprio candidato, votando in anticipo. Sono circa un quinto di quelli che in totale si presentarono alle urne quattro anni fa e, secondo i primi dati, sembrerebbero aver preferito Clinton soprattutto negli stati in bilico, aiutandola così involontariamente a tamponare «l’effetto Comey».

Corriere della Sera, 31 ottobre 2016

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