I grandi elettori e il quadriennale esercizio di impotenza politica degli Stati Uniti

Il 28 novembre, venti giorni dopo le elezioni presidenziali, il Michigan ha assegnato la vittoria a Donald Trump, legittimando ancora di più l’affermazione dell’imprenditore newyorkese, che ha raggiunto così 306 grandi elettori, contro i 232 di Hillary Clinton. Negli stessi giorni, continuava il conteggio delle ultime schede, con la candidata democratica che aumentava incessantemente il proprio vantaggio nel voto popolare, arrivato alla fine — domenica 18 dicembre — a 2,8 milioni di preferenze: 62.979.616 voti, il 46,1% del totale, contro 65.844.594, ovvero il 48,2%. Mai nessuno nella storia degli Stati Uniti aveva perso raccogliendo così tanti voti in più del vincitore, ma Trump ha comunque raggiunto la Casa Bianca grazie al collegio elettorale degli Stati Uniti, il meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione americana che sancisce di fatto l’elezione indiretta del presidente.

In ogni Stato, votando per il presidente, i cittadini eleggono infatti dei grandi elettori. Sono loro a formare il collegio elettorale degli Stati Uniti, che lunedì 19 dicembre ha votato per eleggere formalmente il presidente americano. Entro 9 giorni i loro voti saranno poi inviati al Senato, dove saranno contati in seduta comune dal Congresso il 6 gennaio. Ogni Stato ha però un «peso elettorale» diverso, a seconda del numero di abitanti: il più popoloso, la California, ha ad esempio 55 grandi elettori che rappresentano i suoi 39 milioni di abitanti; gli otto più piccoli — come ad esempio i due Dakota: quello del Nord ha 740 mila abitanti, quello del Sud 850 mila — eleggono invece 3 grandi elettori ognuno, il numero minimo, che corrisponde al totale di senatori e deputati eletti al Congresso dallo Stato.

Come chiarisce la Boston Review, la California ha 69 volte la popolazione del Wyoming, ma il suo potere elettorale alle presidenziali è solo 18 volte maggiore. In altre parole, i 23 Stati più piccoli hanno una popolazione quasi equivalente a quella della California, ma raccolgono complessivamente 102 grandi elettori contro i 55 del Golden State. Ad eccezione di Maine e Nebraska, inoltre, tutti gli Stati hanno adottato a partire dal 1880 un sistema «winner-take-all», che assegna al candidato che li vince, anche di un solo voto, tutti i grandi elettori.

È questo meccanismo del collegio elettorale che ha permesso a Trump di vincere le elezioni nonostante abbia perso nel voto popolare, diventando il quinto nella storia a farcela dopo John Quincy Adams nel 1828, Rutherford Hayes nel 1876, Benjamin Harrison nel 1888 e George W. Bush nel 2000. Clinton ha vinto negli Stati più grandi per un maggior numero di voti, oltre 4 milioni. Ha perso però, anche se di misura, negli Stati in bilico: in Michigan il margine è stato di 10.704 voti, in Pennsylvania di 44.292 e in Wisconsin di 22.748. La sconfitta di Clinton, dunque, è da leggere (anche) in questi 78 mila voti che le avrebbero potuto portare 46 grandi elettori in più — e che la avrebbero potuta condurre fino alla Casa Bianca. Questi 78 mila voti hanno avuto dunque sulle elezioni un impatto decisamente maggiore dei milioni di voti espressi in California o a New York a favore della candidata democratica: un cortocircuito che ha riaperto il dibattito, e le polemiche, sul sistema elettorale americano.

Come spesso accade, il presidente eletto degli Stati Uniti si trova sia da una parte, sia dall’altra, di questo dibattito. Il 7 novembre 2012, all’indomani della rielezione di Barack Obama, il magnate aveva definito su Twitter il collegio elettorale «un disastro per la democrazia». Quattro anni e una settimana più tardi, dopo aver vinto le elezioni, si è corretto: il collegio elettorale «in realtà è un’idea geniale», perché «mette in gioco tutti gli Stati, anche i più piccoli». Quelli che, tutti insieme, hanno permesso a Trump di arrivare alla presidenza e di cambiare così nettamente idea in soli quattro anni sul collegio elettorale degli Stati Uniti.

«A livello statale, il sistema elettorale è “una persona, un voto”», spiega al Corriere della Sera Brian Crisp, professore di Scienze Politiche alla Washington University di St. Louis, notando che ogni preferenza è decisiva sull’esito delle elezioni. «Dopo il voto sorgono però due problemi. Innanzitutto gran parte degli Stati assegna i propri grandi elettori al candidato che ottiene la maggioranza, in modo estremamente sproporzionato: un candidato, anche se vince di misura nel voto popolare, ottiene il 100% dei grandi elettori. Il secondo problema», continua, «è che i grandi elettori non sono distribuiti in modo proporzionale fra gli Stati: ognuno, indipendentemente dall’ampiezza della popolazione, ne ha almeno 3, e questo può portare alla sovra-rappresentazione di Stati poco popolati». Quegli Stati, spiega sempre Crisp, hanno due caratteristiche: sono «rurali» e «tendenzialmente conservatori».

Le origini del collegio elettorale degli Stati Uniti non sono però da ricercare solamente nel bilanciamento fra gli Stati più grandi e quelli più piccoli, per dare a tutti una voce durante le elezioni presidenziali, ma secondo lo storico di Yale Akhil Reed Amar si tratterebbe addirittura di un’eredità della schiavitù. In un sistema a elezione diretta, infatti, i candidati degli Stati schiavisti del Sud avrebbero sempre perso le elezioni prima della Guerra Civile, perché una grande percentuale della loro popolazione era composta da schiavi senza diritto di voto. Il collegio elettorale permetteva invece agli Stati di conteggiarli, anche se solo parzialmente (grazie alla cosiddetta «clausola dei tre quinti»). In questo modo, gli Stati del Sud riuscirono a ottenere un terzo di seggi in più alla Camera, e soprattutto un terzo di voti elettorali in più.

Come scrive il professore di Stanford Douglas McAdam nel capitolo finale del suo libro Deeply Divided: Racial Politics and Social Movements in Postwar America (Cambridge University Press, 2014), in democrazia non c’è niente più importante dell’uguaglianza politica, ovvero dell’idea che la voce di ogni cittadino conti come quella degli altri. «Il collegio elettorale fondamentalmente contravviene a questo principio: a causa del sistema “winner-take-all” — ovvero del vincitore che si prende tutti i grandi elettori dello Stato — gran parte degli elettori americani non hanno voce nel confronto elettorale», scrive McAdam, uno dei principali studiosi americani in materia. «In un’elezione particolarmente combattuta, gli elettori di alcuni Stati in bilico possono quindi determinare il risultato del voto. Per quelli che abitano in Stati non competitivi, come il Mississippi conservatore o la democratica California, ogni quattro anni il voto è invece un esercizio di impotenza politica. Perché insistiamo dunque con una pratica che promuove una forma di ineguaglianza elettorale e politica?».

La teoria di McAdam trova però numerose opinioni discordanti, come ad esempio quella della professoressa di Harvard Pippa Norris, secondo la quale «ogni voto conta allo stesso modo». Per Norris, infatti, «il collegio elettorale è stato ideato per trasformare un margine modesto nel voto popolare in un vantaggio decisivo, massimizzando la legittimità». In ogni caso, spiega McAdam al Corriere della Sera, «è difficile immaginare che i due partiti americani riescano a mettersi d’accordo» e cambiare il sistema elettorale, «considerando le profonde divisioni che caratterizzano gli Stati Uniti in questo momento».

Nonostante questo, però, «l’opposizione al collegio elettorale sta crescendo notevolmente in tutto il Paese», conferma lo stesso McAdam: secondo un sondaggio Gallup del 2013, il 63% degli americani lo abolirebbe subito. «Anche se finora non ci sono stati tentativi di sopprimerlo, ci sono alcune iniziative che vale la pena menzionare», continua, «come ad esempio il National Popular Vote Interstate Compact», un accordo fra alcuni Stati che si sono impegnati ad assegnare i propri voti elettorali al candidato che ha vinto il voto popolare. «Se lo firmano abbastanza Stati, il collegio elettorale potrebbe essere superato senza essere formalmente abolito».

Uno dei promotori del National Popular Vote è Pat Rosenstiel, consulente strategico dell’iniziativa che ha lavorato a lungo nelle campagne elettorali repubblicane. «Si tratta un progetto di legge bipartisan che è stato appoggiato da repubblicani, democratici e indipendenti. È già stato approvato in 11 Stati che equivalgono a 165 grandi elettori (tutti di tradizione democratica: fra loro New York, California, Illinois e New Jersey) e ha superato una delle due camere in altri Stati, che varrebbero un totale di 96 grandi elettori», spiega Rosenstiel al Corriere. «Il piano diventerà realtà quando sarà approvato da abbastanza Stati per raggiungere i 270 grandi elettori: una volta ottenuta la maggioranza del collegio elettorale, saremo certi che il candidato che vince il voto popolare diventerà presidente», afferma. «Il nostro obiettivo è rendere politicamente rilevante ogni elettore in ogni Stato, per ogni elezione presidenziale. È quello che vogliono gli elettori americani, che ritengono questa riforma necessaria».

Corriere della Sera, 18 dicembre 2016

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